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70 anni in Testa: "“Il Tor di Quinto è inimitabile, mio figlio era unico”

La vita del presidente rossoblu in un’intervista: un percorso incredibile, tra ricorsi storici, vittorie e dolori



A grande richiesta riproponiamo per tutti i lettori del nostro sito l'intervista integrale a Massimo Testa, realizzata il 5 febbraio e pubblicata sul sesto numero del nostro free press on line.

Massimo Testa © photosportiva.itMartedì scorso, durante il ricevimento organizzata in onore dei settanta anni del Tor di Quinto e del suo storico patron, un amico di vecchia data mi ha domandato: “Se potessi usare un solo aggettivo, uno solo, per descrivere Massimo Testa, quale sceglieresti?”. Sono rimasto in silenzio, nonostante mi ritenga una persona dalla battuta pronta, snocciolando tra i miei pensieri decine di termini che ben si addicevano al presidentissimo. Eppure nessuno di questi riusciva a rendere l’dea di questo personaggio così fuori dall’ordinario. Ci ho pensato anche il giorno dopo, senza riuscire a trovare la risposta adatta. Allora ho deciso di andarlo a trovare nel suo ufficio di via del Baiardo, sotto gli occhi attenti di Enrico Berlinguer, di Vittorio, Paolo e dei tanti campioni passati su questi argini. Una lunga chiacchierata biografica che anticipa l’uscita del suo libro. Il racconto di un percorso tra ricorsi storici e politici, tra amici ed invidiosi, tra vittorie e grandi dolori con una costante sempre presente: il Tor di Quinto. Un parallelismo meraviglioso, un binomio indissolubile. E la risposta che cercavo, in fondo, non era così difficile da trovare.

Partiamo dall’inizio e da quello che sei stato anche al di fuori del Tor di Quinto, un politico in un certo senso. 

“Politico mai. Ho fatto servizio, capisco bene la politica e la so fare bene, ma non mi sono mai candidato per nessuna competizione elettorale”. Hanno mai provato a convincerti? “Sempre, in ogni occasione. Anche perché di voti ne ho sempre spostati. Magari a metà Roma starò anche sulle scatole, ma l’altra metà mi vuole bene. So misurare le temperature della città, ho sempre frequentato il popolo”.

I motivi del tuo mancato coinvolgimento? 

“Perché ho sempre immaginato, magari con presunzione, che chi sceglie di diventare assessore, sindaco o deputato, è di passaggio. Ne ho visti molti arrivare in alto e poi sparire, non avrei mai accettato di essere tagliato fuori, perché per me l’impegno è sempre a lungo termine. Penso e agisco come quando avevo venti anni, con le dovute proporzioni naturalmente. Molto spesso chi mi viene a trovare se ne va esclamando che Massimo non cambia mai. Un modo di pensare ancora più marcato nel calcio”. 

Come? 

“Ragionando quasi da despota, come un dittatore nell’idea di gestione del club. Certo non avrei mai immaginato a distanza di cinquanta anni che fosse il metodo vincente”.

Un metodo che, discusso o no, ti ha permesso di restare al top fino ad oggi. 

“Esattamente, vale come per la politica. Ho visto passare tantissimi fenomeni nella regione, con potenzialità economiche, morali e manageriali più importanti delle mie, tantissimi ricchi scemi. Avete presente il nido del cuculo? Ecco io non mi sono inventato nulla, ho solo capito come arrivare sul nido, gli altri no”.

E sul nido c’è il Tor di Quinto. 

“Il Tor di Quinto l’ho sempre immaginato come un’opera prima, unica. Se domani annunciassi il mio ritiro perché sono stanco, ci rimarrebbero tutti male. Senza una caduta, con alle spalle successi che qualcuno conquisterà, magari, in cinquant’anni. Diciannove titoli regionali, cinque scudetti, mica è semplice: se penso all’Urbetevere mi viene la pelle d’oca, avranno qualche sortilegio, qualche malocchio, come quello del Benfica, magari”.

Vittorie che molto spesso fanno rima con antipatia. 

“Se questo è uno dei motivi, accetto di essere antipatico. Non penso, comunque, che sia un sentimento conseguente solo alle vittorie. Sono una persona che parla poco, ma quando parla fa danni. Potrei concedere interviste ogni giorno, anche ad alcune testate nazionali, come è accaduto con Report”.

Un’intervista che è costata un anno di squalifica. 

“Per cosa? Per aver detto che pagare così tanto per l’omologazione sei, sette volte in un percorso societario è una vergogna. Piuttosto ci sono rimasto male perché nessuno ha alzato un dito o una voce in mia difesa, neanche il nostro comitato. Questa è la conferma che noi non eleggiamo i rappresentanti delle società, ma del palazzo. Il presidente regionale non è espressione dei club, ma del Coni e della Federazione. Non ho fatto neanche ricorso, sono arrivato a pensare che in un sistema come il nostro sia un onore essere squalificato”.

Un sistema sempre più in crisi

“E che non viene aiutato. In un momento come questo, dove anche grandi gruppi dirigenti e facoltosi privati non riescono ad andare avanti, nessuno pensa alle società. Le autorità dovrebbero iniziare a preoccuparsi del fenomeno dello sport nazionale. Non produciamo campioni, calciatori di livello, c’è un movimento di stranieri che ormai arriva fino agli Allievi. Capisco le esigenze di mobilità dell’Unione Europea, ma poi non mi venissero a parlare di settore giovanile e attività di base”.

Troppi costi rispetto alla concorrenza degli altri paesi? 

“Troppi. Basti pensare alla Scuola Calcio. Un cartellino costa ventisei euro, per far giocare quattrocento ragazzini sapete quanto serve? Così sei limitato anche nel settore che dovrebbe essere più esteso. In un periodo di crisi non c’è un atto che ci abbia fatto risparmiare un euro. Si vede che la volontà di chi governa sia far uscire dal calcio le persone come me”.

L'anteprima del libro © gazzettaregionaleIl tuo modo di pensare ed agire, possiamo dirlo senza segreti, nasce da un’ideologia che ti accompagna da sempre.

“Sono comunista da quando ero piccolo. Il titolo del libro doveva essere «Massimo Testa Comunista», lo abbiamo cambiato in corsa. A casa mia al posto della Madonna, o di San Pietro, c’erano i quadri di Gramsci e Togliatti. Faccio sociale da quando sono nato, per questo il Tor di Quinto è un qualcosa di inimitabile. Perché il sociale ha prevalso su tutti gli altri aspetti”. 

Come comunista ti sei tolto tante soddisfazioni. La foto con Fidel Castro è quasi una reliquia

“Sai cosa mi diceva mia nonna? Che camminavo con la storia e mi ha sempre spinto a studiare per me stesso, per potermi confrontare anche con personalità del genere. Sai perché Berlusconi si addormentava ai convegni? Perché non capiva. I traduttori non servono solo quando parli con un inglese, o con un cinese. Se studi non ne hai bisogno, puoi stabilire un contatto diretto con tutti. La testimonianza più lampante è la serata del mio compleanno”.

In che senso? 

“Sapete quanti libri ho trovato tra i tanti regali ricevuti martedì? Diciannove. Questo te la dice lunga sulla percezione che le persone hanno di me: che sono curioso. Impiccione no, ma curioso sì. Mi piace comprendere i cambiamenti, ne ho vissuti tanti”.

Alcuni epocali. 

“Nell’89, dall’oggi al domani, mi ritrovai senza quello che per me rappresentava un dogma: il muro di Berlino. Mi sono rimboccato le maniche e messo al lavoro. Sono stato un militante di sinistra e posso dire di aver conosciuto il Gotha della parte intelligente del paese”.

Tra cui Berlinguer: come nasce il vostro rapporto? 

 “Abitavamo nello stesso quartiere, da ragazzino consegnavo i giornali nella sezione del partito, poi il figlio venne a giocare nel Tor di Quinto. Sapeva farsi voler bene, anche se non parlavamo mai di politica, non ne avevo la qualifica”.

Era tifoso? 

“Quando poteva andava allo stadio, ho sempre sospettato tifasse per la Juve, come Togliatti e Veltroni. Poi aveva la scusa del Cagliari e si salvava così. Scherzi a parte, è stato un rapporto spontaneo, non gli ho mai chiesto nulla e non dovevo avere nulla. Lo vedevo spesso perché se il giorno non passavo da Botteghe Oscure era come se mi mancasse qualcosa. Era un mondo dove la cultura era al di sopra di tutto, a differenza del calcio dove furbizia e paraculaggine prevalgono”.

A Tor di Quinto la cultura, soprattutto sportiva, è sempre stata di casa. 

“Abbiamo dimostrato a tutti come si perde e come si vince. Sai qual è la vera cultura? Quella che riesce ad emozionare. Quando riesci a suscitare un alto grado di emotività nelle persone hai raggiunto il massimo. Gli intellettuali che hanno fatto epoca non hanno solo insegnato, ma hanno emozionato, scosso”.

Un esempio? 

“Vi racconto un aneddoto. Un giorno partiamo da Roma per raggiungere Parigi. Il ‘68 parigino era molto caldo e non volevamo perdercelo. Arrivati alla Sorbona raggiungiamo un’aula magna piena di fumo, con un uomo di mezza età che fumava una sigaretta dopo l’altra. Era Sartre. In quel momento ho compreso il reale significato di intellettuale: un uomo di tale caratura sapeva farsi comprendere da uno come me, rendeva tutto semplice, arrivava a qualsiasi persona. Questo è un intellettuale”. 

Il ‘68, gli anni di piombo: come li vivevi da militante?
 

“Sono stati periodi di grande intensità. C’erano tanti movimenti volontari e questa intervista calza proprio a pennello perché martedì scorso (al ricevimento, ndr) erano presenti tantissimi compagni di mille battaglie. Tutti erano importanti, da quelli che assaltavano l’ambasciata americana a chi andava a fare volantinaggio. Era un impegno sociale. In Italia non esiste più: non c’è nessuno che suscita entusiasmo, manca un interesse comune”.  

Massimo Testa con Fidel CastroNon esiste più il comunista? 

“Magari esiste nella vita, nel rispetto verso gli altri, ma non c’è un partito organizzato. Per un comunista osservare il PD è come guardarsi allo specchio e non riconoscerci. Noi abbiamo inventato quello che poi hanno provato a fare le cooperative sociali, anche se...”. 

Anche se? 

“Anche se oggi sono coinvolte in scandali come quelli scoperti negli ultimi mesi. La 29 Giugno o il Filo di Arianna erano espressioni di massima solidarietà, noi svolgevamo la stessa funzione sotto la sigla PCI”.

Arriviamo ad inizio anni ‘80 e nasce questa nuova struttura, che è diventata la vostra fortezza. 

“La svolta arrivò nell’83, quando ci tolsero il campo Berti. E qui, devo ammetterlo, Berlinguer mi aiutò molto per la prima e unica volta in vita sua. Telefonai al demanio direttamente dal suo ufficio e venne fuori questa possibilità”.

Un nuovo capitolo di una grande storia. 

“Quella del Tor di Quinto è una storia complessa. Dal 1945/46 abbiamo cambiato tantissime denominazioni, anche per esigenze di sponsor. In seguito siamo stati affiancati da marchi storici, come L’Unità o Emergency. Quest’ultima fu una collaborazione nata dalle Coppe Disciplina vinte. A Tor di Quinto erano tutti buoni, solo io avevo un caratteraccio”.

Che ti è costato anche una radiazione. 

“Due episodi mi fanno sorridere se ripenso a quella storia, soprattutto alla mia riabilitazione. La prima è che non più di un mese prima dell’atto di clemenza i massimi dirigenti del calcio laziale erano qui da me, spiegandomi perché non sarei potuto essere riabilitato. La seconda la faccia di tutti gli elettori bulgari senza orecchie, bocca e naso quando l’allora Commissario Pancalli comunicò la sua decisione all’Hilton di Fiumicino”.

Non hai mai dato tanto peso alle squalifiche. 

“A me basta che mi fanno seguire la Juniores. Essere squalificati come me, a settanta anni, cosa cambia?”.

La Juniores: da dove nasce questa grande passione? 

“Forse perché di spirito, e non solo, sono rimasto a quell’età, non sono più cresciuto. La voglia di fare è sempre la stessa e quello è stato il periodo più bello della mia vita”.

E’ stata la categoria che ti ha dato maggiori soddisfazioni, forse quella che suscitato più invidie nei tuoi confronti.

“A volte penso che per essere invidiosi di uno come me, bisogna essere stronzi. Ho perso una moglie prestissimo, un figlio giovane, nessuno tiene conto di quello che ho passato e pensano piuttosto a quello che ho vinto sul campo”.

In tanti, però, ti sono stati vicini. 

“Sì, alcuni sì. Ma non è stato un momento semplice”.

Il saluto a Paolo, l’addio di Guarracino: in molti hanno pensato che mollassi. 

“Mi è dispiaciuto passare per un uomo debole, ma il Tor di Quinto ormai non era più mio: comandava Paolo, lo gestiva lui. Io mi divertivo, magari anche a criticare, ma quando è morto mio figlio mi sono ritrovato in un meccanismo quasi sconosciuto. Il centro sportivo è stato invaso da personaggi che non voglio nemmeno nominare, due squadre intere sono andate via, cosa che da noi non era mai accaduta, ma non me la prendo con i ragazzini. Prendere in giro le persone è facile, figuriamoci un giovane di quindici anni”. 

Ti sei sentito tradito? 

“Nessuno si preoccupava di me come uomo che soffriva, nessuno pensava a me come ad un padre. Forse hanno creduto che non volessi bene a mio figlio, non lo so. C’è stato un fuggi fuggi, il dolore dovrebbe compattare, non allontanare. Di Guarracino invece non parlo. Abbiamo passato quattordici anni insieme e quello che penso preferisco tenerlo per me. Così come per Gianni Spallucci”.

Ma hai trovato la forza per ripartire, puntando anche su un eterno rivale come Carlo Conti. 

“Non è giusto parlare di rivali. Per me i rivali sono quelli che mi fanno le cose alle spalle, quando c’è limpidezza non ho problemi. Fiorentini e Perconti, per esempio, avrebbero dovuto farmi una telefonata: sapevano da dove arrivavano quei calciatori, sapevano cosa stava succedendo nella mia famiglia. Quando le paraculate prevalicano l’amicizia, non esiste più rapporto. Io una chiamata l’avrei fatta. Penso che sono circondati da cattivi consiglieri, persone con le quali non andrei neanche a prendere un caffè”.

Molte volte sei stato sottovalutato quando messo a confronto con Vittorio e Paolo. 

“Questo la dice lunga sull’ignoranza delle persone. Per spiegarmi meglio vi racconto un episodi. Quando Fidel Castro venne a Roma e mi accolse all’Hilton, il capo della Digos mi chiese come era possibile che una persona inavvicinabile mi ricevesse. Semplicemente perché sono sempre stata una persona a posto, sono stato ricevuto da Gorbaciov, da Arafat, perché ho sempre dimostrato una grande integrità morale. Eppure c’è la percezione di avere a che fare con un bandito. Detto questo non voglio cambiare la percezione dell’immaginario popolare, quello non devi mai contestarlo, ma posso dire di essere stato almeno dieci volte più bravo di mio padre e perlomeno come mio figlio”.

Dopo la perdita di Paolo sono rimasto molto colpito dal tuo discorso il giorno del funerale. Lo hai paragonato agli eroi della tua adolescenza. 

“Vedete, tante cose di mio figlio le ho scoperte dopo, leggendo quello che avete scritto, dopo aver ricevuto richieste per potergli intitolare trofei, concerti e album musicali. Ho scoperto un ragazzo dal pudore meraviglioso, Paolo poteva permettersi tutto, ma non ha mai voluto nulla, aveva ideologie vere. Anche le dimensioni dei funerali mi hanno lasciato perplesso, sarebbe stato banale dire che mi sarebbe mancato e che gli volevo bene. Non ho perso un figlio, ma la creazione più bella della mia vita”.

A chi sarà affidato il futuro rossoblu?

“Lorenzo è un bravissimo ragazzo, ha lo stesso carattere dello zio. Riccardo invece è più simile a me ed ha una dote fondamentale: è un grande tifoso del Tor di Quinto, nonostante abbia quattordici anni ha già un grande senso di appartenenza e impara in fretta. Sono tranquillo, anche perché non sono soli”.

La risposta migliore a chi aveva sollevato dei dubbi sono le attuali classifiche delle giovanili. 

“Ho sentito tante stupidaggini di persone che aprono bocca solo per dare fiato. Da quel giorno sono scomparse tante realtà, ma il Tor di Quinto è sempre qui. Questo perché siamo protetti. Prima di tutto da chi sta lassù, poi da uomini veri, come Marra, Tafani, Pezzali, Losito, Conti, Di Marco, Moretti. Ma anche le mie figlie, mia moglie Patrizia e i nostri ragazzi: Commini, Ciavarro, Cruz solo per citarne alcuni. Non nascondo di aver pensato a vendere, ma quando a casa ho illustrato questa ipotesi nessuno era d’accordo. Tra trent’anni saremo ancora ai vertici, potete starne certi”.

Ancora con Testa al comando? 

“No, a cento anni non mi va di arrivarci. Ma non vi preoccupate, prima di levarmi di torno sparo i fuochi d’artificio”

Massimo Testa e il Tor di Quinto: una storia irripetibile. Eccolo l’aggettivo giusto.