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Di come Renzi si prese il Pd romano dopo il terremoto di Mafia Capitale

Dopo numerosi tentativi, il Premier sembra essere riuscito a rottamare il gruppo romano. Intanto i rapporti con il Sindaco Marino, nonostante la solidarietà, non migliorano e dal Pd coltivano l’idea di elezioni anticipate



Ignazio Marino (Foto © Gazzetta Regionale)Ci aveva provato, si era interessato in prima persona, ma nulla. Poi è arrivata l’inchiesta di inizio dicembre, quel terremoto che coinvolge il Mondo di Mezzo, ma anche, e soprattutto, quello della politica. Così sotto la bandiera del nuovo corso - leggasi commissariamento – Matteo Renzi è riuscito ad annettere sotto la sua influenza anche l’area romana del Pd: il cuore del partito certo, ma non solo. L’area che adesso fa capo a Matteo Orfini – esponente, non a caso, romano - era rimasta l’unica parte del gruppo Dem a mantenersi staccata e indipendente dalla influenza di quel “cerchio del Giglio” che fa capo al Presidente del Consiglio: nessun diktat, niente nomi, ma soprattutto nessuna linea da seguire. Nell’universo renziano dove il partito non sembra avere rivali, gli uomini sono scelti dal presidente e le indicazioni arrivano da Firenze, Roma restava l’unico Comune ad non essersi adeguato al nuovo corso. E se tutte le strade portano a Roma, quelle della contestazione interna portano al Sindaco. 


Ignazio Marino e Matteo RenziIl difficile rapporto con il Sindaco. A Marino, il gruppo dirigente contesta quasi tutto: incapacità amministrativa, inadeguatezza nel dialogo interno al partito, ma soprattutto un percorso separato e opposto da quello che è il nuovo trend renziano. Scelte che passano dalle nomine dei membri di giunta, a quelle di dirigenti e funzionari lontani dallo status quo della comunicazione innovata, o meglio “rottamata” dopo la Leopolda. Che il rapporto fra Sindaco e Premier fosse quantomeno complicato lo si era avvertito già ai tempi del “Salva Roma” e dal rimprovero “le preoccupazioni di Marino sono comprensibili, il tono che ha usato assolutamente no” usato da Renzi per rispondere con un richiamo ufficiale al “blocco la città” minacciato dal Primo Cittadino romano. Una liaison non certo idilliaca, che segna il punto di rottura con l’uscita del sondaggio sul Sindaco: popolarità al minimo storico, romani insoddisfatti e idea di anticipare le elezioni. Poi la notizia che quel sondaggio era stato commissionato dall’interno: una indicazione che ha ribaltato le conseguenze teorizzate, e invece delle dimissioni di Marino, sono arrivate quelle di Francesco D’Ausilio, capogruppo del partito in Campidoglio. Non solo. Perché D’Ausilio, nella corrente che unisce Zingaretti – unica alternativa interna all’attuale Premier – a quella di Renzi, era visto come il giusto punto d’accordo che avrebbe potuto unire le due anime maggioritarie romane, prendendo in carico le chiavi del partito cittadino. Nulla di fatto.


Da Cosentino a Orfini. Il momento giusto per entrare all’interno del partito romano è arrivato, alla fine, con l’inchiesta “Mondo di Mezzo”. Di fronte alla mafia le regole del gioco saltano, servono misure urgenti ed efficaci per “fare pulizia”, con interventi che mirino ad evitare che si trovi – parole di Renzi - “la carta di uscita gratis di prigione come nel Monopoli”. E allora – come nel gioco - si torna al via, partendo con nuovi giocatori. Fuori Lionello Cosentino, ex storico segretario cittadino, dentro Matteo Orfini, Presidente del Pd, e ora commissario del partito con il compito, fra l’altro, di “uccidere le correnti”. Un incarico non facile in una città ancora divisa fra rutelliani, gentiloniani, zingarettiani, franceschiniani, dalemiani e veltroniani. Così il redde rationem – inevitabile – ribalta di colpo le posizioni e gli influencer romani, portando di colpo l’aria renziana in via delle Sette Chiese, grazie all’inchiesta della magistratura romana. 


Il prefetto Pecoraro#Ignaziostaisereno. Intanto Ignazio Marino risale nei sondaggi e sembra essersi ripreso il titolo di Sindaco dei romani: quel marziano che prima era il solo responsabile del tracollo della città, fra Panda e Tor Sapienza, ora è divenuto simbolo di una Roma che vuole ripartire lontano da malaffare e tangenti. Nel Pd però le acque sono tutt’altro che chete. Sotto la calma apparente, gli scontenti della gestione Marino sono molti. Se alcuni esponenti di partito come David Sassoli non ne fanno mistero – “Ormai solo due romani su dieci approvano #Marino. L'arroganza non è un sistema di governo” così scriveva sul proprio profilo Twitter dopo il sondaggio sulla popolarità del Sindaco – la stretta cerchia intorno al chirurgo genovese deve fare i conti con le intenzioni di Palazzo Chigi. Se si dovesse andare alle elezioni primaverili, Renzi vorrebbe sfruttare il volano delle nazionali per confermare la poltrona romana, ma con un altro candidato. Uno stravolgimento difficile da immaginare, ma neanche lontano dalla realtà, dicono dal Campidoglio. Così garante di Marino diventa quel Prefetto Pecoraro che nonostante le frizioni – ancora in atto come riporta Michele Arnese su “Formiche” – è l’ago della bilancia che regge gli equilibri dello scioglimento “per mafia” del Comune di Roma, con un pool, il suo, che tuttavia deve e vuole “capire se c’è una continuità delle infiltrazioni mafiose tra la passata e l’attuale giunta”. Tutto sommato quindi #Ignaziostaisereno. Ma non troppo.