Notizie

"Dio è sportivo": il Cardinal Ravasi incanta la LUMSA

L'intervento del Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che, in occasione del convegno "Nel cuore dello sport", spazia tra testi orientali e religiosi: "Esiste una dimensione dove lo sport può trasmettere valori religiosi"



Cardinal Gianfranco Ravasi © family2012.comCi sono situazioni in cui scrivere un articolo è molto meno complicato del solito. Sono quelle occasioni in cui ti trovi di fronte ad un evento eccezionale, ad un'impresa sportiva dai contorni epici, ad un episodio che scuote in maniera perentoria l'opinione pubblica. Le parole vengono da sole, trascinate dall'emozionalità del momento, e il pezzo è servito. Lo stesso accade, in quei casi sempre più straordinari, quando di fronte a te trovi un interlocutore speciale. Un personaggio unico, con cui le domande non servono, i ritocchi alle dichiarazioni non hanno motivo di esistere. Il Cardinale Gianfranco Ravasi è uno di questi. Basta sedersi, ascoltare e trascrivere: quando avrà finito di parlare ti accorgerai di essere cresciuto. Umanamente e culturalmente, come è accaduto alla fortunata platea che ha avuto modo di assistere al suo intervento alla LUMSA durante il convegno “Nel cuore dello Sport. Se l'educazione fa centro”. Descriverlo? Impossibile, nessun aggettivo renderebbe merito a quanto udito. Così ci affidiamo alla semplice trascrizione letterale, perché ogni commento risulterebbe superfluo. Un meraviglioso parallelismo tra gioco, arte, sport, vita e religione che vi lasciamo raccontare dalle sue parole.

“Dio è sportivo” Tre semplici vocaboli che cambiano improvvisamente il corso della tavola rotonda organizzata presso la sede di via di Porta Castello. E' questo il passaggio chiave del discorso del Cardinale che aveva esordito con la citazione dell'autore orientale Kazuko Okakura, un brano tratto da “Lo Zen e la cerimonia del tè”: “L'uomo primordiale trascese la propria condizione di bruto offrendo la prima ghirlanda alla sua fanciulla. Elevandosi al di sopra dei bisogni naturali primitivi, egli si fece umano. Quando intuì l'uso che si poteva fare dell'inutile, l'uomo fece il suo ingresso nel regno dell'arte”. Questa, secondo Ravasi, è “forse la spiegazione della reale evoluzione dell'uomo che mette da parte i suoi istinti primordiali. Molte volte si spiega attraverso il mutamento fisico, invece magari sta tutto qui. Il gioco è fratello dell'arte e per molti aspetti anche della religione. Se voglio rappresentare Dio devo partire da me stesso e portarlo verso l'eterno. Dio, quando crea, gioca. Quando vede qualcosa che esce dalle sue mani dice che è bello. Quando crea l'uomo dice che è bellissimo. Viene rappresentato come un artista che si abbandona a se stesso”. Una testimonianza di questo «gioco divino» sta nel libro dei proverbi, che Ravasi cita immediatamente dopo: “E' un canto bellissimo, che parla di un Dio creatore che gioca e si diverte. Dio gioca, è uno sportivo”.

Cardinal Gianfranco Ravasi © abc.netL'antropologia e il gioco “Il lavoro è una delle espressioni fondamentali di questo gioco – continua il Cardinale – Quando l'uomo è stato posto da Dio sulla terra per custodirla, ha scoperto presto che per realizzarsi deve creare, altrimenti si deprime, non sa cosa farsene delle sue ore. Primo Levi, nel suo romanzo la Chiave a Stella, recita: «l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra». Vorrei ricordare anche un altro passo della Bibbia. Quando gli ebrei esortano il faraone a liberarli, Mosé chiede di lasciar partire il suo popolo per celebrare una festa nel deserto. Perché se si è schiavi non si può giocare”. Uno sport che nei testi cristiani appare prestissimo: “Uno dei primi sportivi è stato San Paolo, che in un passo della prima lettera ai Corinzi scrive «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato». Un linguaggio tecnico quello usato dal patrono di Roma, perché «trattare duramente il mio corpo» significa letteralmente colpire sotto gli occhi. Viene rappresentata una dimensione che vede nello sport la possibilità di trasmettere valori religiosi”.

La chiusura L'intervento di Ravasi si avvia alla conclusione: “Tutte le religioni considerano l'uomo libero, anche se non tutte in maniera autentica, quindi hanno il concetto del peccato. Non sta a me fare esempi di come il gioco spesso sfoci nel fanatismo, basti pensare che nei dizionari prima esisteva la ludoterapia, ora c'è la ludopatia. La libertà che diventa tifo, ma tifo frenetico. Una parola che nella sua concezione originaria aveva un'accezione negativa: febbre che acceca il corpo e che al giorno d'oggi degenera nella violenza, nel doping e in tantissimi altri problemi”. Il finale è dedicato ad un testo di Lutero che “non brilla per essere una persona che amasse il divertimento, ma molto rigorosa e con un senso del peccato molto forte. Nelle mie ricerche ho trovato un testo dove immagina la vita eterna: «L’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le creature giocheranno anche loro, proveranno piacere immenso, una gioia lirica e giocheranno con te Signore e tu a loro volta riderai con loro, giocherai con loro”. Dio gioca, Dio è uno sportivo. Dopo aver ascoltato il Cardinal Ravasi, lo sappiamo anche noi.