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Categorie: Dilettanti - Giovanili - Nazionali

Fabio Capello ospite della Gazzetta Regionale: "Per risollevare il calcio serve un progetto, ma soprattutto le persone giuste. Giovanili? Alcuni allenatori andrebbero messi in prigione"

Il commissario tecnico della Russia parla per la prima volta dopo il Mondiale in Brasile: "Dobbiamo prendere esempio da Spagna e Germania e sviluppare un sistema adatto alle nostre caratteristiche. Ma se ogni due anni cambiamo..."



E' un Fabio Capello inedito, lontano dallo stress del Mondiale, lontano dai riflettori, lontano dalle tematiche che è solito trattare. Un Capello che parla di giovani, della mancanza di crescita dei nostri talenti e dell'incapacità di formarli. Dagli errori nel settore tecnico alla carenza di programmazione, che hanno danneggiato il nostro movimento ormai sempre più distante dalle altre big europee. La Gazzetta Regionale ospita, in via esclusiva, la prima intervista rilasciata dal commissario tecnico della Russia dopo la Coppa del Mondo. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo sul lungomare di Pantelleria dove è solito passare le sue vacanze. Davanti ad un caffè abbiamo analizzato l'argomento più caldo dell'estate: la crisi dei nostri vivai e i problemi da risolvere per rilanciare le sorti del calcio nazionale, reduce dalla disastrosa trasferta brasiliana.

Fabio Capello in esclusiva con la Gazzetta RegionaleMister, siamo in un momento delicato del calcio italiano: il tam tam è sempre lo stesso, ripartire dai settori giovanili. Siamo ad una possibile svolta culturale – sportiva?

“Il settore giovanile deve essere una grande fucina di giocatori e per fare questo bisogna insegnare più tecnica che tattica. Perché alla velocità a cui si gioca oggi ci vuole grande, grande tecnica. Questo è emerso chiaramente al Mondiale”. 

Invece?

“Invece mi capita di vedere allenatori che a bambini di dieci, undici anni, insegnano la tattica. Penso che questi personaggi andrebbero messi in prigione, perché ai piccoli devi insegnare la parte ludica facendo sì che migliorino nella tecnica. Ma siccome è molto più facile insegnare la tattica... Ecco il vero problema del settore giovanile”.

Altre problematiche dei nostri vivai?

“Intanto ci sono tantissimi stranieri e pochi di questi hanno fatto quel salto di qualità che ci si aspettava. Questo nonostante i settori giovanili italiani abbiano sempre fatto buonissime cose. Poi direi che è fondamentale puntare su allenatori che hanno passione e pagare bene quelli bravi per quello che producono. Se non vengono remunerati nel modo giusto cercano altre strade, poiché in questo settore normalmente non pagano molto. Parlo per esperienza personale, perché ho fatto sei anni di giovanili al Milan”.

Come si spiega questa mancanza di fiducia verso i talenti nostrani? 

“Troppe volte si predilige la parte fisica e non quella tecnica, si cerca la velocità e non l'intelligenza tecnico – tattica. Evidentemente queste scelte non hanno dato risultati”.

La Germania, per molti, è il modello da seguire, ma per arrivare a questi risultati è servito un percorso lungo e tanta pazienza: a suo modo di vedere è un progetto attuabile in Italia? C'è la mentalità giusta?

“Tutti i progetti sono attuabili, ma ci vuole la gente. Servono persone che seguano queste cose per anni, serve continuità. Se ogni due anni cambiamo, non creeremo mai nulla. Ci vuole una direttiva, un modo di pensare, una filosofia tecnico-tattica e lavorare su questa. Poi c'è anche un'altra verità: ci sono momenti in cui nascono talenti e altri momenti no. L'esempio più lampante è il Belgio: pochi anni fa era scomparso, ora ne ha diversi. Anche se, la nuda verità, è che in Italia non fanno giocare i giovani”.

E questo è un grosso problema...

“Grandissimo. Personalmente come allenatore della nazionale inglese ho fatto giocare dodici calciatori che orbitavano intorno ai venti anni. All'ultimo Mondiale ce n'era solo uno nuovo che io non avevo convocato. Una scelta dovuta al fatto che già giocavano in Premier League; da noi conoscete una squadra che schiera ragazzi di diciotto anni? Nessuna. Dei vicecampioni europei in Israele, per esempio, c'è solo Insigne che mi venga in mente”.

Da cosa può dipendere questa scelta?

“O gli allenatori delle prime squadre non hanno il coraggio, o non riescono a vedere il talento. Perché il talento lo vedi, anche se può sbagliare una o due partite. Mi ricordo un aneddoto, se volete ve lo racconto”.

Certo.

“Allenavo la Primavera del Milan ed eravamo impegnati in trasferta contro il Torino di Vatta. Nella mia squadra giocava Paolo Maldini che aveva sedici anni. Dopo il match mi raggiunge un mio collega, al tempo vice di Gigi Radice e mi chiede: ma tu fai giocare Maldini perché è il figlio di Cesare? Ho risposto che intanto mi stava offendendo e che ne avremmo riparlato presto. La stagione seguente era titolare in Serie A. Questo per dire che quando c'è il talento a sedici anni lo vedi e può giocare con calciatori di diciotto, diciannove. Quando sono andato al Real Madrid c'erano Raul e Guti diciannovenni e Victor appena maggiorenne: tutti titolari! In Italia quando vedi una cosa del genere? Mai”.

Il rincorrere modelli stranieri è davvero la strada migliore per uscire dalla crisi? Non ritiene sia più adatto creare un modello tutto nostro considerato che per decenni abbiamo rappresentato l'eccellenza europea?

“Bisogna copiare. Copiare dalla  Spagna, copiare dalla Germania, imparare e sviluppare un modello nostro a seconda delle caratteristiche che abbiamo. La Spagna per esempio la conosco bene, la loro è una filosofia di gioco fatta di passaggi, noi abbiamo altre caratteristiche. Bisogna saper mixare e creare un progetto”.

Proprio prendendo spunto dalla Spagna ultimamente si sente parlare molto delle squadre B. Lei ci ha lavorato: quanto e come migliorano i giovani?

“Dovrebbero essere assolutamente obbligatorie anche nel nostro paese. E' la squadra per permettere a chi ha diciotto anni di confrontarsi a un livello competitivo vero. Sfidano squadre di Serie B, che li impegnano in un modo totalmente diverso, quindi la crescita è diversa”.

E' un progetto esportabile in Italia, dove le pressioni sono decisamente diverse?

“Ma cosa volete farci? Noi siamo quelli della burocrazia, quelli che hanno difficoltà nel prendere decisioni, quelli che guardano nel proprio orto. Bisognerebbe creare un comitato ad hoc che decidesse per il bene del calcio”.

Molti ritengono che gli investimentisui giovani italiani siano limitati da una regolamentazione fiscale meno permissiva per i nostri club rispetto a quella presente negli altri paesi. Quanto questo influisce sul mercato interno e quanto favorisce la speculazione personale?

“Tutto... Influisce su tutto, favorisce tutto”.

Secondo lei quanto tempo bisogna pazientare, con una programmazione seria, per tornare ad essere il punto di riferimento del calcio europeo?

“Credo che dovrei riassumere tutto il discorso precedente: programmazione, lavoro, allenatori ben remunerati e soprattutto una società che creda in queste cose. A parole lo fanno tutti poi al momento dei fatti...”

Un'ultima domanda: se per ipotesi venisse chiamato in causa per dare il suo contributo ad una rinascita del movimento italiano, la prenderebbe in considerazione?

“No, ho altri problemi per la testa... Ho altri problemi (ride, ndr)”.