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Fabrizio Stazi: "Il Savio, la Roma e l'Urbetevere: vi racconto la mia storia"

Per la prima volta in assoluto, il dirigente dell'Urbetevere si racconta: dai suoi inizi come allenatore, passando per le tante vittorie, senza risparmiare qualche frecciatina...



Ho pensato a mille modi per come iniziare questo articolo. Una presentazione del personaggio? No, forse meglio una frase ad effetto. Poi, ragionandoci bene, ho preso una decisione. Questo articolo deve cominciare con tre suggerimenti: spegnete il telefono, mettetevi comodi da qualche parte e continuate la lettura. State per leggere una storia che mai nessuno ha raccontato. La storia di uno dei più importanti dirigenti e talent scout della nostra regione. Uno senza peli sulla lingua, che anche questa volta non le ha mandate a dire. Gentili lettori, tenetevi forti: state per entrare nel mondo di Fabrizio Stazi. Direttore, ti stavamo inseguendo da tanto e finalmente siamo riusciti a incastrarti…

Sei un personaggio sportivo molto importante, ma non ami parlare con la stampa vero?  

(Ride ndr) Ho sempre preferito evitare queste cose. Io sono una persona molto sincera, che dice quello che pensa e spesso si cade in polemica con qualcuno. E’ la prima volta che faccio questo tipo di intervista: non mi far pentire…”.

Fabrizio StaziSaremo buoni non ti preoccupare. Cominciamo dall’inizio: quando e dove comincia la tua carriera? 

“Avevo circa 33 anni. Ricordo che al termine di un torneo amatoriale un mio collega d’ufficio mi chiese di dargli una mano ad allenare i piccoli della Petriana. Io colsi l’occasione al volo ed è così che iniziai a fare l’allenatore”.

Abbiamo già trovato il primo colpo di scena allora. 

“Sì, è stata veramente una bella esperienza. Vinsi anche il campionato con i Giovanissimi Provinciali, classe 1982 e realizzammo il record di 22 vittorie su altrettante partite. E’ passata una vita…”.

Poi cosa successe? 

“Mi chiamò l’Aurelio Fiamme Azzurre, tramite Sandro Sensoli, e mi affidarono il gruppo degli Allievi Regionali. A metà stagione Sensoli decise di abbandonare la società e il Presidente mi propose di diventare direttore sportivo”. 

Come mai accettasti?  

“A me è sempre piaciuto questo tipo di lavoro. Già ai tempi andavo a vedere i giocatori in giro per i campi e praticamente la squadra me la facevo da solo. E’ stato quasi un passo naturale per la mia carriera. E vuoi sapere una cosa? Nonostante sia passato tanto tempo ancora oggi vengo preso in giro per il mio 3-5-2: un dogma per me”.

Così all’Aurelio iniziò la tua carriera da direttore sportivo. 

“Esatto, restai lì tre anni e ci togliemmo parecchie soddisfazioni. Ricordo che portammo tutte le squadre nei regionali (parliamo dei primi anni del 2000) e vincemmo il primo titolo ‘ufficiale’ della storia dell’Aurelio con gli Allievi Sperimentali: eliminammo il Savio in semifinale e poi il Tivoli nella finalissima”.

A distanza di quindici anni cosa è cambiato nel settore giovanile laziale? 

“Sicuramente il modo di vivere il calcio in generale: nel 2000 i ragazzi non sentivano troppo la pressione della promozione o della retrocessione, si esprimevano al massimo proprio perché venivano lasciati liberi. Adesso nelle categorie più basse è tutto troppo ‘agonistico’, un giovane di tredici anni ha già l’ansia da risultato: una cosa impensabile…”.

Stazi, Fiorentini e RubinacciFinita l’esperienza all’Aurelio arriva una delle società più importanti per te a livello professionale. 

“Sì, è il 2003 quando mi contattano Stefano Stigi e Paolo Fiorentini. Mi propongono di collaborare con loro e parte così l’avventura al Savio”.

I primi tempi non furono facilissimi vero? 

“Diciamo che il primo anno fu di ambientamento. Già il salto era notevole, ma anche logisticamente non era facile da gestire. Dopo le prime difficoltà però, le cose migliorarono e successe una cosa stranissima”. 

Ovvero? 

“Paolo Fiorentini nel 2004 diventa responsabile del settore giovanile della Cisco Roma e si porta come direttore sportivo proprio Stefano Stigi”.

Praticamente ti sei ritrovato in mano le chiavi del Savio. 

“Esattamente. Fiorentini mi lascia l’incarico di gestire il Savio. Per me comincia così una delle esperienza più importanti. E’ il 2004 e con l’aiuto di Alessandro Rubinacci e Mauro Carboni, tecnici di Giovanissimi e Allievi, vinciamo incredibilmente entrambi i titoli regionali. Finali disputate proprio sul campo dell’Urbetevere. Guarda un po’ il destino…”.

La stagione 2004-2005 entrò poi nella storia del club. 

“Già, poiché con gli Allievi di Carboni diventammo Campioni d’Italia battendo in finale il Montebelluna ai calci di rigore. Purtroppo i Giovanissimi, dopo esser diventati Campioni Regionali, non riuscirono a superare le semifinali della fase nazionale ma ricordo ancora oggi delle decisioni arbitrali molto discutibili”. 

Stazi FabrizioFatto sta che sotto la tua guida a Via Teanone sono arrivate di vittorie… 

“Qualche buon risultato in effetti è arrivato. Per tre anni consecutivi abbiamo portato in finale sia Allievi che Giovanissimi, vincendo quattro titoli regionali e perdendone due. Una contro la nostra bestia nera. Dico giusto qualche giocatore: Antei, Sini, Frascatore. Insomma, era quel Tor di Quinto classe 1991- 92. Senza questa squadra probabilmente avremmo fatto il bello e cattivo tempo”.

Anche in termini di trasferimenti avete ceduto parecchi giovani a squadre professioniste? 

“Sì, in quel periodo abbiamo ceduto tantissimi giocatori. Era una cosa incredibile, nel nostro settore giovanile, anche tra i più piccoli, cominciarono ad uscire fuori grandissimi gruppi. Se non sbaglio la Roma tra i nostri ’93 prese Sabelli, Falasca e Carboni. Ovviamente abbiamo avuto davvero dei grandi mister tra cui Alessandro Rubinacci, Mauro Carboni, Fabio Tabarretti, Cesidio Rufo, Valerio D’Andrea e Angelo Grande”.

Cosa rappresenta per te il presidente Fiorentini? 

“Paolo Fiorentini per me è come un padre. Ci rimase molto male quando gli comunicai il mio addio e dal quel giorno ho deciso di non rilasciare questo tipo di interviste proprio per evitare fraintendimenti”.

Ci puoi raccontare cosa è successo? 

“Era il 2010. Un giorno vado da Fiorentini e gli do il famoso preavviso. In sostanza gli comunico che l’anno successivo non sarei rimasto al Savio”.

Cosa c’era alla base di questa decisione? 

“In primis una questione di motivazioni. Dopo sette anni sentivo il bisogno di staccare, di cambiare. E poi, soprattutto, perché avevo un’alternativa molto valida: la Roma”.

Si dice che Paolo Fiorentini a questa notizia non ha reagito benissimo… 

 “Sicuramente è stata una separazione dolorosa da entrambe le parti: lui ci teneva molto a me e l’arrabbiatura è stata solo una conseguenza. Poi…”.

Poi? 

“Siamo nell’estate tra l’addio al Savio e il passaggio alla Roma. Mio figlio giocava nella Scuola Calcio dell’Urbetevere e a Giugno Alberto Rapone manda via il direttore sportivo e chiede a me di gestire momentaneamente il settore giovanile dell’Urbetevere. Io accetto perché al di là di mio figlio. Avevo un ottimo rapporto con Alberto e ho deciso di dargli una mano. Paolo Fiorentini si arrabbiò molto perché lo vide come un tradimento, ma io già sapevo di andare alla Roma a Settembre, ho fatto semplicemente un favore ad un amico. Con Paolo questa cosa l’abbiamo risolta con gli anni”.

Dell’esperienza in biancoblu c’è un episodio in particolare che porti nel cuore? 

“Ti racconto questa storia: è il mio primo anno di gestione del Savio, è la famosa stagione 2004-05. Doppia finale regionale, Giovanissimi e Allievi. Come di consueto, non seguo mai le finali, spengo proprio il telefono perché non voglio sapere nulla. Fatto sta che al fischio iniziale della prima partita dei Giovanissimi esco dall’ufficio e non so come finisco a vedere un torneo di bambini al campo della Spes Artiglio. Considera ero agitatissimo, però avevo paura di incontrare qualcuno che mi dicesse il parziale. Insomma, mi ritrovo a girare sul raccordo senza meta finché non raggiungo casa di mia madre”.

Deve essere stata una scena divertente… 

“E non finisce qui. Sono da mia madre, mi mfaccio una doccia, poi mi siedo e penso ‘dai ma desso accendo il telefono, ormai la partita dei Giovanissimi è finita’. Tempo dieci secondi e mi arriva un MMS con la foto della Coppa. Allora chiamo e mi passano Rubinacci che piangendo mi dice che ce l’hanno fatta”.

Una grande emozione. 

“Sì, ma a metà. Perché nel frattempo era cominciata la finale degli Allievi, dove partivamo favoritissimi contro l’Axa. Rubinacci mi fa: ‘Stiamo pareggiando 1-1’. Al che, spengo immediatamente il telefono e mi ritrovo al campo del Savio. Ovviamente non c’era nessuno perché erano tutti alla finale. Decido quindi di andare al campo della Cisco, che era accanto, e da lontano vedo seduti al bar Paolo Fiorentini e Stefano Stigi. Ormai la partita doveva essere terminata, mi avvicino molto lentamente e Stigi mi dice: ‘Caldo eh’, con un mezzo sorrisino. Io guardo Paolo e gli chiedo: ‘Abbiamo vinto con tutte e due?’. Quello è un momento che porterò per sempre con me, perché Fiorentini si alza, scoppia a piangere e mi viene ad abbracciare”. 

Fabrizio Stazi e Andrea StramaccioniSi era creato un forte legame tra voi. Con rammarico, ma le strade si dividono e a settembre del 2010 approdi alla Roma. 

“Puoi immaginare che negli anni al Savio cominciai a ‘duellare’ con la Romulea. Nacque un bel rapporto soprattutto con Andrea Stramaccioni, con il quale persi una finale con il gruppo degli ’89. Il ricongiungimento con Andrea arriva tramite Bruno Conti e, appunto, la Roma”.

Che ci dici di questa esperienza? 

“Partiamo dal presupposto che arrivai alla Roma lo stesso anno in cui venne chiamato anche Marco Albergati dalla Tor Tre Teste: puoi immaginare… (ride ndr). Battute a parte, inizialmente, così come al Savio, incontrai qualche difficoltà, soprattutto perché mi resi conto che non potevo fare le cose a modo mio, come ero abituato. Lì dovevi rendere conto a molte persone e questo un po’ mi frenava. Piano piano però ho superato queste difficoltà e ho vissuto davvero una grande esperienza. In quella stagione, tra l’altro, prendemmo Daniele Verde dal Pigna Calcio…”.

In molti pensano che il grande salto in prima squadra sia molto più facile alla Roma piuttosto  che alla Lazio…

“Questo è sicuro. Il motivo è molto semplice: la Roma lavora moltissimo nelle fasce basse. Noi facevamo tanto reclutamento, quindi magari è più facile trovare giocatori di talento che poi ti ritrovi in futuro. Attenzione però, ciò non toglie che oggi come oggi arrivare in prima squadra è difficile dappertutto. Nessuno ti dà una chance. Verde è un grande giocatore, ma se la Roma non si fosse trovata in emergenza totale, secondo te avrebbe esordito?”.

In effetti… Direttore c’è un talento che invece rimpiangi? 

“Manolo Gabbiadini. Lo vidi al Viareggio nell’Atalanta e feci una grande relazione su di lui, ma la Roma non ne fece una priorità”.

Ormai sono passati alcuni anni dal tuo addio ai giallorossi: c’è qualcosa che tutt’ora non ti piace di questo settore giovanile? 

“La cosa che forse mi lascia più perplesso è la Primavera. Prima, quando Bruno Conti gestiva tutto, la Primavera era composta non solo da giocatori esclusivamente italiani, bensì romani. Questo perché il nostro bacino è talmente ampio che neanche ci rendiamo conto. Adesso si vedono tantissimi ragazzi stranieri, in alcuni casi addirittura non riusciamo ad attribuirgli ufficialmente un’età. Poi per carità, io non ho niente contro di loro. Ricordo però che ci sono squadre che hanno vinto campionati regionali con questo tipo di giocatori…”.

Ti riferisci alla Vigor Perconti e più nello specifico a Minala? 

“Minala, come i due Bamba. Ci metto anche il mio Gavrila. Non si possono spostare così tanto gli equilibri di un campionato quando non si conosce l’età di un giocatore. Ma questo è solo uno dei tanti problemi del nostro settore giovanile e la cosa più triste è che gente a capo di comitati regionali/provinciali non fa assolutamente nulla, anzi fa finta di non vedere. Ne parliamo tanto, ma ci sono alcuni impianti che sono a dir poco pericolosi. Poi quando ci scappa il morto allora tutti si attivano, misure di sicurezza eccetera. A mio parere bisognerebbe prevenire ma, ripeto, c’è chi fa finta non vedere”.

Mi sembra di capire che sei leggermente polemico con la Lega Nazionale Dilettanti. 

“Io sono molto critico, spesso mi ferma il presidente Rapone. Non parlo a vanvera, chi vive in questo mondo sa bene i problemi che affliggono il nostro calcio giovanile. Visite mediche rilasciate da non si sa chi, corsi di aggiornamenti pressoché nulli. E’ impensabile che non ci siano corsi di formazione per la figura del Segretario, fondamentale per ogni società visto che spesso si trova a maneggiare carte federali, tesseramenti. Si lascia tutto al caso, al faccendiere di turno. Per non parlare poi delle Rappresentative, che ormai rasentano il ridicolo. Vengono piazzati allenatori che hanno pochissima conoscenza dei giocatori che convocano. A noi hanno chiamato ragazzi infortunati da più di due mesi o che addirittura giocavano pochissimo: questa sarebbe meritocrazia?”.

Ci vorrebbero idee nuove. 

“Sì, ma in Federazione ci sono solo persone sopra i settant’anni. Le nuove idee non vengono accettate. Le persone che potrebbero cambiare il nostro calcio ci sono, ma a qualcuno evidentemente non interessa. C’è molto clientelismo, questa è l’amara verità”.

Tornando alla Roma, cosa ti ha spinto ad andare via? 

“Mi sono semplicemente reso conto che il gioco non valeva la candela, anche dal punto di vista economico. Ho dovuto fare due conti con la mia famiglia e ho preferito andare via”.

Rapone, Stazi e CicchettiApprodi all’Urbetevere, ma poco prima succede una cosa molto particolare... (ride ndr)

“Già. La scena è stata molto divertente. Siamo nel 2012, mi chiama Paolo Fiorentini e una sera mi ritrovo a cena seduto ad un tavolo con il Presidente, la mia segretaria di fiducia, e amica, Teresa, Rubinacci e Marco Canestro. Il tema centrale puoi immaginarlo, ma ho preferito declinare semplicemente perché sentivo di aver concluso un ciclo in biancoblu”.

Nella stagione 2012-13 ti dividi tra due società giusto? 

“Esatto, da una parte collaboravo con la Roma Team, una società affiliata alla Roma, che disputava soltanto campionato provinciali e dall’altra c’era l’Urbetevere.Nei primi di settembre del 2012, infatti, mi chiama Alberto Rapone, mi chiede di diventare il nuovo direttore generale del club e io accetto”.

L’Urbetevere è una società molto blasonata, manda tanti giocatori nel professionismo sacrificando spesso i risultati sul campo. Come mai questa scelta? 

“Ci sono società che vincolano, società che addirittura pagano i calciatori e vincono trofei. Noi abbiamo preso una strada differente. I giocatori qui, oltre ad essere liberi, sanno che se c’è impegno c’è una possibilità di arrivare nei professionisti. Poi, è vero, magari perdiamo le finali ma non ce ne facciamo un problema, questo rimane un ambiente sereno. Merito ovviamente di chi lo gestisce: oltre a Rapone penso anche a Claudio Cicchetti, persona squisita e sincera che reputo fondamentale proprio per questo aspetto”.

Successivamente abbandoni la pista Roma Team e al contempo nasce il progetto Dabliu Soccer Accademy. 

“Sì, vengo chiamato da Ugo Panbianchi e accetto di organizzare una nuova scuola calcio sulle ceneri della Lazio, che era appena andata via. Grazie all’aiuto e all’affiliazione alla A.S. Roma tramite il mio amico Bruno Conti, siamo partiti da 200 iscritti e dopo tre anni abbiamo superato i 400: numeri che ripagano il nostro impegno quotidiano”.

Tu hai lavorato con due grandi presidenti, ovvero Paolo Fiorentini e Alberto Rapone: due persone completamente opposte. 

“Come non essere d’accordo. Da una parte Paolo, persona vulcanica e istintiva, dall’altra Alberto che è esattamente l’opposto: pacato, riflessivo. La gestione dell’equilibrio finanziario del club è forse il fattore che li accomuna anche se in generale Urbetevere e Savio vivono il calcio in modo differente”.

Se non ci fosse l’Urbetevere in quale società lavorerebbe Fabrizio Stazi? 

“Probabilmente mi terrei soltanto il Dabliu. Non lavorerei per altre squadre blasonate come Vigor Perconti o Tor di Quinto semplicemente perché ho bisogno di essere autonomo, Maurizio Perconti e Massimo Testa gestiscono tutto molto bene”. E la Tor Tre Teste? “Non mi piace. Hanno un modo di fare troppo presuntuoso per i miei gusti”.

Direttore è l’ultima domanda e ci aspettiamo massima sincerità: qual è il sogno nel cassetto di Fabrizio Stazi? 

“Bella domanda… La mia scommessa, il tassello finale della mia carriera, sarebbe quella di andare in una società come la Lazio e avere tre anni per rifondare tutto. Mi sembra assurdo che nel Lazio ci sia soltanto la Roma. Poi, ovviamente, se mi chiama Andrea Stramaccioni, che te lo dico a fare, volo a Udine...”. (ride, ndr)