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Categorie: Dilettanti - Eccellenza

Gabriele Ziantoni "Per il bomber Flavio Gagliardini"

Il giornalista di Tele Radio Stereo ci racconta la storia di una giornata di calcio vissuta al Fattori di Civitavecchia con l'attaccante nerazzurro protagonista



Lo so. Ho accumulato abbastanza anni, momenti di silenzio e attimi di smarrimento per non sapere come funziona il gioco. Si dice di ogni persona che se ne va, lasciando qualcuno a piangerlo. Dal bandito al santo. Dall’assassino al padre amorevole. Da morti, tutti vengono ricordati molto meglio di come sono stati in vita. Funziona così da sempre e ormai nemmeno ce ne stupiamo più. Ci siamo tramandati per anni Edgar Lee Master e il suo “Spoon River”. I suoi meravigliosi epitaffi di sconosciuti, cantati poi anche da De Andrè, che ci raccontavano di malati di cuore innamorati, pazzi, rivoluzionari e oculisti visionari. Lo so bene e non ho bisogno di nessuno che me lo spieghi. 

Ma mai come questa volta tutte le cose che ho sentito e letto su Flavio Gagliardini mi sono sembrate così vere. Lui era veramente come lo raccontano tutti quelli che lo hanno conosciuto. Un bravo ragazzo, spontaneo, per bene. Un’anima felice e sorridente che tutti dovrebbero avere la fortuna di incontrare anche una sola volta nella vita. La stessa, la mia, che in un certo senso, lui ha contribuito a cambiare. E ora vi spiego perché. 


Flavio GagliardiniAmicizia: parola troppo grande A volte non ce ne accorgiamo, ma anche i minimi cambiamenti che avvengono nelle nostre esistenze dipendono da interventi di emeriti sconosciuti che ricorderemo per sempre. Il ragazzo senza volto che vedi piangere in mezzo alla strada che ti spinge a prendere una determinata decisione, l’impresa sportiva di un atleta che ti dà la forza per continuare a credere in qualcosa, le parole di uno scrittore o di un cantante che sembra ti sgorgano dal petto e ti spiegano, in quel momento, di cosa piange il tuo cuore. Flavio ha significato questo per me. E mi dispiace che se ne sia andato senza saperlo. Amicizia è una parola grossa. Lo impari disinfettandoti le ferite che le spine di chi sembrava volerti abbracciare e proteggere ti ha lasciato sulla pelle. E finché sono superficiali chi se ne importa: ci soffi sopra per non sentire il dolore come faceva tua mamma quando eri piccolo e torni a giocare in cortile. Quando ti tagliano l’anima diventa più complicato, ma questa è un’altra storia. Flavio, pur non essendo mio amico, è entrato nella mia vita nel momento esatto in cui era necessario. Quando, nell’età di mezzo in cui non sei più un adolescente ma ancora troppo lontano dall’essere adulto, devi scegliere quale sarà la tua strada per il resto dei tuoi giorni.E allora procedi a tentativi, come in una stanza buia, ti lasci trasportare dagli eventi, seguendo la via che sembra maggiormente luminosa. Ecco: è anche per Gagliardini se ora, a distanza di quasi dieci anni, campo delle mie parole. Vivo facendo il giornalista. 


6 Aprile 2008. Ero tanto emozionato quella mattina Talmente tanto da costringere il mio compagno di trasferte (Diego Cavaliere), a svegliarsi all’alba per raggiungere Civitavecchia. Non ricordo bene, ma credo che arrivammo allo stadio probabilmente prima dell’arbitro. E per l’impazienza di montare la telecamera a bordo campo, ci dimenticammo di prendere il “sacro” caffè. Ce lo offrì un simpatico tifoso della Vecchia, passandoci il bicchierino attraverso i buchi della rete, divertito dall’atteggiamento di questi due matti che sembravano tanto confusi, quanto invasati. Eravamo solo tanto felici. Una felicità che, in seguito, ho provato poche altre volte.

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Intanto il “Fattori” ribolliva. Lo sentivo tutto intorno a me, come l’odore della salsedine e del mare che in parte circondava lo stadio. E noi esplodevamo di responsabilità: era la prima volta che l’attrezzatura della WebTv, inaugurata solo qualche settimana prima, usciva dalla redazione. E per un servizio che non era ben visto da tutti. Alla fine noi lavoravamo in un giornale: che senso aveva realizzare un video, con tanto di interviste e immagini dei gol? Solo lavoro in più a detta di tanti colleghi.Per me e Diego non era un problema: eravamo concentrati come fossimo a Wembley per una finale di Champions League. Il mio primo campionato di Eccellenza, il primo da commentatore a 24 anni, era ormai agli sgoccioli. Il Civitavecchia lo aveva dominato dalla prima all’ultima giornata e io, in barba alla deontologia, alla fine mi ero ritrovato a tifare per i ragazzi di mister Paolo Caputo, lo stratega dai modi burberi. Mi ero ritrovato a trepidare per il “Barone” Baroncini, il portiere para rigori, per il cameriere goleador Giampaolo De Luca, detto JeanPaul, una sorta di Ibrahimovic del calcio regionale, capace di vincere dieci campionati per dieci anni consecutivi. Per il “bello” Saso Brunetti, al quale un arbitro, una volta, canto “Tanti auguri a te” nel bel mezzo di una rimessa dal fondo per festeggiarne il compleanno. 


Per il bomber Flavio Gagliardini. L’enorme ottimismo che da sempre alberga in me, mi aveva, comunque, convinto che il viaggio fino a Civitavecchia si sarebbe rivelato un buco nell’acqua. Per essere promossa matematicamente in Serie D e dunque per poter realizzare il nostro servizio tv, la Vecchia avrebbe dovuto vincere. E ti pareva che il Cecchina (l’avversario di giornata) non l’avrebbe fermata proprio sul traguardo, vanificando il loro e il nostro lavoro?Non accadde. In realtà non ci fu nemmeno il tempo per pensarci: perché dopo 60 secondi Gagliardini aveva già spaccato la rete. Ricordo che, esultando, mi passò accanto: braccia larghe e denti stretti come in un ghigno. Non un urlo, una frase, un lamento, niente. Correva e basta, seguito da una scia di compagni, con l’unico intento di andarsi a prendere l’abbraccio dei tifosi. Avvertii con chiarezza tutta la sua forza, i suoi muscoli tesi, la potenza. Ricordo che ebbi anche un po’ di paura e di riflesso il mio pensiero solidarizzò verso gli avversari che ogni domenica dovevano vivere la brutta esperienza di ritrovarselo in area.  Mi sembrò irraggiungibile. Statuario. Invincibile.Chiaramente, come tutti, non lo era. Martedì ci ha lasciato, a soli 35 anni, facendo proprio quello che più amava nella vita. Uno sport che prima o poi, per tutti, diventa una passione nel vero senso del termine. Una droga. Una dipendenza. Giocare a calcio. Per la cronaca, e anche per i più curiosi, la gara finì 2-0: Baroncini parò un calcio di rigore, mentre io girato di spalle bestemmiavo non avendo il coraggio di guardare e Diego ridendo gridava: “L’ha presa! L’ha presa!”. Qualche minuto più tardi Brunetti servì in area JeanPaul: gioco-partita-incontro. La festa esplose e una parte della mia vita, per una volta, sembrò più semplice. 

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Ciao Bomber Non voglio che qualcuno mi fraintenda: torno a scrivere su un giornale regionale a distanza di quasi cinque anni dall’ultima volta, non per ricordare Flavio. Non ne avrei il diritto. Lo faccio per provare a ricordare qualcosa a me e a chi ha avuto la pazienza di seguirmi fino a questo punto. E se anche il pensiero appare dei più retorici e scontati, sento l’urgenza di condividerlo con qualcuno, sapendo fin dal principio di non essere in grado di spiegarlo a parole. Diamo importanza a tutte le cose che abbiamo accanto, a ogni momento che viviamo, anche quello che ci appare il peggiore, perché è certo che tra pochissimo, anche solo un giorno, torneremo a pensarci e a rimpiangerlo.  

Per questo motivo non voglio dimenticare Flavio e quella parte della mia vita, in cui le frustrazioni sembravano più delle soddisfazioni e così non era. Lo voglio ricordare mentre corre per bagnarsi della gioia dei suoi tifosi. Braccia larghe e anima in tumulto. Denti stretti e muscoli tesi. In volo verso un luogo al di là del bene e del male, dove non esistono giudizi, morali e perbenismi. Dove il passato e il futuro sono concetti sconosciuti e tutto è un infinito presente. Voglio pensarlo così. E soprattutto non dimenticarlo.  Ciao Bomber 


Ps. Chiudere con questa vena di tristezza, però, non mi piace. Per cui voglio rendervi partecipi di un piccolo particolare divertente che mi è appena venuto in mente. Qualche mese dopo la festa della promozione in Serie D della Vecchia, sempre con Diego, a Zurigo, incrociammo Flavio. Eravamo nel settore azzurro del “Letzigrund” lo stadio che ospitava il secondo match dell’Italia con avversaria la Romania. Al 90’ la partita era ferma sull’1-1 e noi eravamo talmente tanto presi dalla gara, da non accorgerci che il ragazzo due seggiolini sotto di noi, era proprio Flavio! “Ah Gagliardì!”, urlai, “Entra in campo te che la vinciamo!”. Lui ci guardò e sorrise. “Chi sono quei due?”, gli chiese la ragazza che aveva accanto. “Ma che ne so!” rispose.