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Ignazio Marino, i tratti della sua comunicazione politica e il mancato dialogo con i romani

Dal pieno di voti alle elezioni del 2013, fino al momento di crisi attuale, i passi e le scelte che hanno fatto del Sindaco un moderno Cola di Rienzo



"Dormi bene questa sera che per i prossimi cinque anni non potrai". Se è vero - come è vero - che Matteo Renzi aveva inviato questo sms a Ignazio Marino la sera prima della sua proclamazione a Sindaco di Roma, è anche vero che la profezia del Primo Ministro si è rivelata esatta. Perchè se nella frase renziana il senso delle parole usate era volto al futuro impegno che spettava al Primo Cittadino romano, ora l'interpretazione accettabile sa di premonizione alla Cassandra. Da quel giugno di due anni fa infatti Marino, di notti di sonno ne ha passate poche: a lui che si augurava "che nei prossimi anni Roma possa esere orgogliosa di me, lo spero davvero" vengono imputate tutte le colpe di una città in cui il Sindaco diventa capro espiatorio di ogni situazione, evento, calamità.
Il Sindaco di Roma, Ignazio Marino (C) Gazzetta Regionale
Il ribaltone. Una sconfitta in termini assoluti se si considera quel 63,97% di gradimento con cui i romani lo avevano eletto la prima volta nel 2013, un dato ora ribaltato dal sondaggio sul gradimento dei sindaci che lo colloca all'82esimo posto in classifica, con un 49% di consensi su cui pesa anche la bocciatura degli 8 romani su 10 espressa in quella misurazione del gradimento interna al PD, causa in seguito del primo dissesto interno al partito. Di certo il risultato può essere imputato ad una serie molto ampia di fattori, dalle scelte sbagliate in termini di giunta - siamo al terzo rimpasto e non mancano i malumori - alle alleanze mancate o precarie - una fra tutte quellla con SEL - ma a contribuire a questo allontanamento fra romani e Marino si pone - e continua a farlo - anche lo stile della comunicazione politica del medico dem.

La comunicazione 1.0. Il metodo selezionato da Marino si inserisce nella scelta comunicativa della "vecchia sinistra", quella che predilige passare per l'aspetto razionale del discorso, eliminando la parte della persuasione - strada invece scelta da Renzi e dal nuovo gruppo dei rottamatori - nella quale il ragionamento prende il posto della costruzione del consenso sempre più decisivo nel contesto attuale di media e storytelling di cui si nutre il pubblico. E la scelta - lo dicevamo - è quella della "vecchia sinistra", quella per la quale, sedendo dalla parte della ragione, è sufficiente dare la notizia per avere la comprensione - e il voto - di chi ascolta. La comunicazione di Marino si nutre, quindi, del problema, meno della soluzione, ancora meno della figura del risolutore, il tutto a scapito della sua stessa figura: la comunicazione affila la crisi creando una tensione che, però, non è rotta dall'intervento - è il caso di usare questo termine - di un eroe.

Parlare ai politici o al pubblico.  Non solo. Marino aveva aperto la sua campagna elettorale sottolineando la situazione "drammatica" in cui si trovava Roma dopo la giunta Alemanno, definita dall'attuale Sindaco come una "palude": "Dobbiamo andare a votare e dobbiamo liberare Roma e farla tornare a respirare, a sperare, a sorridere. Roma rinascerà dalla palude in cui è caduta in questi anni". La metafora della palude serviva a definire i contorni di una città bloccata dal sistema politico istituzionale: è stata, cioè, la passata giunta a "far perdere le speranze ai romani", a "bloccare Roma". Seppure netto e delineato nei suoi contorni, l'attacco a una "parte politica a lui avversa" - riprendendo il leitmotiv veltroniano - si definisce all'interno del palcoscenico esclusivo della pratica del governo. Sono discorsi, esempi e metafore che si sviluppano intorno a temi prettamente politici che spesso nelle loro frasi usano termini e tecnicità autoreferenziali, connettendosi ai problemi interni ai partiti e ai suoi eventuali sviluppi. Una presentazione che usa quei termini da addetti ai lavori che ha come unico risultato quello di allontanare lo spettatore, provocandone la disaffezione: un spettatore che nella comunicazione 2.0, vuole invece un messaggio breve, intuibile e facilmente riproponibile.
La serietà di Marino paga? (C) Gazzetta Regionale
La serietà non paga. Un altro connotato con cui si dipinge Marino è quello legato alla sua serietà, a quel suo essere un "marziano" rispetto alla politica - romana e non - che ha finito con il passare da aggettivo positivo a termine ai limiti del negativo. Marino si pone come l'altro, il diverso, ma se, come detto, in una prima fase, questa era una caratteristica positiva, ora diventa sinonimo di incapacità, di quel "governi o vada a casa" proposto - imposto - da Renzi. E nella sua serietà Marino sbaglia - ancora - nella comunicazione, come quando a novembre dello scorso anno, spiegava di essere "preoccupato dalle buche di Tor Sapienza, non dalle luci di Via Condotti", con una netta contrapposizione tra la serietà di un problema quotidiano e la polemica legata ad un mancato invito alla inaugurazione della centralissima via dello shopping romano. Il messaggio trasmesso, però, non è quello di "un sindaco serio", ma quello di un "sindaco preoccupato", con una parola, "preoccupato", che con un tratto di penna cancella la figura del risolutore che si occupa della cosa pubblica, facendo passare invece l'idea di una città allo sbando, senza una guida che sappia come muoversi. E' l'abc del caso Nixon, di quando l'ex Presidente USA coinvolto nello scandalo Watergate, dichiarò "non sono un imbroglione", cercando di smarcarsi dalle accuse di stampa e opposizione, ottenendo invece il risultato opposto.

La politica del "Daje". Manca al Sindaco, il rapporto con il romano medio, quello che prende il trasporto pubblico, che vede Roma sporca e a cui poco importa se dal palco della Festa dell'Unità, Marino racconti come "per la prima volta nella sua storia Roma abbia una strategia sostenibile per il ciclo dei rifiuti". Quale sia poi la "strategia sostenibile" è ancora una volta, tema che riguarda pochi tecnici e dirigenti, ma non una città a cui non viene spiegato "il come" e a cui - soprattutto - adesso  interessa solo l'effetto finale. A Marino servirebbe il ritorno a quel "Daje" - non programmato in realtà alla sua proposizione - che pur non essendo nato come uno slogan, ma come titolo della sua prima iniziativa politica per le elezioni è rimasto nell'immaginario delle persone perchè simbolo di una rinascita a cui il romano medio non smette di sperare, ma soprattutto perchè capace di avvicinare il Sindaco alla sua città. Tutto il contrario di quello che racconta l'attualità quotidiana. Anche perchè dopo due anni di governo cittadino, non si possono cercare altre scusanti, come detto, anche, in chiusura della sua campagna elettorale, dallo stesso Marino: "Dopo 5 anni di disastri che sono sempre colpa di altri, la sicurezza è colpa del Governo, i rifiuti della Regione, ma qual è il compito del Sindaco in questa città?". Una domanda che oggi gli pongono in molti.