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Katia Serra: "Adesso le riforme per il femminile"

L'ex calciatrice e commentatrice Rai lancia il suo appello alle istituzioni: "Sinergia con il maschile e risorse dirette dal CONI"



Katia SerraKatia Serra è una donna che ce l’ha fatta. Sgomitando, lottando, fregandosene degli scetticismi e delle invidie maschili. Perché, inutile negarlo, quando è una donna a parlare di calcio in qualsiasi ambito, dal bar agli studi televisivi, c’è sempre almeno un uomo che ascolta in maniera ironica, quasi sprezzante. Lei non ha mollato in questi quattro anni di impegni con la Rai, anche se l’inizio non è stato dei più semplici: “Le prime volte che arrivavo sui campi era come se non venissi presa sul serio, nessuno conosceva il mio curriculum di ex calciatrice – racconta – Ho incontrato ostacoli a volte grotteschi e quando ponevo una domanda l’intervistato restava spesso spiazzato, come se fosse assurdo che una donna avesse conoscenze tecniche. Sì, il mio è stato un inizio decisamente in salita”. Eppure non si è mai arresa, fino a diventare una delle voci ufficiali di RaiSport, creandosi uno spazio in un universo ancora troppo precluso nei confronti del gentil sesso. Ora non intende fermarsi, vuole ripagare quel calcio femminile che lei ama fin da quando ha mosso i suoi primi passi e che le ha regalato, come calciatrice ieri e come commentatrice tecnica oggi, tante gioie.

Un movimento da cambiare
Le parole imputate a Felice Belloli che hanno scatenato un’autentica bufera sulla LND e sul calcio in rosa hanno fatto il giro del mondo, riprese anche dalle principali testate estere. Con Katia Serra non abbiamo voluto soffermarci sulla volgarità dell’espressione in sé, ma sul concetto economico riportato sull’ormai famigerato verbale del 5 marzo scorso. «Basta chiedere soldi da dare...». Un’espressione che fa ben comprendere come il movimento femminile sia da troppi anni relegato a ruota di scorta dell’attività federale: “Partiamo da un punto fondamentale – commenta la Serra – In Italia il primo problema da risolvere è l’aspetto culturale generale che blocca l’espansione del calcio. C’è una visione arretrata della donna che pratica sport e i primi ad avere questi preconcetti sono proprio i signori che lo gestiscono. Pochi uomini hanno un’immagine della donna moderna, emancipata, che si realizza nella vita professionale. Oggi le donne non sono solo mamme e figlie, ma anche professioniste, mentre da noi si ragiona sempre per stereotipi”. Una situazione che penalizza un movimento sempre più in crescita negli altri stati europei e che da noi non viene riconosciuto come dovrebbe: “Il fatto che il calcio femminile venga inserito nelle dinamiche della LND è un limite grandissimo – continua – La differenza tra questi due mondi è abissale, basti pensare come le nostre ragazze partecipino a manifestazioni targate FIFA e UEFA, come la Champions League, Mondiali ed Europei. A livello organizzativo rappresenta un elemento penalizzante per le potenzialità che questa disciplina può esprimere. Serve una Lega creata ad hoc, indipendente, che gestisca le risorse a disposizione direttamente”. 

Quelle promesse mai mantenute
Il calcio maschile, lo sport più seguito in Italia, tende a mettere in ombra un movimento che anno dopo anno coinvolge sempre più bambine: “Tutti gli esponenti delle federazioni in questo momento sono più concentrati sul maschile, inutile negarlo. Questo fa sì che alcune idee non solo non vengano realizzate, ma siano addirittura bloccate in fase embrionale. Chiaramente la liquidità è un aspetto importante, ma anche dove era stata creata una discreta visibilità con risorse limitate c’è stata una marcia indietro”. La Serra si riferisce al contratto con RaiSport interrotto dopo l’avvento di Belloli pochi giorni dopo l’elezione dell’ex presidente del Cr Lombardia, che del rilancio del femminile ne aveva fatto un cavallo di battaglia: “Con le parole, ma non con i fatti purtroppo. I fatti dicono che è stata presa una strada decisamente diversa”. Eppure le idee non mancano, anche perché come insegnano altre realtà non così distanti da noi gli investimenti sul calcio femminile sono stati presto recuperati. In Germania, per esempio, la nazionale viene seguita in media da sedici milioni di spettatori a partita. Trovare sponsor e i ricavi necessari per renderla una disciplina autonoma finanziariamente non è una missione impossibile: “All’estero il calcio femminile è cresciuto tanto perché sono stati fatti gli investimenti giusti. Nessun regalo, ma politiche di sviluppo intelligenti e soprattutto la sinergia con il calcio professionistico maschile”. Un punto fondamentale, questo, dal quale partire: “E’ determinante. Prima di tutto per migliorare la cultura degli addetti ai lavori, poi perché consentirebbe di utilizzare le strutture e di lavorare con la stessa professionalità. Qui nessuno chiede regali a nessuno, ma almeno le convenzioni con le compagnie aeree, con i treni, i pullman. Se vogliamo avvicinarci al resto del mondo è il momento di mettere da parte le parole e passare ai fatti”. 

Qualcosa si muove
La sinergia con il maschile come punto di partenza: sotto questo aspetto dalla prossima stagione ci sarà una grossa novità: “Dal primo luglio come criterio B (come possibilità quindi, il criterio A è invece un obbligo, ndr) tutte le squadre professionistiche per ottenere la licenza di iscrizione ai loro campionati di competenza dovranno tesserare almeno venti bambine under 12, pena un’ammenda da pagare per garantirsi la regolare attività. Quest’anno è giusto e corretto lasciare questa elasticità, ma spero che dalla prossima stagione si tramuti in un criterio A. Sarebbe un primo passo molto importante anche se ci sono tante cose da risolvere sotto questo aspetto”. Prima, però, da cambiare sono le fondamenta: “Ci sono squadre di Serie A e B che hanno intenzione di investire sul femminile. La famiglia Della Valle, per citarne una, ha già espresso la volontà di assorbirlo per farlo diventare una loro sezione. Basterebbe una deroga della FIGC, della quale si parla da tanto ma ancora non definita, perché oggi una società professionistica non può avere un’attività che coinvolga entrambi i sessi”. Un primo passo per tentare di dare pari dignità alle calciatrici altrimenti l’esodo, già iniziato, sarà sempre più difficile da arginare. Perché un contratto da professionista all’estero garantisce i contributi previdenziali, uno stipendio dignitoso, la pensione, la maternità: “Nel nostro paese se rimani incinta recedono il contratto – spiega la Serra – Per certi aspetti siamo all’età della pietra, non esiste un minimo di compenso ma dei massimali. Capite da soli che i nostri migliori talenti, se le cose non cambieranno, saranno costretti ad andarsene”. 

Il tesoro d’Italia
Katia Serra spera che le istituzioni si attivino in fretta per dare quella dignità professionale alle sportive italiane. Perché l’esclusione dal professionismo non riguarda solamente le calciatrici. Sono tantissime le federazioni che fanno distinzione tra uomini e donne: “Speriamo che il disegno di legge dell’onorevole Laura Coccia per l’inserimento di una norma di pari opportunità nella Legge 91 sulla regolamentazione dello sport professionistico faccia presto il suo corso. Pallavolo, scherma, nuoto: in molti pensano che le nostre campionesse siano considerate professioniste dalle federazioni, ma non è così”. Dopo il Parlamento, tocca al CONI: “Il calcio femminile è uno sport olimpico, servirebbero dei contributi specifici e diretti. Solo così possiamo dare una chance allo sport di squadra più praticato al mondo dalle ragazze”. Pensate per un attimo a quante volte lo sport femminile vi ha fatto esultare. Alla pioggia di medaglie d’oro che le «nostre ragazze» hanno regalato alla nazione: non basta per parificare i loro diritti nello sport?

In mano alle donne
Il calcio non è da meno, come ci illustra la Serra: “Da Berlino 2006 l’unico oro arrivato da questa disciplina è quello Under 19 all’Europeo del 2008, a cui vanno aggiunti il bronzo europeo e quello mondiale dell’Under 17 nel 2013 e 2014. Quest’ultima è l’unica medaglia conquistata in un mondiale giovanile in tutta la nostra storia federale”. Ma non finisce qui, perché due italiane si sono appena laureate campionesse di Germania con il Bayern Monaco (il portiere Katia Schroffenegger e il difensore Raffaella Manieri) mentre Sara Gama, calciatrice triestina del PSG, era in campo nella finalissima di Champions League. L’idea di Katia Serra per dare la giusta dimensione a questi risultati e sfruttare al meglio le potenzialità del movimento è chiaro: “Per gestire il calcio femminile servono donne, non uomini. Donne che lo hanno praticato, che lo amano e che portano dentro di loro la passione necessaria per aiutarlo a crescere, a svilupparsi. Con personaggi come quelli precedenti e attuali sarà sempre complicato. Le uniche componenti che hanno fatto qualcosa di concreto sono state quelle tecniche, Aiac e Aic, gli altri si sono solamente riempiti la bocca con le parole”. Un problema, evidentemente, di emancipazione e di ignoranza: “Assolutamente, proprio nel senso di ignorare di cosa si sta parlando. La donna fatica nell’ambito sociale, nei contesti salariali e nello sport la discriminazione è evidente. Inoltre credo che la vita privata delle atlete – conclude tornando alla frase attribuita a Belloli – non debba riguardare nessuno. Un disprezzo che sembra quasi dettato dal timore di perdere potere, quando invece si dovrebbe comprendere che il calcio femminile non è una minaccia, anzi. Potrebbe riportare in primo piano i veri valori dello sport anche nel maschile, dove l’aspetto economico ha ormai preso il sopravvento”. Un investimento morale per dare la giusta dimensione a tutte quelle sportive che da anni rappresentano l’Italia con dedizione e sacrificio. E’ giunto il momento di ripagarle per tutto quello che hanno fatto e continuano a fare. Questo sì che deve essere un obbligo.