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Categorie: Dilettanti - Promozione

La storia di Giorgio Castagnola, medico calciatore: "Ho seguito le mie passioni più grandi"

Il neoacquisto della Castelnuovese ripercorre la sua carriera: dalla Cisco Lodigiani al Torneo di Viareggio, fino alla Boreale



Giorgio Castagnola con la maglia della BorealeIl calcio, una passione che ha coltivato sin da bambino e che non ha mai abbandonato, una delle poche “malattie” che non saprà mai curare… Giorgio Castagnola, difensore classe ’86, una carriera di tutto rispetto alle spalle: dagli esordi all’Acquacetosa, in cui nasce centrocampista, cinque stagioni alla Cisco Lodigiani fino alla Primavera di Pino Ferazzoli, con cui può vantare anche cinque panchine in Serie C con Beppe Dossena e Lillo Puccica. Poi il Monterotondo e quella famosa gara con l’Aprilia, in cui si trovava in tribuna perché squalificato, poi un campionato al Riano e due al Tor Sapienza, ottenendo l’Eccellenza. Avrebbe potuto giocare in categorie più importanti, ma ha fatto una scelta di vita decidendo di conseguire la laurea in medicina, con tanto di lode, senza mai abbandonare allenamenti e partite: orari allucinanti, che avrebbero fatto decidere molti di attaccare gli scarpini al chiodo, passando dall’ospedale al campo, anche oggi che è uno specializzando in chirurgia generale. Troppo l’amore per il pallone, trasmesso da papà Fabrizio, ex giocatore della Nuova Circe, che ha sempre assecondato, senza mai forzare, la passione del figlio. Ha avuto un ruolo fondamentale anche mamma Donatella, che con dedizione l’ha accompagnato ad ogni allenamento. Dal 2010 Castagnola ha vestito la maglia della Boreale, una squadra con cui ha passato campionati esaltanti e momenti più difficili, comportandosi sempre da professionista. Perché la testa è tale, la dote più importante per un calciatore, che ti permette di sopperire anche ai propri limiti tecnici. Ha appena deciso di passare alla Castelnuovese, squadra neopromossa in Promozione, convinto dal tecnico Emiliano Zappa, suo compagno ai tempi del Riano. Difensore centrale o terzino destro, fa del senso della posizione la dote migliore ed ha sempre dimostrato grande affidabilità: nelle ultime due stagioni è diventato anche rigorista. Ha sempre saputo tirare i penalty, pur non avendo i piedi da trequartista, perché serve freddezza e saper prevedere dove deciderà di tuffarsi il portiere. Pochi passi, senza lunghe rincorse, e tiro. Perché “il calcio è un gioco semplice”, non c’è bisogno di strafare: Castagnola continuerà a giocare, nonostante gli orari pazzeschi tra lavoro e allenamenti, il poco tempo per riposare, a costo di allenarsi a parte o partire dalla panchina. Fin quando potrà riuscire a far convivere il calcio e la sua carriera di medico, farà di tutto per andare avanti.  


Dopo quattro anni hai deciso di lasciare la Boreale ed accettare l’offerta della Castelnuovese. Come mai questa scelta? 

 “Sono rimasto colpito dal direttore sportivo Zeno Salvatori, persona estremamente educata e disponibile, che mi ha accontentato in tutto e per tutto. Prima di lui, chiaramente, mi ha fatto piacere l’insistenza di Emiliano Zappa, che ha dimostrato di volermi a tutti i costi nella sua rosa”. 


In che rapporti ti sei lasciato con la Boreale?

“Non ho mai avuto discussioni o problemi con alcuna società in cui mi sono trovato a giocare, né con la dirigenza, né con i tecnici. Per il legame che si era creato la mia prima scelta erano i viola, ma nel calcio capita che non ci sia una volontà comune di andare avanti su determinati binari. C’è stato un cambio in società che ha portato persone nuove, per cui nutro la massima stima, però ho avuto la sensazione di non essere al centro del progetto. Per questo, di fronte all’insistenza della Castelnuovese, ho deciso di cambiare. Chissà che le strade non si possano riunire in futuro, anche perché con il ds Maurizio Villi mantengo un ottimo rapporto”. 

Sei stato protagonista tre stagioni fa di un grande campionato con i viola, con “Lupo” Ferretti in panchina. 

 “E’ stata un’annata fantastica per noi, la squadra ha fatto il record di punti della società in Promozione. A guidarci c’era uno dei migliori allenatori della categoria con cui avevo già avuto a che fare a Tor Sapienza. Il ds Angelini aveva fatto un grande lavoro unendo giocatori esperti come Diego Di Giosia, il miglior portiere della categoria, e Andrea Virli, ai tempi la più forte giovane punta e ormai calciatore affermato. Peccato che non sia stato riconosciuto il grande lavoro del direttore e dell’allenatore nel campionato successivo…”.  

Image titleSei sempre riuscito a far conciliare il calcio con università prima e ospedale poi. Come fai? 

“Dormendo poco e correndo tanto. Sono sempre stato una persona che ama avere una vita piena. Ho pochissimo tempo libero, ma non mi pesa. Tutte le attività che mi occupano la giornata sono le grandi passioni della mia vita, quindi è più facile, anche se spesso mi trovo fuori casa per 48-72 ore consecutive”.  


In carriera hai avuto tanti allenatori, qual è quello con cui ti sei trovato meglio? 

“In ambito giovanile Pino Ferazzoli è senza dubbio il mio maestro: un grande uomo e un grande calciatore. Anche se ci siamo persi di vista, la mia stima resta immutata nel tempo. Mi ha fatto diventare giocatore, nella testa e negli insegnamenti tecnico tattici, tirando fuori il meglio di me. Se ho avuto delle convocazioni in prima squadra con la Cisco Lodigiani in C2 è solo merito suo. Per quanto riguarda i dilettanti, invece, dico “Lupo” Ferretti: tecnicamente un allenatore di categoria superiore, con una grandissima capacità di gestione del gruppo. Capita di sentirci ogni tanto e ancora ci prendiamo in giro: mi meraviglia che uno come lui sia attualmente senza squadra, anche perché ovunque è andato ha fatto bene”. 

Hai anche avuto tanti compagni che erano o sono poi diventati professionisti (Lazzari, Russotto, Candreva, Criniti,Venturin, Banchelli). Che ricordi hai di alcuni di loro? 

“Come giocatore affermato, Giorgio Venturin era l’esempio di professionista vero a 37 anni. Ha vinto scudetto e Coppa delle Coppe con la Lazio, eppure alla Cisco Lodigiani si allenava con grande umiltà ed era sempre disponibile con noi giovani. Flavio Lazzari (lo scorso anno a Novara in B, ndr), invece, con cui sono cresciuto nei dieci anni di giovanili, era sicuramente il calciatore con i colpi migliori. Con Candreva, invece, ho giocato quattro anni: era serio negli allenamenti, ma aveva un carattere molto introverso. Ha avuto una crescita pazzesca a Terni dove poi è esploso come top player fino ad arrivare alla Nazionale”. 

Alessio Cerci con la maglia della RomaE per quanto riguarda gli avversari? Ai tempi della Lodigiani hai più volte sfidato la Roma di Cerci, Curci, Okaka, Rosi e Greco. 

“Il giocatore che mi ha impressionato di più è Alessio Cerci: già da giovane aveva una rapidità d’esecuzione e un passo d’altra categoria. Si capiva che sarebbe diventato un calciatore importante”. 

Al Torneo di Viareggio hai avuto il privilegio di battere il Bayer Monaco, in cui militava un giovanissimo Thomas Muller. 

“Fu una partita indimenticabile, vinta per 3-2 e decisa da un gol di Russotto a pochi minuti dalla fine. Muller giocava tre anni sotto età, qualcosa vorrà pur dire sul talento che aveva…”. 

Un’altra gara che ricorderai è quella tra il Monterotondo e l’Aprilia, terminata con la bruttissima rissa che ha decretato la retrocessione delle Rondinelle, che avrebbero potuto salire nei prof. 

“L’Aprilia non sapeva di giocare contro la squadra più forte della categoria in quel momento: era una rosa giovane, con ragazzi di grandissimo valore e uno stato di forma ideale. Se non erro avevamo fatto quindici risultati utili consecutivi. La dimostrazione di forza è stata poi la vittoria dei play off di Serie D con un 3-0 in trasferta a Ferentino e un 3-2 al Nazareth contro l’Isola Liri”.  


La tua qualità migliore e il tuo limite? 

“Un allenatore della Rappresentativa Giovanissimi Provinciali a tredici anni, prima del mio trasferimento alla Lodigiani, mi disse: “Sei il più bravo a fare le cose facili”. Penso sia quello che mi ha consentito di giocare in categorie che forse non mi appartenevano per doti fisiche e tecniche”.  


Sei diventato uno specialista dei calci di rigore: hai segnato sedici penalty di fila. 

“Li ho sempre battuti. Non è una situazione che mi crea particolari tensioni, forse perché sono un difensore e ne ho visti sbagliare tanti dai miei compagni. Non penso che soffrirei psicologicamente per un errore dal dischetto”.  


Tuo padre è stato un giocatore storico della Nuova Circe, ti ha sempre seguito con grande passione. L’insegnamento più importante che ti ha dato? 

“Il calcio è uno sport semplice. Se giochi con la testa puoi riuscire a contenere avversari molto più forti di te. Lo ringrazio per avermi sempre incoraggiato e avermi trasmesso questa grande passione”.