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Lazio, lezione all'Atalanta: anatomia di un successo

Il giorno dopo la grande vittoria dei biancocelesti di Franceschini, analizziamo quali sono state le chiavi di volta che hanno permesso ai capitolini di sconfiggere la corazzata bergamasca



Daniele Franceschini, grande artefice della vittoria di ieri contro l'Atalanta ©GazzettaRegionaleUno dei punti cardine del gioco del calcio, inteso nel senso più ludico del termine, è la capacità di saper soffrire. Non solo tecnica quindi, ma anche (o soprattutto) testa e cuore. Testa e cuore. Se a questo ci aggiungiamo un grande spirito di gruppo, il gioco è fatto. Ieri al Gentili la Lazio ha vinto proprio così. In campo sembrava di vedere un unica grande entità biancoceleste che si muoveva all’unisono sul prato verde; in panchina, un Daniele Franceschini che vinto un match lungo una settimana, caricando i suoi ragazzi dopo la batosta di un terzo posto amaro, rimediato proprio nell’ultima giornata di campionato. “Ho detto ai miei calciatori che raggiungere le Final Eight, passando per i play off, è più stimolante ed ha tutto un altro sapore”, un atto di responsabilità che gli Allievi biancocelesti hanno incamerato nel migliore dei modi. L’Atalanta, da pericolosa outsider ieri si è trasformata, con un colpo di bacchetta magica, in sparring partner. Ha vinto la grinta della Lazio che non ha dato quasi mai ai bergamaschi il tempo di ragionare. In vista del secondo turno la Fiorentina è avvertita. 

Difesa quasi perfetta. I più pessimisti avevano fatto già un rapido calcolo: l’assenza del muro Cardelli sommata alle presenze del nazionale atalantino Mazzocchi e Capone dava come risultato una fragilità difensiva che faceva pendere l’asticella in favore dei nerazzurri. Il solito grande sbaglio: il calcio non è matematica. In campo è andato Carbone che ha fatto da spalla a un Pedrazzini in stato di grazia. Un contrasto presto contro Mazzocchi, l’unico duello perso da cui è però scaturito il pareggio ospite. Non ci sentiamo però di chiamarla neanche sbavatura, ma anzi di dare il merito al centravanti bergamasco, un cliente a dir poco scomodo sulle palle alte. Per il resto Pedrazzini non ha sbagliato nulla, mettendo inoltre anche il suo zampino sull’azione del raddoppio capitolino. Una prestazione che ha dato sicurezza al reparto arretrato e a tutta la squadra. Sulle fasce Picozzi e Cotani hanno fornito una spinta e una corsa perpetua che, alla lunga, ha costretto gli esterni atalantini ad alzare bandiera bianca. E chissà per quanto tempo sarebbero potuti andare avanti… Capitolo portiere: Borrelli non è più una sorpresa. Sul gol non ha colpe e nella ripresa è costretto solo ad un grande intervento e - indovinate - il numero uno l’ha compiuto, ipnotizzando Melegoni e salvando il risultato.

L'esultanza negli spogliatoi ©Instagram/NolanoIl gigante, il buono e il cattivo. La Lazio la partita l’ha vinta sulla mediana. Partiamo da chi l’ha fatta da padrone indiscusso: Micheal Folorunsho. Il mediano biancoceleste si è contraddistinto su tutti. Forte della sua prestanza fisica, ha vinto praticamente ogni contrasto ma è riuscito anche a regalare fosforo e brillantezza al gioco biancocelesti. Accanto a lui Beqiri, il buono. Perché buono? Il calciatore svizzero, arrivato a gennaio, ha dimostrato grande umiltà e si è messo al servizio della squadra. Non molti palloni toccati ma un lavoro di sacrificio soprattutto in fase di non possesso palla che ha permesso alla Lazio di trovare un equilibrio tattico. Poi c’è Porzi, il cattivo: ala, centrocampista, pressatore folle. Se l’Atalanta non è riuscita ad impostare in modo pulito le azioni dalla difesa è anche merito suo, bravo a ringhiare costantemente e ad occupare ogni linea di passaggio dei bergamaschi nella trequarti avversaria. 

Cardoselli, Nolano e… Sula. Cardoselli ieri ha rappresentato l’anima della Lazio: il numero 10 biancoceleste ha preso per mano la squadra, piazzandosi sulla trequarti, mai nascondendosi, e rappresentando sempre un appoggio per il compagno con la palla al piede. Perfetto il calcio d’angolo battuto da lui da cui è scaturito il gol vittoria, un piccolo e giusto premio che è solo la punta di un iceberg grande, solido e quanto mai prezioso. Nolano: l’ex Futbolclub è stato il giocatore più continuo della Lazio in questa stagione e quello che, molte volte nella partite più spigolose, ha tolto le castagne dal fuoco. Ieri, neanche a dirlo, nell’appuntamento più importante non ha deluso. Accelerazioni, dribbling, corsa, sacrificio. Lui è l’uomo in più e dovrà continuare ad esserlo se la Lazio riuscisse a centrare le finali. E alla fine arriva Sula: quasi mai titolare in campionato e chiamato a sostituire capitan Bezziccheri al centro dell’attacco, non uno qualunque. Per buona parte della partita non vede mai il pallone ma poi, come ogni punta che si rispetti, si fa trovare al posto giusto nel momento giusto aprendo le danze. Questa vittoria è anche sua.  

Altro punto focale sono state le riserve: proprio dalla panchina infatti è arrivata la vittoria. “Quando c’è un gruppo unito è più facile vincere” ha detto Franceschini. Bellistri è entrato con la voglia di dare il suo contributo, con la voglia di spaccare il mondo, bruciando l’erba del Gentili. Poi un tuffo in mischia, un’incornata precisa, pallone in rete, una corsa liberatoria e il petto in fuori. La degna chiusura di un cerchio perfetto: testa e cuore, testa e cuore.