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Categorie: Dilettanti - Nazionali

Lega Pro: perché il mondo del calcio minore è diventato terreno di caccia della malavita

Fra bilanci in rosso, penalizzazioni e mancate riforme, l’ex serie C “si è allontanata dallo sport vero e proprio ed è diventata simile alla borsa"



La sede della Lega ProNon è un dato che sorprende i più attenti osservatori del calcio “minore” quello ricavato dall’inchiesta “Dirty Soccer” della Procura di Catanzaro. Non tanto per la diffusione di un elemento malavitoso che si inserisce nelle pieghe di qualsiasi fenomeno umano, quanto invece perché nei campionati minori si sono create tutte quelle condizioni favorevoli perché la criminalità organizzata – secondo quanto riferiscono gli inquirenti - potesse insediarsi con maggiore facilità. Un mondo, questo, definito dal Pm Elio Romano che ha curato l’inchiesta calabrese, come “malato, dove la fragilità di giocatori, sedotti dal mito del guadagno rapido e facile, ovvero dalla prospettiva di ingaggi con altre squadre, si intreccia con la spietatezza di scaltri dirigenti sportivi e con la criminalità organizzata, passando attraverso l’indifferenza delle società calcistiche”. Un mondo malato, quindi, anche perché a causa della globalizzazione del calcio stesso, dell’invasione di sponsor e di stadi che da soli non possono permettere gli incassi dei più quotati San Siro o Wembley Stadium, le società si trovano spesso con bilanci in rosso e spese superiori alle entrate.


I passivi. Una situazione che emerge chiara anche dai passivi di bilancio che per le squadre della sola Lega Pro si aggirerebbero sui 60 milioni di euro ripartiti – in media - fra tutte le società iscritte al torneo: un dato di certo poco sensibile se paragonato a quello del 2014 fornito dal Consiglio di Amministrazione dell’Inter che ha comunicato un segno rosso pari a circa 87 milioni di euro. Dato che però diventa drammatico se ogni società si trova a fronteggiare un debito di 1 o 2 milioni di euro a fronte di un budget complessivo che ammonta a circa 2 - 6 milioni nel caso delle squadre più ricche. Inoltre secondo i dati FIGC del 2014, il fatturato pro capite – si parla sempre di dato medio - è di 3,1 milioni  mentre i costi ammontano a 4,2 milioni annui: una sottrazione elementare che porta a un meno 1,1 milioni a campionato. Anche perché oltre al fattore “incassi-stadio”, alle società delle leghe minori manca l’apporto dei diritti Tv che se per la Serie A e B diventa linfa vitale, per le compagini di Lega Pro si riduce a circa uno 0,8% risultante dai ricavi complessivi. Un apporto quasi irrisorio. Certo si è tentato l’esperimento della web tv – in parte riuscito – ma la forza, anche solo di marketing o della fetta di pubblico raggiunto da piattaforme come Sky e Mediaset, non permette per ora, paragoni accettabili.


Fallimenti e penalizzazioni. La conseguenze primaria di questa situazione sono le penalizzazioni in campionato: se per la Serie A si parla dei meno 7 punti inflitti al Parma per i debiti vantati, anche, con gli impiegati della società – non solo i calciatori - nella Lega Pro le penalizzazioni dovute a ritardi nei pagamenti e inadempienze fiscali si aggirano intorno ai 49 punti totali, coinvolgendo 16 squadre, sulle 60 iscritte al campionato. Arrivano così i casi Monza, dove i calciatori diventano facchini, cuochi, addetti alle pulizie, per ripiegare alle mancanze societarie e si ha un procedimento fallimentare già avviato, e si passa poi ai casi Reggina e Barletta, quest’ultimo coinvolto in pieno nella vicenda “Dirty Soccer” e il cui destino, ora, è gravato dalla stessa. In mezzo anche la penalizzazione del Novara che in vetta al campionato si trova punito di 8 punti retrocedendo al quinto posto in classifica: in questo caso arriva però il ricorso degli azzurri che riduce la sanzione a 3 punti permettendo agli stessi piemontesi di chiudere il campionato al primo posto a pari quota con il Bassano, accedendo poi alla serie cadetta per una migliore differenza reti. 


La necessità di una riforma. C’è in fine un ultimo dato da considerare: dal 2000 fino al 2015 le società che sono scomparse dall’elenco della Lega Pro – già serie C – ammontano a 107. Un numero impressionante solcato da una prima riforma operata dalla Federazione: via C1/C2, Prima/Seconda Divisione, dentro la nuova Lega Pro che dalle 108 squadre iniziali passa a 90, fino ad arrivare in una seconda battuta alle 60 attuali. In mezzo quella che sarebbe potuta essere una prima ancora di salvezza per molti club, ovvero la stagione 2012/2013 che non prevedeva retrocessioni. Una stagione nella quale si sarebbe potuta programmare una realtà fatta di “cantere”, collettivo e progetti nati e pensati come quello del Frosinone di Stellone e Stirpe. Anche perché come dichiarato da Renzo Ulivieri – Presidente dell’Associazione Italiana Allenatori – “Quella delle serie minori è una realtà difficilissima dal punto di vista economico, si conosce in quali situazioni versano i club di Lega Pro e Serie D”.


Possibilità di cambiamento? La conclusione momentanea, è affidata ancora alle parole del Pm Romano che negli atti da lui firmati spiega come “il dato più raccapricciante che emerge dall’intera indagine è quello consistente nell’amara quanto palese constatazione di cosa sia diventato lo sport calcistico gestito dagli indagati del presente procedimento, in cui emergono palesemente le condotte di tali direttori sportivi, presidenti e manager calcistici che ormai concepiscono la gestione delle proprie società calcistiche o di quelle da acquisire di volta in volta, esclusivamente come una ‘fonte di reddito’ derivante dalle scommesse che essi stessi piazzano e fanno piazzare sulle partite che sono stati in grado di truccare. Questo mondo del calcio sommerso della LND e della Lega Pro si è allontanato dallo Sport vero e proprio ed è diventato simile alla “Borsa”, in cui le maggiori società calcistiche del campionato professionistico sono quotate”.