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#MafiaRoma, confermata l'esistenza di un "libro nero"

Un'altra verità è emersa dalla 1200 pagine della Procura: un libro mastro dell’attività illecita dell’organizzazione, nel quale è annotata la contabilità dei flussi finanziari illeciti e dei loro destinatari pubblici e privati.



#MafiaRoma, la foto della cena di "ringraziamento" organizzata da Buzzi con i vertici politici capitoliniInizia ad assumere tutte le caratteristiche di un romanzo la trama tessuta intorno alla città di Roma, da quella, che gli uomini della Procura guidati da Giuseppe Pignatone, hanno ribattezzato “Mafia Capitale”. Un thriller come “The Matarese Circle” di Robert Ludlum, un lungo intreccio di complotti, affari e scandali che coinvolge politica, criminalità, imprenditoria e salotti bene della Città Eterna. Dalle oltre 1200 pagine che compongono al momento gli atti dei magistrati Paolo Ielo, Luca Tescaroli, e Giuseppe Cascini, emerge una realtà che raggruppa in un unico intreccio del malaffare anime differenti e apparentemente opposte della città, tutte raccolte in un unico libro paga, un indice con all’interno tutti i versamenti che il gruppo che fa capo a Massimo Carminati avrebbe destinato agli uomini collocati nelle posizioni adatte a sbloccare appalti bloccati e a favorire gli interessi del gruppo criminale. 

Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di RomaCase, stipendi e tangenti. “Il libro nero” “Mamma mia” “Hai visto che è nero… gua” “Questo è… questo è… quando è così mi inquieta un po’…”. Se a parlare in questi termini è Massimo Carminati, si riesce a trovare la quadra dell’importanza che il libro paga dell’associazione criminale aveva all’interno delle operazioni dirette, spesso, da una stazione di benzina di Corso Francia, punto di ritrovo della Mafia romana per scambi, indicazioni e soffiate. Un libro nel quale compaiono i nomi degli indagati dalla Procura: si passa dal mondo della politica a quello dell’imprenditoria, attraversando quel “mondo di mezzo” composto da impiegati, addetti e dirigenti. Per tutti, però, le cifre sono alte: si va dai 5000€ per un favore una tantum, fino a veri e propri stipendi che potevano arrivare ai 12.000€ mensili. Non solo. Quando l’intervento degli uomini del gruppo doveva essere più incisivo, per sbloccare un appalto ad esempio, ecco che allora le cifre in questione arrivavano a cinque zeri, una vera e propria fetta dei guadagni ricavati dall’assegnazione del contratto pubblico. Erano previsti anche regali di Natale per continuare l’opera di captatio benevolentiae dei diretti interessati: oggetti tecnologici i più gettonati che il Carminati dice di essere in grado di recuperare anche “con il 40% di sconto”, ma anche e ancora soldi. 

I Ros di RomaMicrospie e intercettazioni. Che il sistema messo in piedi dal gruppo criminale romano, si reggesse tuttavia su delle basi traballanti, era cosa nota soprattutto ai membri stessi del gruppo. Non tanto per i sodalizi creati all’interno delle diverse aree del mondo della società, perché la struttura che gli inquirenti definiscono “a raggiera” o “a reticolo” era stata delineata nei dettagli per garantire una sicurezza di azione allo stesso Carminati: negli atti della Procura si legge infatti che “una delle peculiarità dell’associazione di stampo mafioso denominata Mafia Capitale, il cui fulcro è rappresentato dalla figura di Massimo Carminati è che si articola in diversi settori di operatività, collocati, per restare alla metafora dello stesso Carminati, ora nel mondo di sopra ora in quello di sotto e ora in quello di mezzo. Le diverse articolazioni non sono necessariamente comunicanti tra loro, anzi sovente sono volutamente tenute separate, in modo da assicurare al solo Carminati, e ai suoi più stretti collaboratori, il controllo totale sulle multiformi attività della associazione”. Il problema era un altro e restava nelle obbligate comunicazioni fra le componenti del gruppo ed il continuo sospetto di essere soggetti ad intercettazioni. Per questo all’interno della Mafia Capitale si ricorreva all’utilizzo di utenze telefoniche “dedicate” con periodico e contestuale cambio degli apparati cellulari e delle schede sim intestate a persone del tutto estranee al loro circuito relazionale. Inoltre era frequente – si legge ancora dalle carte dei magistrati – “l’impiego di posti telefonici pubblici o di utenze attestate presso esercizi pubblici ritenuti sicuri”. Ma evidentemente queste precauzioni non erano ritenute sufficienti in primo luogo dallo stesso Carminati che pretendeva come il suo nome non dovesse essere mai fatto per telefono. Non solo. In una intercettazione si sente uno scambio di battute fra Buzzi e Carminati: “….accendi quel fregno…” dice Buzzi, seguito dal commento di Carminati “tanto ormai se semo fatti beve tutti”. Quel “fregno” è uno jammer, un apparecchio elettronico che permette di schermare i telefoni cellulari, bloccando l’invio e la ricezione di segnali, con il fine di impedire eventuali intercettazioni. Precauzioni che unite alle continue bonifiche di luoghi e veicoli usati dal gruppo, non sono state comunque sufficienti a bloccare il lavoro delle forze dell’ordine.

Politica. Sul fronte della politica continuano a dirsi innocenti gli esponenti dei vari gruppi chiamati in causa dalle indagini. Dal suo profilo Twitter, Eugenio Patanè ribadisce “…effettivamente alle cene non c'ero, non ho organizzato tavoli e non conosco Carminati” e aggiunge “…ci sono fotografie delle cene. A me non mi ci troverete mai”. Le foto, o meglio la foto in questione di cui parla Patanè è quella che ritrae alcuni dei coinvolti nell’operazione “Mondo di Mezzo”: fra gli invitati alla serata Gianni Alemanno, Franco Panzironi, ex Amministratore delegato di Ama, e l’ex Assessore capitolino Ozzimo (nella foto in alto). Una cena che secondo quanto si apprende dagli organi giudiziari sarebbe servita per festeggiare la fine di una vertenza per il rinnovo delle manutenzioni delle aree verdi. Cena posta al centro delle attenzioni anche da Roberto Saviano che ha chiesto al Ministro Poletti – presente fra gli invitati, ma non ancora Ministro all’epoca – di chiarire “i suoi rapporti con Buzzi”. Dal canto suo, l’ex Sindaco della Capitale Gianni Alemanno si è autosospeso dagli incarichi di partito per “evitare facili strumentalizzazioni che potrebbero usare queste vicende per attaccare l’immagine di Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, che evidentemente nulla c’entra con tutto ciò”. Sul fronte Pd invece le acque restano agitate con la decisione di Matteo Renzi di commissariare il gruppo romano del partito affidandolo al Presidente Orfini: scelta che seppur unita agli apprezzamenti per il lavoro svolto da Lionello Cosentino è stata mal digerita dalla sede romana. Il Sindaco Marino intanto è appena uscito da un incontro con il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone al quale Marino ha chiesto l’intervento di “un pool di esperti dell'Autorità” che “passi in rassegna tutti gli appalti che sono al momento in essere”.