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#MafiaRoma, intervista all’On. Costantino: “Un sistema complesso e radicato”

Sull’azione del Governo sottolinea: “Sul tema del contrasto al fenomeno mafioso è davvero insufficiente”



Al centro l'onorevole Celeste CostantinoLe indagini della Procura di Roma sullavasta rete di infiltrazioni criminali e il “ramificato sistema corruttivo” che ha colpito la Capitale, continuano ad essere scandite da dimissioni, intercettazioni e nuove richieste giudiziarie. Per avere un quadro della situazione più chiaro, bisogna rivolgersi all’Onorevole Celeste Costantino, 35 anni, una laurea in filosofia, eletta alla Camera dei Deputati, ma soprattuttoda sempre impegnata nel tema della lotta alle mafie, all’interno e con il supporto della Associazione “daSud”. 


Onorevole Costantino, con l’operazione della Procura di Roma di ieri sembra essere caduto definitivamente il velo di ipocrisia calato sul rapporto Mafia-Roma.

“E' quello che mi auguro, dopo anni di reiterato negazionismo e analisi superficiali sulla presenza delle mafie a Romae sulle loro relazioni trasversali. L'operazione “Mondo di mezzo” dice una cosa su tutte, come ha sottolineato il procuratore Pignatone, che le mafie nella Capitale hanno fatto sistema inquinando pezzi importanti di economia e costruendo rapporti di potere saldissimi che si basano sull'omertà della convenienza”.


Lei è stata portavoce dell’associazione "daSud" che già nel 2011 aveva denunciato la presenza di associazioni mafiose sul territorio capitolino. Come sono nate queste inchieste e a cosa hanno portato?

“L'associazione “daSud” dopo cinque anni di attività in Calabria è arrivata a Roma nel 2009 e ha semplicemente iniziato a leggere dentro lo stesso quadro i fatti criminali che riempivano la cronaca della città, dal riciclaggio alla droga passando all'usura e agli omicidi. Ha capito che non si poteva guardare a quei fatti come casi isolati, ma che c'era un sistema più complesso e radicato che scontava un deficit di conoscenza e racconto. Così ha studiato i vecchi nomi dei clan e quelli nuovi tra boss e teste di legno, ha guardato dentro i territori di Roma per capire da dove nasceva il disagio, quanta povertà si respirava e chi era in grado di garantire un welfare parallelo fatto di tanti soldi ma anche di servizi, dalla periferia al centro. Ha prodotto dossier, campagne di sensibilizzazione, con l'e-book “Roma Tagliata Male” ha spiegato che la droga non nasce sugli alberi ma che le organizzazioni criminali fanno da cartello e lasciano le briciole del business a tutti gli altri, pesci piccoli e schiavi. L'e-book “Mammamafia. Il welfare lo pagano le mafie” è l'ultima inchiesta, un titolo provocatorio per svelare quello che l'operazione di ieri dice a chiare lettere: i soldi delle mafie servono a creare consenso sociale e potere”.


Appare comunque chiaro che a Roma non si debba più parlare di infiltrazioni, ma di vero e proprio radicamento mafioso. Perché quindi ad esempio le denunce degli abitanti del Pigneto e di daSud – che proprio nel quartiere romano ha la sua sede - sono state archiviate nonostante fossero stati fatti nomi e cognomi di persone poi arrestate nell’operazione “Mondo di Mezzo”?

“Come dicono dalle parti di Piazzale Clodio, nessuno ormai può negare che le mafie siano radicate da decenni ma dimostrarlo in sede giuridica è più complicato. Per questo ciascuno deve fare la propria parte nella lotta alle mafie anziché esercitare deleghe. In questo senso gli abitanti del Pigneto hanno fatto uno sforzo prezioso di analisi del fenomeno droga e la politica invece registra ritardi significativi e preoccupanti di consapevolezza e azioni di prevenzione. L'operazione “Mondo di Mezzo” è il frutto di un lavoro investigativo di almeno due anni, ma non è l'epilogo, come ha detto anche Pignatone, la cupola di Carminati è solo una tra quelle che operano nella Capitale”.


Torniamo indietro di un anno. E’ il giugno del 2013 quando Lei in un intervento alla Camera sottolinea come “non è un caso l’arrivo di Giuseppe Pignatone a Roma”. Pignatone, lo ricordiamo, è l’attuale Procuratore Capo di Roma proveniente da incarichi che lo vedevano in primo piano nella lotta alle mafie. Lei concludeva il suo intervento delineando Roma come “città di mafie” nella quale “riciclaggio e corruzione” erano all’ordine del giorno. Nonostante queste dichiarazioni tuttavia in pochi Le prestarono la necessaria attenzione.

“Penso che l'arrivo di Giuseppe Pignatone a capo della Procura, accompagnato da Michele Prestipino alla Direzione distrettuale antimafia, sia importante per Roma: hanno un metodo investigativo sperimentato con successo a Palermo e Reggio Calabria, e questo gli ha permesso di imprimere un nuovo corso alle indagini anche nella Capitale. Per quanto riguarda il mio intervento alla Camera, so che la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, subito dopo ha aperto un focus su Roma, invitando in audizione proprio lo stesso Pignatone. Ma devo dire che l'azione del Governo sul tema del contrasto al fenomeno mafioso è davvero insufficiente, alla luce anche del semestre italiano di presidenza UE. Su Expo2015, corruzione e rapporti mafia-politica il premier ha semplicemente delegato al magistrato Raffaele Cantone l'Autorità nazionale anticorruzione; sulle politiche di contrasto reale e quotidiano alla criminalità organizzata Renzi non si è fatto promotore di leggi e strumenti di prevenzione contro i clan. La lotta alle mafie non è un settore disgiunto dalle politiche del lavoro, del welfare, dell'economia, della giustizia sociale, dell'immigrazione. Dico sempre che l'antimafia è il prerequisito dell'agire politico, e questa riflessione sfugge proprio all'attuale Governo, caratterizzato solo da retorica antimafiosa stantia. Esistono piuttosto delle buone pratiche contro le mafie, da promuovere e diffondere. Ad esempio con un emendamento al decreto Istruzione abbiamo chiesto e ottenuto che il 3% delle somme confiscate alle mafie fosse destinato al finanziamento di nuove borse di studio. Da un anno il Governo non risponde alle nostre domande sull'ammontare dei fondi destinabili al diritto allo studio: secondo le nostre stime con questo ritardo l'Esecutivo sta bloccando almeno 28 milioni di euro confiscati alle mafie, ovvero il 3% dei 940 milioni sottratti ai clan solo nel 2013”.


Non solo gare e appalti. Al centro delle indagini sono risultati giri di affari legati alla immigrazione, con utili che si legge negli stralci di intercettazione forniti dalla Procura sono stati fatti su “emergenza alloggiativa e immigrati”.

“Sono indagini importanti e ogni capitolo meriterebbe una riflessione complessa. Il filone che vede coinvolto il terzo settore, che molti credevano immacolato, nei legami con l'ex Nar Carminati è inquietante, svela quale ruolo le mafie abbiano svolto sul degrado delle periferie, quanta speculazione sia stata fatta sui migranti e i rom della città. C'è una frase nelle intercettazioni che è emblematica e dolorosa, quando Salvatore Buzzi dice: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Ecco, gli interessi delle mafie sulla pelle dei migranti ora sono chiari e i professionisti della politica dell'odio dovrebbero chiedere scusa”.


Resta infine da appurare il coinvolgimento del mondo della politica. Dall’iscrizione al registro degli indagati di ieri l’impianto accusatorio sembra essere solo agli inizi e anzi si parla di una allargamento dell’inchiesta che potrebbe raggiungere - e in parte già lo ha fatto - il Parlamento. Pignatone ha inoltre aggiunto “Carminati e Buzzi erano tranquilli chiunque avesse vinto le elezioni”. Cosa ne pensa dell’intreccio Mafia-Politica che appare necessario per lo sviluppo del sistema criminale in questione e dove pensa porteranno le indagini?

“Sarà una lunga indagine che spero approfondisca i rapporti e le collusioni tra pezzi corrotti delle istituzioni e della politica. Ma non basta. La magistratura sta sicuramente facendo la sua parte, ma sta alla politica, alle istituzioni, ai cittadini fare la propria. Oggi credo che l'urgenza sia quella di fare luce sul welfare parallelo delle mafie, che si vede ad occhio nudo nelle città italiane. La lista dei servizi che offrono i clan è infinita e sta dentro un sistema economico molto efficiente che cavalca e alimenta allo stesso tempo la crisi: disoccupati, dirigenti, imprenditori, professionisti, avvocati, politici; tutti in fila, come negli uffici di collocamento. La merce barattata sono diritti, scambiati per favori personali da ripagare ai clan. Una riflessione che bisogna sganciare dalla geografia e dagli stereotipi (il Sud povero vs il Nord ricco), perché si gioca esclusivamente sul piano della politica: tutte le volte che lo Stato e le istituzioni fanno un passo indietro o lasciano degli spazi vuoti, le mafie avanzano, colmano e creano consenso sociale”.