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Categorie: Dilettanti - Giovanili - Nazionali

Marco Tardelli: "Per diventare Presidente FIGC non basta aver giocato a calcio. Serve competenza e una persona che porti investimenti, stadi nuovi e riforme nelle giovanili"

Continua la nostra analisi sul mondo del settore giovanile. L'urlo mundial, ex ct di Under 21 e Under 16, dice la sua sul movimento italiano, puntando i fari sulle giovanili: "Serve la cultura della non-vittoria, ma club e federazioni pretendono risultati. Numero minimo di italiani in campo? Meglio la multirazzialità come in Spagna, Francia e Germania"



Marco TardelliE' l'urlo Mundial. Il volto che per anni ha ispirato sogni di intere generazioni di giovani calciatori. La sua esultanza è la più emozionante, la più bella, la più importante. Perché chiunque abbia almeno una volta pensato di percorrere la carriera del calciatore, ha sognato di correre in mezzo al campo dopo aver realizzato il gol che decide un Mondiale. Marco Tardelli si concede alla Gazzetta Regionale, per analizzare il momento del calcio italiano, dei nostri settori giovanili, lui che ha guidato anche Under 16 e 21. Un momento duro, un momento in cui per i nostri talenti immaginarsi decisivi in una finale come quella di Madrid nell'82 più che un sogno sembra una chimera. Perché da qui all'11 agosto, giorno delle elezioni federali serve una svolta. Albertini o Tavecchio, ex calciatore o dirigente esperto? Per Tardelli poco conta. L'importante è che vada avanti "gente competente, che porti investimenti, stadi nuovi e riforme delle giovanili". Altrimenti, dopo il suo e quello di Fabio Grosso nel 2006, per rivivere un altro "urlo mundial", rischiamo di aspettare tanto. Troppo. 

Il 10° giocatore con più presenze nella storia della nazionale italiana, un emblema dei successi azzurri nel mondo. Come giudica la situazione attuale del nostro calcio: è davvero così tutto nero o si sta esagerando con il pessimismo? 

“Viviamo un periodo abbastanza brutto, anche se noi italiani tendiamo sempre a peggiorare le cose. Certamente servono degli investimenti, degli stadi nuovi, delle riforme, soprattutto nel settore giovanile. Novità che possano aiutare il nostro movimento perché altrimenti non si va più avanti. Aspettiamo quello che succederà l'11 agosto con le elezioni del presidente FIGC e poi da lì si ripartirà”. 

Uno dei temi caldi, da più parti ripreso, è la difficoltà di emergere dei nostri giovani. Lei che conosce molto bene il mondo delle giovanili avendo allenato l'Under 16 e l'Under 21, vincendo un Europeo nel 2000, a cosa pensa sia dovuta? 

“Credo ormai che la ricerca da parte delle società di giocatori che vengono dall'estero sia dovuta al fatto che costano molto meno. Non c'è l'impegno di prima, così come mancano gli istruttori di una volta. Mi ricordo un grande istruttore, che si chiama Favini, che ha lavorato nel Como e nell'Atalanta, oppure Vatta del Torino. Loro realizzavano un ottimo lavoro a livello di settore giovanile. Adesso non ci sono più, ci sono altre strategie e altre filosofie di investimento, speriamo si torni ai risultati di prima”. 

Sotto accusa anche attività di base e settori giovanili: allenamenti inadeguati, modalità di selezione dei giovani, troppi stranieri ecc... Siamo passati in un decennio dal vincere europei under 21 come se fosse una formalità a un sistema da rifondare. Quali sono stati gli errori? 

“E' un po' di anni che sono fuori dal calcio italiano, ma alcuni errori sono stati sicuramente commessi, soprattutto nel settore giovanile. Le nostre under 21 hanno sempre vinto, hanno sempre proposto ragazzi che poi hanno proseguito il loro cammino nella nazionale maggiore, questo ora succede molto meno”. 

Capello ha detto che gli allenatori che insegnano ai bambini di dieci anni la tattica invece che la tecnica, in quanto più semplice, andrebbero 'messi in galera'. 

“Proprio in galera no – sorride – Sicuramente dovrebbero concentrarsi sull'insegnamento tecnico, cosa che invece fanno all'estero. Nel calcio italiano c'è stato un calo tecnico e anche di fantasia a mio parere, dovuto al fatto che gli allenatori del settore giovanile se non vincono vengono mandati a casa. E' vero che bisogna anche vincere perché altrimenti il ragazzo si annoia, però dovremmo importare la cultura della non-vittoria e della costruzione del giocatore. Invece i club vogliono assolutamente i successi”. 

In un nostro editoriale abbiamo parlato delle tecniche di allenamento delle Scuole Calcio negli anni in cui l'Italia dettava legge nel mondo: forca, muro e triangolo. A suo parere su quali aspetti dovrebbero concentrarsi gli allenamenti dell'attività di base? 

“Questi sono sicuramente tre strumenti importanti, anche se oggi ci si dovrebbe concentrare sulla velocità palla al piede. E' molto importante visto che i ritmi nel calcio sono sempre più alti. Ma ci sono tanti allenamenti che possono aiutare il giovane a migliorare, qualsiasi tipo di allenamento, anche da soli...”

Per esempio? 

“Io mi ricordo che quando ero bambino mi allenavo con il muro, e non sapevi mai dove andava la palla. Ognuno deve avere la fantasia per creare esercizi che possano servire al calcio. Tuttavia, ripeto, esercitare la velocità con la palla al piede è la cosa più importante”. 

L'esultanza di Tardelli a Spagna '8211 Luglio 1982. Lei segna il 2-0 in finale contro la Germania, consegnando di fatto il mondiale spagnolo all'Italia. Proprio Spagna e Germania oggi sono da molti indicati come i modelli da seguire per rifondare e rinnovare il nostro movimento. E' d'accordo? 

“Sì, soprattuto la Germania, ma io ci metto anche la Svizzera che ultimamente ha creato giovani di valore, pur essendo una piccola nazione. Hanno aperto le porte alla multirazzialità e questi giocatori hanno portato qualcosa di diverso. Cosa che hanno fatto anche i tedeschi, forse servirebbe anche a noi”. 

Sempre con riguardo a questi due paesi, sono un esempio di investimento mirato sui talenti locali, perché in Italia si continua a rimanere fortemente affascinati dallo straniero? 

“Lo straniero a volte porta qualcosa di nuovo alla squadra. Va bene lo straniero, ci deve essere, ormai non siamo più solo Italia, siamo Europa, siamo Mondo. Però dobbiamo valutare con attenzione i talenti italiani e andarli a cercare anche dove è difficile trovarli, perché di giocatori che valgono ce ne sono molti.”

Il numero minimo di italiani da schierare in campo può essere una soluzione? 

“Secondo me no, ormai non è più possibile. Siamo noi che dobbiamo sentire la voglia e la volontà di lanciare i nostri ragazzi.”  

Obbligatorie o di difficile attuazione, in tantissimi auspicano la realizzazione delle squadre B. 

“Non so se in Italia è possibile adottare questo sistema. A me non dispiacerebbe, potrebbe essere una soluzione, ma nel nostro paese non si sa mai cosa succede”. 


Altra idea è quella di assegnare i ruoli più rilevanti a livello federale agli ex calciatori di prestigio. C'è chi invece storce il naso puntando il dito sulle esperienze di Rivera e Baggio. 

“Credo che la presidenza o le altre cariche federali debbano essere assegnate a persone competenti, che siano o meno ex calciatori. C'è necessità di persone che sappiano veramente cosa fare e che abbiano fatto qualcosa di importante. Non si può dare la presidenza a una persona solo perché ha giocato a calcio”. 

Quindi in questo momento? 

“Quindi se Albertini è competente è giusto che prenda lui in mano la situazione, però se Tavecchio è competente è Tavecchio che deve prendere in mano la presidenza. Poi siamo in un sistema democratico, si vedrà al momento delle elezioni. Non si merita una carica federale perché si è stati calciatori, la si merita se si è competenti, altrimenti sei guidato da altri”.  

Intanto pochi giorni fa Arrigo Sacchi ha lasciato la FIGC dopo quattro anni per colpa dello stress e dell'idea sbagliata che abbiamo del calcio, divenuto uno sport poco divertente e un movimento bloccato dall'immobilismo. Quanto è grave questa perdita e quanto approva queste parole? 

“Una grande perdita sicuramente. Probabilmente lui non è riuscito a sbloccare questo immobilismo e quindi si può dire che un pochino è anche colpa sua; se era lì per provare a cambiare qualcosa e non ce l'ha fatta, qualche problema c'è stato. Sacchi ha dato molto al calcio italiano...”.

Però? 

“Però quando fai l'allenatore è una cosa quando sei dirigente un'altra. Mi spiace che abbia lasciato perché poteva dare tanto al nostro calcio, non so se l'ha fatto per stress o meno, probabilmente non riusciva a fare quello che voleva. Peccato perché lui è uno di quelli che ha la filosofia che puoi perdere ma devi giocare bene, però quando lavori nei club e nelle federazioni devi vincere assolutamente”.

Lei ha avuto esperienze all'estero, da allenatore in Egitto e in Irlanda insieme a Trapattoni, in Svizzera da giocatore. Si sente di dare qualche consiglio su come vivere il calcio in Italia, non solo a livello culturale? 

“In Irlanda il calcio si vive un po' più serenamente, in Egitto invece era molto difficile fare il commissario tecnico. In qualsiasi nazione però si vuole vincere, la mentalità del bel gioco a discapito del risultato si deve trasmettere nelle Scuole Calcio, poi arrivati a un certo livello i risultati devono arrivare. Non c'è paese al mondo che prescinda dai successi.”