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Categorie: Giovanili

Mauro Marinelli, nuovo volto del Ladispoli parla della sua avventura: "Finalmente un club che programma senza ossessioni"

Il direttore sportivo sbarca nella società rossoblu: "Ho trovato l'ambiente ideale. Il calcio italiano? Dobbiamo pensare meno ai titoli regionali e più alla formazione di giovani calciatori"



E' arrivato a Ladispoli in punta di piedi, nonostante in queste ultime stagioni sia stato uno dei dirigenti più in vista del calcio laziale. Ha girovagato di società in società, di prima e seconda fascia, blasonate e non, pur di trovare un progetto dove poter sviluppare al meglio le proprie idee calcistiche. Poi, durante una chiacchierata più che una trattativa, si è concretizzata la possibilità Ladispoli. Mauro Marinelli ha colto la palla al balzo, affascinato dal progetto sul nuovo impianto sportivo e dagli obiettivi societari. Uno su tutti: colmare il gap con le big romane. Compiere l'ultimo salto di qualità per permettere al sodalizio tirrenico di lottare in tutte le categorie con continuità. Avvicinare Roma e tentare di convincere i talenti capitolini per affermarsi ai massimi livelli. Lui è pronto a dare il suo contributo. Con umiltà e determinazione, ma soprattutto con idee. Dote rara, di questi tempi.

Mauro MarinelliDirettore, come nasce l'accordo con il Ladispoli?

"E' stata una trattativa nata spontaneamente, chiacchierando. Dolente e Zini volevano una nuova figura che potesse dare una mano al club anche in prospettiva futura, per catturare informazioni nuove e crescere ulteriormente".


Un maggior contatto con Roma? 

"Esattamente, ma anche dividere nel miglior modo possibile le funzioni e cercare di  compiere l'ultimo step per arrivare ai massimi livelli del settore giovanile dilettantistico". 

Un progetto che l'ha colpita particolarmente.

"Ho accettato subito, mi sono reso conto di trovarmi di fronte a persone competenti. Dopo aver parlato con il presidente Paris mi sono convinto che in questo club si possa lavorare nel migliore dei modi, senza pressione, come difficilmente è accaduto nelle mie precedenti esperienze. Ho spiegato le mie idee e ci siamo trovati d'accordo senza troppe difficoltà".

Ladispoli dove troverà, nello staff tecnico, i suoi due figli, Simone e Alessandro. Come si gestisce una situazione del genere in ambito professionale?

"Beh, ho già lavorato con Alessandro all'Urbetevere e questo mi avvantaggia. Devo dire che per me non è così complicato. Dentro il centro sportivo diventano allenatori come gli altri e mi rivolgo a loro esattamente nello stesso modo degli altri. Mi viene spontaneo dopo tanti anni di calcio". 

Parlava di un ambiente ideale per lavorare.

"Si, ho trovato un ambiente dove gestire le situazioni in maniera tranquilla, senza proclamare obiettivi, alzare i toni o attirare le attenzioni dei mezzi di informazione. Rispetto a dove ho lavorato in precendenza c'è un discorso più incentrato sulla formazione dei calciatori che sui risultati. Faccio un esempio: se qualche ragazzo sceglie di andare a Roma nessuno fa drammi, a Roma certi trasferimenti di giovani calciatori si vivono come un affronto".


Insomma, si dà il giusto peso alle cose?

"Tor Tre Teste, Tor di Quinto, Savio, Perconti e Urbetevere: questo è il top oggi e in tre di queste società ho lavorato. Sono club che devono mantenere un certo standard, costretti ad un rimescolamento delle carte ogni anno. Un gruppo che compie una grande stagione magari viene integrato con otto calciatori, c'è una continua evoluzione. Questo perché si cerca il titolo regionale e quindi vengono trascurati alcuni aspetti per me fondamentali".

Per esempio?

"La formazione dei giovani scende in secondo piano. Se hai un gruppo valido di Giovanissimi Fascia B e l'anno dopo devi fare l'Elite, aggiungi fisicità, perché senza fisicità non vinci in quella categoria. Quindi si portano avanti determinati calciatori con determinate caratteristiche e il livello scende.  Il lavoro svolto nella scuola calcio viene completamente accantonato per favorire il raggiungimento di un obiettivo sportivo, basti pensare che l'Urbetevere, quando i 2000 erano all'ultimo anno di scuola calcio, vantava centoventi tesserati, ne sono stati confermati sette per l'agonistica. Molto spesso, poi, i più dotati tecnicamente vengono trascurati e perdono passione, smettendo di giocare e i livelli si abbassano".

E il calcio italiano ne risente.

"Assolutamente. Nei settori giovanili si investe poco, molti club professionisti non pagano i premi di preparazione, in molti casi i convitti li pagano gli stessi genitori. Senza parlare delle sessioni di mercato".

In che senso?

"E' una corsa al massacro, bisogna cambiare qualcosa ed essere tutti disposti a farlo. Un ragazzo che fa un certo tipo di percorso è un conto, ma un giovane che cambia squadre tre volte in cinque anni con altrettanto allenatori, non può crescere nel migliore dei modi. Ma d'altronde il titolo regionale porta pubblicità e introiti. La formazione dei giovani passa sempre in secondo piano".

In questo massacro lei come si muove?

"Quando parlo con un ragazzo resto sempre concentrato sul nostro progetto. In molti, troppi, fanno esattamente il contrario, parlando male dell'operato altrui. Non ritengo sia la scelta giusta, anche perché nel novanta per cento dei casi non va a buon fine. Poi, chiaramente, bisogna sempre capire chi hai di fronte".

Torniamo a Ladispoli: inserirsi in uno staff così collaudato e con risultati importanti conquistati nelle ultime stagioni non è semplice. Come ci è riuscito?

"Con esperienza e umiltà. Sicuramente non mi pongo in maniera arrogante, sono entrato in punta di piedi in una situazione già strutturata, che funziona, quindi non c'è nulla da cambiare. Ho cercato di capire dove si può migliorare ancora, ho esposto le mie idee e mi sono messo a disposizione".

Idee su quali argomenti?

"Soprattutto sui profili dei calciatori da scegliere. Sono assolutamente convinto che serva puntare su ragazzi con una mentalità definita, che possano dare qualcosa in più anche dal punto di vista della personalità e non solo dal quello tecnico". 

Nella sua carriera si è spostato molto: è una questione di opportunità o fa parte della sua indole?

"E' una domanda che mi pongo spesso anche io. Probabilmente avevo bisogno di un percorso lungo per capire come funzionava, anche se a dire il vero nell'ultimo periodo cercavo un progetto a lungo termine. Con l'Urbetevere speravo potesse continuare, con l'Ottavia e l'Aurelio ci sono state altre tipologie di problematiche. Una parte di me aveva avuto anche la tentazione di provare un'esperienza con una prima squadra, ma sono felice di quello che è successo. A Ladispoli ho trovato una società dove si può lavorare come piace a me. Sono molto stimolato, perché siamo sulla stessa lunghezza d'onda. C'è la possibilità di crescere ancora e, perché no, di vincere qualcosa".

Già, senza tante ipocrisie. Perché in fondo, a chi non piace?