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Categorie: Nazionali - Under 15

Parla il tecnico del Crotone Luigi Miccio: "Il calcio è cultura"

A tu per tu con l'allenatore dei Giovanissimi Nazionali del club calabrese. Un approfondito confronto sulla stagione quasi conclusa, i progetti futuri e i valori dello sport più amato del nostro paese.



Luigi MiccioDa Roma a Nocera, da Nocera a Crotone e domani chissà... L’unica certezza è quel bagaglio umano e professionale che continua a riempirsi. Luigi Miccio è un giovane che come tanti altri insegue il sogno di diventare grande. A differenza di tanti però, ha deciso di intraprendere con tutte le forze a disposizione le strade tortuose, le strade del sacrificio, che forse lo porteranno a raggiungere la destinazione ambita. A ventuno anni la sua prima panchina, oggi ne vanta centoventi solo nel settore giovanile professionistico. In continuo aggiornamento, alla ricerca quasi esasperata del miglioramento, rispettoso di una filosofia sportiva che, ahinoi, è sempre più rara, ci siamo ritrovati con lui per uno splendido confronto. Il messaggio è di vitale importanza: “il calcio è cultura”

Un altro anno di professionismo. 
“Un anno positivo, in cui la difficoltà maggiore non è stata quella tecnica. Sono arrivato in una città nuova e ho dovuto affrontare la problematica della gestione umana di una nuova esperienza. La fortuna è stata trovare una società che ha grande voglia di crescere e questo mi ha aiutato anche nella sfera personale. In molti sostengono che Crotone sia una realtà all’avanguardia, però c’è un aspetto che è sotto gli occhi di tutti”.

Quale?

“Che negli ultimi anni sono stati valorizzati molti giovani che non erano prodotti del proprio vivaio. L’intenzione di Luigi Porchia, che è una persona straordinaria dal punto di vista umano e tecnico, è cominciare a far si che la maggior parte dei giovani che arrivano in prima squadra passino dalle giovanili. Crotone è una realtà che ha risorse limitate, la valorizzazione dei giovani ha tanti significati importanti, non ultimo l’abbattimento dei costi.”

Quest’anno hai guidato i Giovanissimi.
“Mi sono trovato a mio agio. Il gruppo veniva dall’Academy e i ragazzi erano già formati dal punto di vista didattico. La parte faticosa è stata portarli dalla mentalità regionale a quella nazionale. Quando ti confronti con realtà come Napoli, Palermo, Salernitana, il livello si alza. Il lavoro è stato di completamento tecnico, ma si è soprattutto incentrato sul far comprendere ai ragazzi che bisogna lavorare perché il calcio di un certo livello non è per tutti, ma solo per quelli che mostrano determinate qualità tecniche e caratteriali”.

In questa ottica ci sono già risultati?
“Basti pensare che in tutte le categorie il Crotone ha giocatori convocati nelle Nazionali e che sono stati scelti nelle competizioni ufficiali. Penso a Nicoletti che ha partecipato all’Europeo Under 17, nei miei Giovanissimi ho avuto due ragazzi convocati da Rocca, così come altri due negli Allievi."  

Dagli Allievi e Beretti della Nocerina, ai Giovanissimi del Crotone.
“Avevo bisogno di questo passaggio. Posso dire di aver fatto puro settore giovanile, formando i giovani e lavorando con loro per fargli comprendere che il calcio è cultura. Per giocare a certi livelli bisogna conoscere”.

Che intendi?
“Che il talento basta fino a un certo punto, per fare il calciatore c’è bisogno di conoscenze specifiche. L’allenamento diventa il momento per studiare e per sbagliare al fine di non ripetere un errore. La competitività non è il risultato, la competitività è indicatore del lavoro che si è svolto. Non si può essere competitivi se si hanno calciatori che non sanno cosa fare in campo”.

Concetto indiscutibile.
“Il talento è una base necessaria per emergere, ma è genetico e lo vedono tutti. L’abilità di società e allenatori è comprendere quale è la potenzialità. Capire a 12, 13 anni quanto un ragazzo può fare è la vera sfida del settore giovanile. Oltre ovviamente ad avere strutture che permettano al talento di crescere. Per me in questo il Crotone sta dimostrando di lavorare per sostenere i propri ragazzi”.

Quante società operano così in Italia, considerato il momento nero?
“Il momento è dei più neri, però sono positivo e credo che qualcosa stia cambiando, quantomeno nel modo di approciare le tematiche di sviluppo del settore giovanile”.

Potrebbe essere più semplicemente che il fondo del barile è già stato raschiato...
“Però bisogna anche essere coscienti che si è arrivati al fondo. Non è mai facile accettare di non aver fatto qualcosa bene. Con i ragazzi mi scontro perché c’è sempre la filosofia della giustificazione o del saper far tutto. L’abilità di tutti, dai dirigenti ai genitori, deve essere cominciare a guardarsi dentro per rendersi conto delle proprie mancanze e lavorare per migliorare. Anche se c’è un grande problema...”

Quale?
“Che per essere i migliori bisogna sforzarsi e oggi sono pochi quelli che vogliono sforzarsi”.

Miccio con lo staff del CrotoneMomento peggiore e quello che ti ha fatto capire di essere al posto giusto.
“Nella prima fase abbiamo perso qualcosa che poi abbiamo ritrovato quando i ragazzi hanno superato lo shok di conoscermi – sorride, ndr – e hanno capito che il calcio professionistico non è per tutti, come dicevamo prima. Hanno cominciato a cercare di colmare le proprie mancanze in allenamento e abbiamo ottenuto risultati eccezionale. Ci sono tante partite: il 2-2 in casa del Palermo, le vittorie di Catania, nel derby, con il Catanzaro.”

Mi avevi parlato di due sconfitte, dove sottolineavi l’importanza della prestazione. Questo è l’emblema della tua filosofia?
“Perse entrambe per 3-2. Il Napoli a detta di molti è uno dei gruppi 2000 più forti di Italia. Noi, pur soffrendo, abbiamo dimostrato che con il lavoro e i sentimenti anche i limiti tecnici possono essere superati. Il gruppo, grazie alla grande forza morale e mentale, è riuscito a diventare competitivo e consapevole.”

Tu non avevi mai allenato un gruppo di Giovanissimi?
“Mai. Adesso infatti posso dire di avere una conoscenza totale del settore giovanile”.

E ora che è completa?
“Ti posso dire che la categoria più bella delle giovanili a mio parere è quella degli Allievi. Sono già piccoli calciatori,  con un bagaglio specifico e una personalità che gli permette di essere coscienti di cosa possono dare.”

Non ti manca Roma?
“Molto, ma a chi non mancherebbe la propria casa?”

Solo umanamente o anche professionalmente?
“Roma manca in tutti i sensi. Ci tengo a ribadire un concetto indiscutibile: per qualità delle strutture e dei tecnici, il bacino del Lazio non ha eguali in Italia. Senza fare nomi, tantissime dilettanti lavorano come, se non meglio, di tante professioniste”.

Torneresti per quale offerta?
“Andrei ovunque ci sia l’opportuna di crescere. Ma soprattutto, come il Crotone, andrei dove vogliono investire su di me a lunga scadenza.”

Anche dilettantismo?
“Una domanda delicata e a cui penso spesso. Attualmente il problema sarebbe la motivazione. Il confronto nazionale mi ha dato emozioni e arricchimento professionale importanti. Prima parlavamo della partita contro il Palermo. Già andare a giocare sul loro campo è un confronto tecnico importante. Eravamo arrivati con largo anticipo e ho detto ai ragazzi: “doccia e poi tra due ore andiamo in centro”. Abbiamo visto una città fantastica e il giorno dopo giocato una sfida indimenticabile. Questo è professionismo ed è l’emblema di quello che dicevo: il calcio è cultura.”

Il tuo sogno rimane intatto?
“Sempre più forte, nonostante i momenti di sconforto siano tanti. Mi domando perché abbia dovuto fare tutti questi chilometri per conoscere il calcio nazionale. Poi però mi sono reso conto che ho avuto la fortuna di conoscere una persona come Pasquale Ussia, che mi ha portato a Nocera e mi ha dato questa grande opportunità.”

Ti sentiresti pronto per una professionista del Lazio?
“Centoventi panchine di professionismo in tre anni e calcio fatto da Trapani a Bassano del Grappa mi fanno sentire pronto”.

Bagaglio importante.
“Di cui sono molto orgoglioso perchè frutto di grandi sacrifici... Non è facile non tornare a casa tutte le sere. Ma così tra poco esce Maria De Filippi” – ride, ndr -.

Miccio durante l'intervista nella redazione di Gazzetta RegionaleE adesso non ci sono solo Lazio e Roma nelle serie prestigiose...
“Vuoi fare calciomercato ma non posso aiutarti perché non c’è niente – sorride, ndr – Il mio posto in questo momento è a Crotone. Spero di poter crescere qui e approfitto per ringraziare Luigi Porchia, che ha avuto il coraggio di investire su di me come primo tecnico proveniente da un’altra regione.”

Bella responsabilità.
“Devo tanto a questa società. Prima di tutto alla famiglia Vrenna, che è proprietaria del club, ma il nome che ti faccio con affetto e riconoscenza è quella di Luigi Porchia”.

Quanto è importante per il futuro di un tecnico trovare la persona che scommette ciecamente su di lui?
“E' necessario. Quello che tu senti di poter dare non vale niente se non trovi chi ti dà la possibilità, ma io sono stato fortunato.”Perché?“Perché ho trovato sulla mia strada persone che hanno creduto in me. Da Franco Zavaglia, che a 21 anni mi portò al San Lorenzo, poi c’è stato il Pro Roma, Paolo Fiorentini, un riferimento umano e tecnico importantissimo. Poi Ussia e Porchia...”

Giochiamo con il destino: vai ad allenare una Primavera, esonerano il tecnico e ti ritrovi a guidare la prima squadra. Saresti pronto?
“La vita è fatta per sognare, sicuramente non mi tirerei indietro. Ci proverei con pizzico di follia e con tanta consapevolezza. Trovami uno che ti direbbe no!”

ll gruppo è fondamentale per comprendere il valore dello sport. Emozioni, ricordi, amicizia, insegnamenti importanti per vivere in società. E tra l’altro il gruppo porta punti. Tu ne hai fatto un punto di forza del tuo calcio.“Assolutamente. Questa è l’educazione che mi ha dato la mia famiglia: dare tutto quello che si ha agli altri, senza aspettarsi nulla in cambio. Questo genera la nascita di sentimenti tra le persone, e in campo, come nella vita di tutti i giorni, il sentimento porta ad andare oltre il limite, oltre la ragione. Quando si gioca con sentimento, quando si gioca per il compagno, per l’allenatore, quando si gioca consapevoli di non poter deludere se stessi e gli altri, allora si va oltre il limite. Chi ci mette sentimento in tutto quello che fa emerge”.