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Parla Vincent Candela: "Lo sport è di tutti i bambini"

L'ex campione della Roma e della Nazionale francese ci parla della sua Associazione Trentadue durante un campus organizzato al Savio: "Cerchiamo di insegnare valori veri. Io su una panchina? Pronto per una chiamata"



Vincent Candela al Vianello con la maglietta dell'Associazione Trentadue © Gazzetta RegionalePassi un giorno da via Norma e intravedi Vincent Candela che sfida un gruppo di bambini innamorati del calcio nel centrare la traversa dal limite dell'area. Ti avvicini e scopri che no, non è un miraggio dovuto alle temperature quasi africane che stanno caratterizzando l'estate romana. E' proprio lui, l'esterno che per anni ha infiammato la Curva Sud facendo impazzire il tifo di sponda giallorossa. Uno dei grandissimi protagonisti della cavalcata scudetto della Roma 2001, ma anche campione del mondo e d'Europa con la Francia nel '98 e 2000. Un fuoriclasse che a poco più di quaranta anni ha ancora la stessa voglia di mettersi in gioco. Da una parte con la sua associazione Onlus “Trentadue”, nome che richiama il suo indimenticato numero di maglietta e che organizza eventi in tantissimi sport organizzando incontri come il campus attualmente in corso di svolgimento con la collaborazione del Savio. Dall'altra aspettando la chiamata per la prima panchina, l'occasione dopo aver conseguito il patentino UEFA. Perché il calcio è la sua vita, ma la voglia di aiutare il prossimo, i più piccoli in questo caso, è un valore che ha sempre fatto parte del suo modo di essere.

Vincent, appena appese le scarpe da calcio al chiodo decidi immediatamente di dare una mano a questi ragazzi per inseguire un sogno: da dove nasce questa idea? 

“Non è esattamente un sogno, ma la possibilità di fare sport. Per farglielo amare, perché secondo me lo sport è importante nella vita in generale. Partendo da questo, con il mio staff e la mia associazione, abbiamo deciso di aiutare questi giovani in qualsiasi disciplina, non solo nel calcio. Oggi una famiglia per pagare una rata deve fare molti sacrifici, diventa difficile tirare fuori settecento euro. Noi possiamo aiutarli”.

Non è la prima volta che sei coinvolto in iniziative benefiche. 

“In vita mia ho sempre fatto beneficenza. Tutti possiamo farla perché la beneficenza non sono solamente soldi, ma anche semplicemente un sorriso, aiutare una signora a portare la spesa. Oggi dopo un anno di attività con questa fondazione riusciamo ad essere ancora più vicini a questi bambini. Certo trovare i fondi è difficile, ma insieme a persone con lo spirito giusto riusciamo ad aiutare un centinaio di piccoli atleti. Chiaramente l'obiettivo è arrivare a mille, duemila bambini, il prima possibile”.

La Trentadue che valori vuole trasmettere? 

“I miei valori, quelli che fanno parte di me da quando sono nato. La libertà, il rispetto, la lealtà, il senso di appartenenza. Molto spesso sento dire che il primo valore è la famiglia. La famiglia non è un valore, è qualcosa di diverso. La coerenza è un valore e noi facciamo il massimo con coerenza, che è la cosa più dura. Con il mio staff vogliamo raggiungere questi obiettivi”.

La maglietta autografata da Candela donata alla nostra redazioneOggi i ragazzi, anche quelli più piccoli e attraverso internet, sono bombardati da notizie su scandali che macchiano lo sport. Come si fa ad insegnare determinati valori in un momento non certo semplice come quello attuale? 

“A quel livello purtroppo è anche business, è brutto da dire, ma ogni tanto qualcuno si dimentica di determinati valori in nome degli affari. Noi però possiamo insegnargli il bello del gioco, farli divertire, educarli a rispettare il compagno e l'avversario. Questi piccoli non sono qua per arrivare alla Roma o alla Juve, non è questo l'obiettivo. L'obiettivo è la cultura sportiva, il fair play e amare la vita. Quelle piccole cose che sono sempre più difficili da insegnare, perché c'è esasperazione da parte delle società, dei genitori. Non è facile e non basta sicuramente una settimana come questa, serviranno anni. Diciamo che stiamo cominciando a piantare il seme dentro questi bambini”.

Quanto è importante il coinvolgimento di figure di campioni come te nel sociale? 

“Sicuramente siamo avvantaggiati dal punto di vista del richiamo e perché per i bambini siamo esempi, quindi ben vengano i campioni nel sociale. Anche perché a questa età ascoltano tutto quello che diciamo, osservano tutto quello che facciamo, la loro attenzione è catturata maggiormente, domandano, sono curiosi e anche tu impari da loro. L'importante è che una volta raggiunto un buon risultato un progetto garantisca la continuità necessaria per non vanificare tutto”.

Qual è la domanda che ti fanno più spesso? 

“Mi chiedono delle mie gioie quando ho vinto, qualcuno è romanista e mi domanda dei gol alla Lazio, non sono cose facili da spiegare (ride, ndr). Per loro vivere quelle sensazioni è un sogno e alcuni hanno talento, davvero, ma devono comprendere che le doti sono il dieci percento di un calciatore. Il resto è sacrificio, rispetto, senso di appartenenza, voglia di vincere, sono argomenti che affronto con loro ogni mattina. La voglia di vincere magari non gliela nomino più di tanto, ma fa parte di me. Non voglio perdere neanche con mio figlio sul prato di casa, così mi giustifico dicendogli che anche con le sconfitte si cresce! (ride, ndr)”.

Prima hai parlato di esasperazione dei genitori, un male che attanaglia il calcio giovanile. Come pensi che si possa risolvere un problema che continua a crescere di anno in anno? 

“Parlando, spiegando. Noi da sempre organizziamo riunioni per spiegare che sono atteggiamenti che fanno male ai loro ragazzi. Sui campi un bambino appena sbaglia si volta verso il genitore, non va bene e non permette al piccolo di essere spensierato quando gioca, di divertirsi. Devo dire che gli incontri funzionano. Magari parti con una trentina di partecipanti, però con il passare del tempo il numero aumenta sensibilmente. Purtroppo il genitore non si rende conto, ogni figlio è spettacolare per papà e mamme. Si lasciano prendere, ma non capiscono che tutto questo non aiuta alla crescita del ragazzino e alla sua formazione”.

Oggi siamo qui al Savio, quali sono i prossimi appuntamenti per la Trentadue e quali i tuoi progetti? 

“Questo è il primo stage con il Savio e penso che andremo avanti perché è una società molto vicina ai nostri valori. Una volta finita questa esperienza ci metteremo a tavolino per stilare un programma e organizzare altri eventi. Per quanto mi riguarda, invece, spero di avere un'occasione da tecnico visto che ho appena conseguito il patentino UEFA. Mi sento pronto per la panchina”.

Con la Trentadue sempre in primo piano. 

“Assolutamente. Ho un staff incredibile e il progetto andrebbe avanti anche se dovessi partire per lavoro. Amo quello che stiamo facendo e vogliamo crescere sempre di più. I bambini se lo meritano, lo sport deve essere un diritto di tutti”.