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“Perché nessuno mi ha detto che esistete?” La terapia del dolore, la legge 38/2010 e la conversazione con la dottoressa Lazzari

La storia di un percorso che in Italia interessa ancora poche persone rispetto al 25% della popolazione che è afflitta dal dolore



Image titleParlare di dolore non è semplice. Non è semplice perché il tema del dolore è spesso legato indissolubilmente a quello della paura che come tale si lega all’ignoto, allo sconosciuto e che proprio per questo genera nell’animo di chi se ne accosta un freno emotivo. Arrivo così nel reparto di terapia del dolore, dove mi aspetta la Dottoressa Marzia Lazzari per parlare delle cure e del sostegno al malato, con qualche dubbio difficile da sciogliere e nonostante al ruolo del giornalista si richieda un certo distacco interno per mantenersi cronista e non diventare inevitabilmente protagonista, le domande ed i pensieri si accavallano velocemente uno sull’altro. Così, ancora immerso in questi ragionamenti preparatori, quando la Dottoressa Lazzari mi saluta, mi sorprende: mi accoglie infatti con il migliore dei sorrisi e mi invita sedermi nello studio dove visita i pazienti. Nella stanza trovo i suoi colleghi, tutti giovanissimi, che come lei hanno un’espressione solare difficile da trovare fra le corsie di un ospedale. Mi appare quasi innaturale associare un sorriso alla cura. Nulla di più sbagliato, ma me ne accorgerò solo alla fine. Decido quindi di partire presentandole la prima domanda che risponde ai tanti dubbi di chi si accosta per la prima volta al tema della Terapia del Dolore. Il clic del registratore fa partire l’intervista.   


Dottoressa Lazzari, perché in Italia il tema della terapia del dolore è ancora così fortemente legato al tema della fine della vita?   

Sono almeno 10 anni che si parla di terapia del dolore in Italia, anche prima di arrivare alla legge 38 del 2010 che regola il settore. Il dolore è sempre stato associato come terapia agli oppiacei, dei farmaci che venivano sempre percepiti come pericolosi. L’uso degli stessi era poi correlato al tema oncologico, quindi a quello di un trattamento palliativo che accompagnava alla morte e con il tempo si è generato un aspetto culturale che ha legato, erroneamente, i due temi di terapia del dolore e fine della vita.   

Questo in effetti sembra essere un fenomeno del tutto italiano, o quasi. In Inghilterra, per esempio, si usa la parola care e non cure quando si discute di terapia del dolore. Si parla cioè non di una semplice cura, ma di un vero e proprio percorso.   

Noi come italiani, ancora non abbiamo il concetto di salute. In Italia il medico che si trovi di fronte ad un paziente parla in primis di salute. L’uomo è un tutt’uno: non bisogna quindi solo curare la malattia, ma tutto il paziente. Il dolore considera tutta la complessità, per questo bisogno avere un approccio più ampio nei confronti del paziente. Vanno considerate l’invalidità, l’aspetto della vita e la persona che si ha di fronte: J. Bonica che è stato uno dei primi medici americani a studiare la terapia del dolore, parla di “una equipe della terapia del dolore”. E non si parla solo di malati di cancro: la presenza di uno psicologo che assista e faccia parte della squadra del terapista del dolore, è necessaria anche per il ragazzo che abbia avuto un incidente. Perché spesso la depressione alimenta il dolore e di conseguenza il dolore alimenta la depressione. Se si prende un paziente con dolore cronico, si può essere un bravissimo dottore, ma se non si permette al paziente di sedersi, di parlare e di capire quanto sia presente il dolore nella sua vita quotidiana, quel paziente non si cura.   


Un altro aspetto che è ancora legato al tema della terapia del dolore è quello della paura. Da cosa nasce questo binomio?   

I pazienti vengono e mi chiedono “in cosa consiste la terapia del dolore?” quasi che il medico del dolore debba prescrivere una terapia ai limiti della stregoneria. La terapia del dolore invece si compone di diversi farmaci come gli antidepressivi, gli analgesici, gli antiepilettici, gli antiinfiammatori, gli integratori, i decontratturanti. La paura però nasce dall’uso della parola oppiaceo. Se si prescrive ad un paziente un farmaco dicendogli solo il nome dello stesso, senza usare parole come oppiacei, morfina e affini, il paziente si curerà con lo stesso. Quando però i farmaci vengono chiamati come oppiacei la risposta è “questa è droga. Non mi dia la morfina. Assolutamente no”. La paura quindi è solo un fatto culturale. Chiaramente se viene gestita male poi diventa un fatto concreto. La paura nasce infatti dalla mala gestione del farmaco oppiaceo che deve essere somministrato capendo se il paziente è adatto alla cura segnata e se eventualmente possa soffrire di effetti collaterali. Io credo molto nel fatto che i farmaci oppiacei se ben gestiti non danno problemi: possono dare effetti collaterali mentre sono in circolo, ma nella terapia sono efficaci. E questo è proprio il ruolo del terapista del dolore che deve seguire dall’inizio alla fine il paziente nel suo percorso. Il fenomeno dell’abuso in America nasce da questo automedicazione del paziente che fa da sé. E’ invece fondamentale il rapporto fra paziente e medico che deve seguire passo dopo passo creando un rapporto fra le due figure.   


Un compito impegnativo quello appena descritto. Perché quindi si sceglie di diventare terapisti del dolore?   

Il terapista del dolore nasce spesso come anestesista. Parlo ad esempio del collega che di fondo scelga fra le due possibilità, quella di essere anestesista e quella di essere terapista del dolore: la risposta univoca è che lo fa per passione e per l’impegno verso il paziente. Anche perché in Italia non c’è un riscontro importante dal punto di vista economico per chi opera in questo settore che rispetto alla sala operatoria comporta sicuramente meno guadagno.  


L’ultima domanda. Quale è la situazione della terapia del dolore in Italia?    

Io credo che la legge 38/2010 non stia facendo ancora avendo effetti nel senso che serve, allo stato delle cose, sia maggiore informazione che formazione. Mi spiego. Da me vengono persone che hanno dolore da trent’anni e la prima cosa che mi dicono è “perché nessuno mi ha detto che esistete”. Non c’è quindi una diffusione ancora capillare del tema. Serve quindi maggiore informazione legata però ad una formazione attenta: il medico di base potrebbe già in prima persona essere un terapista del dolore o curare insieme al terapista del dolore il paziente che presenti un dolore. Inoltre è ancora solo l’uso distorto dei farmaci per la terapia del dolore a fare notizia, non il paziente guarito e questo perché la qualità di vita non fa notizia. Eppure con un semplice farmaco spesso cambia anche l’approccio alla vita delle persone. Noi abbiamo tante persone che hanno ripreso a vivere e ad essere utili per gli altri, ma questo non si misura. Non fa notizia. Ma a noi basta”.     


Termino l’intervista e ringrazio la Dottoressa Lazzari che mi accompagna alla porta dello studio con lo stesso sorriso che ha tenuto per tutti i trenta minuti di conversazione. Una volta fuori, passo per lo stesso corridoio che ora mi accompagna all’uscita dell’ospedale: qui dove prima si affollavano domande, dubbi e qualche perplessità, ora è presente solo la sensazione di tranquillità. Ed è strano. Perché a volta basta informarsi per superare angosce, dubbi e pregiudizi. Anche perché spesso come scrive Cohelo “la paura di soffrire è assai peggiore della stessa sofferenza”, ma a volte la cura è nel sorriso con cui si accoglie un paziente.