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Roma Capitale, terminato il restauro della berniniana "Estasi di Santa Teresa"

Sei mesi di lavoro scrupoloso ed attento hanno permesso alla Città eterna ed al mondo di riappropriarsi di uno dei capolavori dell'Arte barocca di tutti i tempi e della macchina marmorea che lo incornicia



Un'immagine recente della berniniana "Estasi di Santa Teresa"


Chi non la conosce? E' là, come sempre, come da secoli, in fondo a Via XX settembre, presso l'altare del transetto di sinistra della Chiesa romana di Santa Maria della Vittoria: ma oggi c'è un bagliore in più ad illuminarla, oltre quello della luce che filtra dal lanternino soprastante la nicchia... ed è il bagliore di una luce ritrovata, grazie ad un certosino intervento di restauro che per sei mesi l'ha interessata, mentre intorno a lei, il flusso estasiato e palpitante dei turisti non si è mai fermato. Parliamo della "Estasi di Santa Teresa", opera ipercelebrata di quel genio incontrastato che fu Gian Lorenzo Bernini, nell'alba dell'era barocca. La scultura, recentemente uscita da una serie di interventi di pulizia e di valorizzazione, ha visto moltiplicarsi intorno a sè una serie di sforzi, scrupolosi ed attenti, al fine di recuperare la lucentezza originale del marmo di Carrara, che fino a qualche mese fa risultava offuscato da una serie di agenti atmosferisci come la polvere, lo smog e le infiltrazioni d'acqua. Accanto al ripristino della scultura, si è proceduto inoltre a lavori di rivalutazione della "macchina marmorea" che ingloba e completa l'opera, che in passato era stata appesantita da stuccature e ridipinture che inopportunamente erano state applicate all'insieme. Recuperato così allo slancio ed all'armoniosa prospettiva delle sue origini, il complesso è tornato ad essere il centro splendente della Cappella Cornaro, entro il quale è inserito: autori delle operazioni sono stati Giuseppe Mantella e Sante Guido con la direzione di Lia Di Giacomo. L'estasi, più propriamente chiamata dagli addetti ai lavori "Transverberazione di santa Teresa d'Avila" fu pensata nell'ambito della realizzazione della cappella di famiglia che il Cardinale Federico Cornaro si stava facendo edificare all'interno della monumentale chiesa romana di Santa Maria della Vittoria, già celebre luogo di culto destinato a celebrare nei secoli le vittorie della cristianità sugli infedeli, attraverso la conservazione di importanti cimeli storici riguardanti le più celebri battaglie (quella di Lepanto in primis). In tale ottica, la cappella Cornaro non andava ad occupare una postazione secondaria, anzi, veniva situata al di sotto della cupola, accanto all'altare maggiore e quindi in una posizione che potremmo definire "da protagonista". Pertanto c'era bisogno di uno scultore dello stesso livello, che desse il giusto prestigio a quanto si andava progettando: tale artista venne individuato in Gian Lorenzo Bernini il quale stava vivendo in quel periodo un momento buio della sua carriera, poichè il papa dell'epoca, Innocenzo X, non si era dimostrato abbastanza entusiasta di lui rispetto ai predecessori. Bernini allora accettò la commissione con slancio, considerandola come una vera e propria rivincita professionale ed il risultato che ne derivò fu un capolavoro, interamente scolpito in marmo di Carrara bronzo, portato a termine tra il 1647 ed il 1652: la scultura celebra il momento in cui, punta da un dardo angelico, viene rapita in estasi l'anima di Santa Teresa d'Avila (carmelitana, come i religiosi che custodiscono la Chiesa della Vittoria); il tutto però viene rappresentato in una maniera assolutamente inedita, attraverso un soffice connubio di panneggi e di nubi che finiscono con il fondersi e confondersi, facendo emergere delicatamente le meravigliose sembianze della santa e del messo angelico. L'insieme, inserito all'interno di una scenografica struttura barocca, da semplice altare sembra quasi trasformarsi in un'eccezionale quinta teatrale, dove i "palchetti" sono inseriti nelle pareti laterali, ospitanti i volti dei principali membri della famiglia Cornaro. Un'opera sensazionale insomma, che da lì in poi sarebbe stata destinata ad avere un posto d'onore tra le opere d'Arte più ammirate e celebrate di tutti i tempi, come ancor oggi attesta il costante, inarrestabile flusso di visitatori che affolla la chiesa, in un plebiscito secolare al quale invece non volle aderire mai il Bernini, arrivando a definirla semplicemente la sua "men cattiva opera": ammirevoli pennellate di umiltà in un trionfo di genialità artistica.