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Roma, i funerali di Vittorio Casamonica e la livella

Il clan Casamonica è in evoluzione, consapevole che per affrancarsi da una certa immagine data nel passato, oggi serva un nuovo messaggio che passa dai media



C’è un momento tratto dalle scene viste durante i funerali di Vittorio Casamonica avvenuti nella giornata di ieri che può far capire - e bene - chi fosse il “Re di Roma”, morto nella Capitale dopo una lunga malattia. Non sono i cavalli, non i petali rosa lanciati da un elicottero, neanche le fanfare che intonavano “My Way” di Frank Sinatra o la colonna sonora del Padrino: il momento voluto simbolicamente dal clan Casamonica, avviene all’uscita del feretro dalla chiesa di San Giovanni Bosco a Cinecittà, quando la bara che accoglie le spoglie del defunto viene sollevata in alto in mezzo alla folla. Un gesto, questo, che racconta come lo stesso Vittorio Casamonica fosse sopra tutto e tutti e lo sia rimasto ancora, anche dopo la morte, ma è un atto che spiega anche come il clan a cui apparteneva ora chieda – ma forse il verbo giusto è si appropri – un ruolo di spicco nella città Capitale di Italia.   

Un momento del funerale (C) EPA
Da Roma Est ai Castelli. Perché se a Roma “non si muove foglia che la banda della Magliana non voglia”, se per appalti e concessioni bisognava chiedere a Carminati e Buzzi, se sono presenti e attivi i componenti Fasciani per Ostia e Senese per un largo spicchio di Roma Est, è anche vero che Romanina, Anagnina e una lunga fascia di provincia che si spinge fino ai Castelli subisce l’influenza della famiglia Casamonica. A raccontarlo per primo è stato Vittorio Rizzi, capo della mobile che nel 2003 coordinò una maxi operazione che identificò “almeno 400 affiliati” del clan, pur contando nel complesso un totale di oltre 1000 persone. Fu dall’inchiesta condotta da Rizzi che emerse un nuovo capo di imputazione che andasse oltre l’articolo 73 del codice penale (spaccio di stupefacenti, ndr): nella maxi operazione che portò in carcere 39 persone, si formalizzò infatti il reato di associazione a delinquere. Da quel frangente le cose cambiarono prendendo una piega diversa: perché un conto è essere un semplice spacciatore, un altro creare una catena capace di compiere una serie di reati diversi e di costruire un vertice malavitoso in grado di influire in modo sensibile sulla criminalità romana, ma non solo.  

Un clan in evoluzione.
Oggi, secondo le indagini delle forze dell’ordine, il clan si è affrancato dall’ombra dell’ex membro della banda della Magliana Enrico Nicoletti, assumendo un ruolo di vertice e primato nella gestione del traffico di droga, ma anche in quello di reati finanziari che raccontano da soli come il clan stia cambiando. E nel cambiamento l’immagine che lo stesso gruppo vuole dare di se stesso si trasforma: via il volto degli usurai, dentro quello più “soft” e “glamour” della famiglia malavitosa in pieno stile hollywoodiano. Perché quello che conta non è quello che si fa, ma come lo si racconta: e allora ecco arrivare cavalli neri, petali dal cielo, trombe e maxi cartelloni commemorativi. Un’immagine che ricorda da vicino quella del funerale dell’ultimo (?) don della mafia italoamericana Vito Rizzuto, seppellito fra onori e sfarzo, in una bara d’oro massiccio, perché se alcune cose non si possono portare oltre i cancelli di San Pietro, altre si possono lasciare come testimonianza di un passaggio terreno. C’è da dire che a Roma scene del genere non sono nuove: così nel 1981 anche Enrico Casamonica venne trasportato in una bara bianca mentre una parte della famiglia spargeva petali di rose al passaggio del feretro e l’altra bloccava il quartiere tuscolano per permettere il passaggio indisturbato del corteo funebre.  

L’importanza dell'immagine. Di Vittorio Casamonica resta quindi una immagine, riassunta bene da una scritta su uno dei tanti manifesti che facevano da cornice al suo funerale: “Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso”. Perché nella forza dell’apparire resta il messaggio più importante della storia, quello voluto dalla comunicazione di cui i gruppi malavitosi si nutrono: raccontando il lato cinematografico della vicenda, passano in un attimo in secondo piano i reati, le estorsioni e le attività criminali raccontate dalla Procura. Perché, certo, “la morte è una livella” che rende tutti uguali, ma se raccontata in un certo modo rischia di rendere alcuni ricordi immortali.