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Roma: ipotesi commissariamento a metà per il Giubileo

Con un decreto legge, Marino verrebbe privato della gestione dell’evento. Il Sindaco: “Così non resto”.




“Il popolo del Pd mi ama, sono i capobastone del partito che mi odiano”. Parole di Ignazio Marino, Sindaco di una Roma che fra Mafia Capitale e la questione immigrati alla stazione Tiburtina – per citare solo le ultime due crisi capitoline – è arrivata al punto di rottura. E mai parole furono più profetiche, perché nella serata di ieri è arrivata nello studio del Sindaco una telefonata che lo avvertiva di come dal Governo – leggasi Pd – era pronto un decreto legge per commissariarlo. Non tanto commissariare la città – quella è questione affidata al Prefetto Gabrielli che disporrà in merito nel prossimo mese – ma commissariarlo nelle sue funzioni di Sindaco rappresentante e organizzatore del prossimo Giubileo. Insomma Marino resta, ma solo sulla carta. Perché togliere al Sindaco l’opera più importante della sua gestione, significa in un colpo depotenziarlo anche presso il suo partito, dandogli quel colpo di grazia che sa più di attentato ai suoi poteri. Insomma un “Tu quoque Renzi” che passando per le idi di giugno segnano il probabile addio di Ignazio Marino. Difficile infatti pensare - qualora il decreto venisse varato - ad un Sindaco pronto a rimanere al suo posto pur privato della gestione del più importante evento legato alla città.  
Il Sindaco di Roma Ignazio Marino ©GazzettaRegionale
Il decreto. Così questa mattina il volto del Sindaco appare segnato, ma non rassegnato. “Così non resto”, avrebbe detto ai suoi collaboratori più vicini mentre entrando negli uffici del Comune si è fatto scappare un “Mi hanno lasciato solo” che pesa più di una sentenza. Parole, queste, che di certo non lasciano spazio ad interpretazioni, ma che allo stesso tempo non devono trarre in inganno: Marino ora più che mai vuole contro attaccare. Anche perché l’ipotesi commissariamento è ancora una bozza contenuta in un decreto e il Sindaco qualche amico – pochi – all’interno del partito ancora lo ha. In questo senso bisognerebbe interpretare quindi il rinvio della decisione del Consiglio dei Ministri che avrebbe dovuto ratificare la decisione sul commissariamento già ieri. Anche perché la decisione prevista nel decreto è quella di “assicurare il raccordo operativo tra le attività delle amministrazioni dello Stato interessate e le funzioni svolte dalla Regione Lazio, dalla città metropolitana e da Roma Capitale”. Un ruolo che rientra nel pieno nelle funzioni del primo cittadino romano, ma che nell’atto governativo si inserirebbe invece sotto il capitolo Gabrielli.  

Delegittimato. La spada di Damocle che pesa sulla testa di Marino è quindi quella di una delegittimazione che più che dalle inchieste della Procura – che per alcuni versi lo stesso Marino si intesta provocando non pochi malumori fra gli uomini di Pignatone – arriva dalle fila della sua stessa maggioranza. Una maggioranza rinnovata dopo gli ultimi arresti – leggansi ad esempio Coratti e Pedetti – nella quale non mancano tuttavia, fra gli altri, i casi Sel legati soprattutto alla figura di Nieri, di cui parte del Pd voleva la poltrona di numero due in favore di Matteo Orfini. Una scelta che qualora arrivasse non soddisferebbe il “giglio magico” che invece vorrebbe ripartire con uno scatto netto e deciso, segnando il passo con un Giubileo perfettamente confezionato tramite la cura Gabrielli. E proprio da Gabrielli potrebbe arrivare quella sponda che permetterebbe al Governo di commissariare la città per poi ripensare alla figura di un primo cittadino – non il chirurgo democratico - affidatario di nuovi poteri. Con buona pace di Marino, Sindaco solo, in una città forse ingestibile.