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Roma, Stadio Olimpico e quella decisione di dividere le curve che (forse) non serve

Dal prossimo 13 settembre le due curve romane saranno divise. Dati, numeri e analisi per capire cosa avviene nella Capitale, come si muove il resto d'Italia e cosa fanno all'estero.




La prima risultante della divisione delle curve dell’Olimpico voluta dal Prefetto di Roma, Franco Gabrielli parla di numeri: dei circa 17000 posti oggi a disposizione - 8.537 per la Sud, 8.576 per la curva laziale – se ne perderanno intorno ai 3000, con un taglio, effettuato per inserire delle barriere – che dovranno essere mobili – idonee a creare due settori interni alle curve stesse. Un provvedimento, quello della prefettura, che parla di divisioni quindi, ma anche e soprattutto di una riduzione del numero di posti “per evitare il ripetersi di una serie di comportamenti delle tifoserie, verificatisi durante lo scorso campionato soprattutto nelle “curve”, capaci di mettere a repentaglio non solo il regolare svolgimento delle partite, ma anche l’incolumità degli spettatori”.   Una scelta netta quella di Gabrielli, che ha imposto una conditio sine qua non, senza la quale l’utilizzo dello stadio Olimpico sarebbe stato negato alle due società romane. Una prescrizione da connettersi inoltre all’obbligo “dell’innalzamento delle barriere che separano il settore “distinti” dalle “curve”, in modo da impedirne lo scavalcamento” e a quello dell’installazione di apposite separazioni, atte a creare “corridoi” per rendere più agevoli le operazioni di filtraggio e pre-filtraggio dei tifosi che accedono alle curve”.  

La curva sud divisa in occasione di Roma-Juventus (C) Ansa
Dubbi e regole Uefa. Che la disposizione di Palazzo Valentini avrebbe scontentato una larga parte del tifo – ma non solo – della Capitale, era una ipotesi di facile previsione: perché per quel fenomeno difficilmente spiegabile al di fuori del raccordo anulare, lo stadio diventa per il romano non solo occasione di tifo, ma anche e soprattutto momento per ritrovare amici, parenti, conoscenti. Gli stessi che ora, pur avendo sottoscritto un abbonamento annuale, potrebbero ritrovarsi – e in alcuni casi il condizionale va già tolto – separati e lontani nella stessa curva. E allora ecco che anche il numero uno del Coni – ente proprietario dello stadio – Giovanni Malagò afferma come le barriere nelle curve dello stadio Olimpico siano “una sconfitta innegabile”. Una sconfitta che si scontra anche e soprattutto con le regole UEFA che non prevedono l’utilizzo di barriere “tra il terreno di gioco e gli spettatori, o tra gruppi di spettatori”, perché viene ritenuto che le stesse provochino “un senso di chiusura che non è in linea con l’esperienza delle partite di calcio di oggi”. Un regolamento obbligatorio e da rispettare questo, altrimenti verrebbero a mancare quei requisiti necessari per ospitare le competizioni europee: così se le barriere appariranno per la prima volta il 13 settembre in Lazio-Udinese, saranno in seguito rimosse in occasione di Roma-Barcellona valida per la prima giornata di Champions League. E via a seguire alternandone la presenza fra campionato, competizioni Uefa e Nazionale. Il paradosso, quindi, è quello per il quale tale disposizione preveda un tifo organizzato giudicato come violento nelle gare casalinghe, che diventi improvvisamente privo di rischi in quelle internazionali.  

Una questione romana.
Il tema delle barriere resta tuttavia una problematica prettamente della Capitale, perché negli altri stadi italiani il senso di marcia è inverso. Lo “Juventus Stadium” in questo senso, si pone in maniera opposta all’Olimpico non solo avvicinando tribune e campo di gioco, ma anche eliminando – in linea con le disposizioni Uefa – le divisioni fra un settore e l’altro dell’impianto sportivo. Una scelta seguita anche dalla famiglia Pozzo per il nuovo Friuli nel suo restyling. Non solo. In occasione della partita Sassuolo-Juventus dello scorso campionato, al Mapei Stadium è partito il progetto “Stadio senza barriere”, un percorso voluto dalla società emiliana in accordo con l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, ma soprattutto con il placet di Prefettura e Questura di Reggio Emilia. Strade tracciate quindi, anche perché per poter assegnare la prossima finale di Champions League al San Siro di Milano, la federazione calcistica europea ha imposto, oltre ad una ristrutturazione complessiva dello stadio, anche l’eliminazione di ogni forma di barriera fra tifosi  

All’estero. Se la divisione degli stadi resta tema di attualità in Italia, all’estero parlare di stadi divisi diventa tema marginale: tolte le barriere – inimmaginabili oggi - nella Premier inglese i tifosi sono spesso ad un passo dal terreno di gioco, ma è l’intero concetto di stadio che diventa altro, componendosi, come nel caso dell’Emirates – stadio dell’Arsenal – di un complesso residenziale di livello, giardini e unità commerciali, sky-box, naming rights, parcheggi, negozi, centri commerciali, cinema, sale congressi, musei e stores con il risultato che da semplice evento calcistico, una partita si trasformi in vero e proprio turismo sportivo. In Inghilterra è stata l’operazione di rilancio degli stadi – più che la non efficace prima ipotesi di schedatura del tifo – a permettere l’eliminazione totale degli episodi di violenza: partendo dal Taylor Report si è arrivati all’idea che uno stadio di qualità favorisca un tifo di qualità, così dal primo stanziamento di fondi, ogni anno governo e federazione inglese mettono – a discrezione – a disposizione dei fondi destinati all’ammodernamento o alla costruzione degli impianti sportivi del territorio.  
Lo stadio Olimpico di Roma
Violenza negli stadi o fuori gli stadi? C’è poi un altro dato che va considerato e che parte dalle parole l’ex capo della Polizia Antonio Manganelli che si era espresso più volte sul tema della violenza sportiva sottolineando come “una cosa sono i delinquenti, che vanno combattuti, un’altra sono gli ultras, con i quali va costruito un dialogo”. Da questa frase bisogna prendere il passo per capire come in realtà ci sia una differenza fra i fatti interni agli impianti sportivi e gli episodi di cronaca esterni agli stessi. Riprendendo le parole di Manganelli bisogna far distinzione – spesso dimenticata – fra tifosi e delinquenti che appartengono a due categorie umane distinte, seppure i secondi possano – o intendano intenzionalmente - vestire i panni dei primi. Il rapporto 2014 dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, inoltre, inquadra il momento degli scontri fra tifosi, al di fuori degli stadi: nella maggioranza dei casi – si legge – solo il 16% di questi avviene all’interno delle strutture sportive e solo il 9% degli stessi durante lo svolgimento delle partite. Dati questi, che pongono ulteriori interrogativi sulla scelta di porre una divisione interna alle curve romane.  

Solo nelle partite a rischio. Così se il mondo vira verso una maggiore responsabilizzazione delle società calcistiche, con uno sviluppo delle telecamere a circuito chiuso e di regole interne ai club, a Roma invece la momentanea conclusione di questo percorso su barriere, divisioni e disposizioni, è quella che emerge dalla guida Uefa agli stadi di qualità stilata con e dalla FIGC. Nel documento si legge infatti che “La UEFA supporta il principio di stadi privi di barriere per tutte le gare. Il giudizio prevalente è che qualsiasi forma di barriere tra il terreno di gioco e gli spettatori, o tra gruppi di spettatori, provochi un senso di chiusura che non è in linea con l’esperienza delle partite di calcio di oggi. Tuttavia è prudente segregare gruppi opposti di tifosi all’interno di settori diversi dello stadio per prevenire potenziali focolai di disordini”. Tifosi opposti, che nel caso della Capitale diventano quelli di casa. E mentre la FIFA sottolinea come l’uso di barriere è consentito solo per le partite classificate ad alto rischio - “for matches classed as high-risk” – a Roma ci si alternerà ancora fra gare con barriere e partite con spettatori di nuovo vicini.