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San Giuseppe a Roma, tra modernità e tradizione

Oggi nella Capitale una festa popolare molto importante, tra antichi appuntamenti, gastronomia tipica e una più recente serie di tradizioni



Processione foto©piaunionedeltransito_orgLa città di Roma, con la sua routine quotidiana e soprattutto con il suo status di Capitale d’Italia – che la espone ad un costante e continuo rinnovamento – a prima vista potrà sembrare un habitat poco o nulla adatto all’attecchimento di usanze e consuetudini. Non è esattamente così: quando l’area urbana di Roma era decisamente più piccola rispetto al presente e soprattutto era maggiormente concentrata nell'ambito dell’attuale centro storico, la vita e soprattutto la vivacità del popolo romano si esprimevano in tutta la loro effervescenza, facendo anche qui di ogni festa e ricorrenza un momento per manifestare di costume locale alquanto pittoresco. Si può individuare tutto questo in almeno tre situazioni, che hanno accompagnato ed accompagnano la vita antica e moderna della città: gli appuntamenti tradizionali, la gastronomia e le usanze recenti.


Image titleGli appuntamenti di un tempo. Nel passato “papalino” della Capitale, la Festa di San Giuseppe era un appuntamento molto atteso: l’istituzione della festività liturgica si ebbe a partire dal quindicesimo secolo e probabilmente da tale data in poi il popolo romano iniziò a nutrire particolare attaccamento a questo santo, cui erano legate le corporazioni dei falegnami e degli artigiani che lo riconoscevano come proprio protettore. Centro nevralgico di tale devozione e della festività del 19 marzo in particolare  era proprio la Chiesa di San Giuseppe dei falegnami, ancora oggi esistente nell’area del Foro romano. Nei pressi di questo luogo la confraternita omonima usava accompagnare la ricorrenza con solenni festeggiamenti e banchetti. Famosi scrittori tramandano con le loro opere l’atmosfera di quelle giornate di festa: basti pensare a personaggi del calibro di Giuseppe Gioacchino Belli nel corso del primo ‘800 oppure Giggi Zanazzo (che tra la metà del XIX secolo ed i primi anni del ‘900 la definì "ffesta granne"). Poi però questa sorta di incantesimo si ruppe: Roma divenne Capitale d’Italia, il tessuto urbano cominciò ad ingrandirsi sempre di più ed al contempo gli stessi rioni storici persero la loro contiguità a causa degli sventramenti. La stessa area intorno alla Chiesa dei falegnami fu completamente isolata dalle demolizioni con cui il regime fascista riportò alla luce i reperti archeologici della Roma imperiale. Anche il popolo andò via via cambiando i propri connotati: i romani “veraci” iniziarono progressivamente ad estinguersi, lasciando il posto ad una popolazione variopinta, proveniente da tutta la penisola.


Image titleLa gastronomia. Tornando un attimo ai festeggiamenti di una volta, per San Giuseppe romani erano soliti consumare frittelle e bignè (dolci ancor oggi in uso per questa festa): non a caso la festa stessa era stata ribattezzata dal popolino con il bizzarro nomignolo di “San Giuseppe frittellaro”. La ricetta tipica dei bignè di San Giuseppe – che molti romani di oggi chiamano impropriamente “zeppole”, prendendo il termine in prestito dalla tradizione napoletana – prevede anzitutto di riscaldare in un pentolino un bicchiere d'acqua con il burro ed un pizzico di sale, portando a ebollizione: dopo di che vanno versati cento grammi di farina, da mescolare accuratamente e lasciar cuocere per altri cinque minuti, dopo di che va fatto raffreddare il tutto, incorporando due uova sbattute, tre cucchiai di zucchero e della scorza di limone grattugiata. Successivamente va messo dell'olio in una grossa padella, da riscaldare evitando di farlo fumare: infine va versato in esso il composto a cucchiaiate e quando sarà gonfio in forma di bignè va tolto dal fuoco, asciugato su carta assorbente e deposto in un piatto da portata, oltre che cosparso di zucchero vanigliato. A saldare questa ricetta con una tradizione popolare ormai consegnata al mito, resta a noi posteri una caratteristica Preghiera a San Giuseppe Frittellaro, composizione romanesca di Checco Durante, recente poiché del 1950, ma assai evocativa (“San Giuseppe frittellaro tanto bbono e ttanto caro, tu cche ssei così ppotente da ajutà la pora ggente, tutti pieni de speranza te spedimo quest’istanza:/fa sparì dda su la tera chi ddesidera la guera./Fa vvenì l’era bbeata che la ggente affratellata da la pace e dar llavoro non ze scannino tra lloro./Fa ch'er popolo italiano ciabbia er pane quotidiano fatto solo de farina senza ceci né saggina./Fa cche ccalino le tasse e la luce, er tranve e'r gasse; che ar ttelefono er gettone nu' lo mettano un mijone, che a ppotè legge er ggiornale nun ce serva 'n capitale./Fa che tutto a Campidojo vadi liscio come ll’ojo: che a li ricchi troppo ingordi je se levino li sordi pe’ ccurà quer gran mmalato che sarebbe l’impiegato, che così l’avrebbe vinta p'allargasse'n po’ la cinta. Mo quer povero infelice fa la cura dell’alice e la panza è ttanto fina che se ’ncolla co’ la schina./O mmio caro San Giuseppe famme fa 'n ber par de peppe (scarpe), ma fa ppure che er pecione (carzolaro) nun le facci cor cartone che sinnò li stivaletti doppo 'n mese che li metti te li trovi co li spacchi ssenza sola e ssenza tacchi./E fa ppure che'r norcino er zalame e er cotichino ce lo facci onestamente cor maiale solamente che ssinnò lì drento c’è tutta l’arca de Noè./Manna er ffreddo e mmanna er zole, tutto quello che cce vole pe’ ffa bbene a la campagna che ssinnò qqua nun ze magna./Manna l’acqua che ricrea che sinnò la Sora ACEA ogni vorta che nun piove se’mpressiona e ffa le prove pe’ ppoté facce annà a lletto cor lumino e'r mmoccoletto./O ggran santo bbenedetto fa che ognuno ciabbia un tetto, la lumaca affortunata cià la casa assicurata cha la porta sempre appresso… fa ppe’ noi puro lo stesso: facce cresce su la schina una cammera e ccucina./Fa che l’oste, bbontà ssua, pe’ fa er vino addopri l’uva, che ssinnò, quanno lo bbevi, manni ggiù l’acqua de Trevi. Così er vino fatto bbene fa scordà tutte le pene e tte mette l’allegria. Grazie tante… Accusì ssia !"). 


La tradizione recente e gli appuntamenti attuali. All’indomani della breccia di Porta Pia, Roma dunque rivoluziona il suo volto completamente. Così, accanto a forme di tradizione che vanno via via perdendosi, nascono nuove usanze, parte delle quali già sono entrate nel moderno immaginario capitolino: tra di esse spicca la Festa di San Giuseppe nel popoloso quartiere del Trionfale, che vede il suo avvio intorno agli inizi del secolo, quando San Luigi Guanella edificò l’omonima Basilica, per dare un riferimento religioso alla zona, a quell'epoca in fase di sviluppo edilizio. Intorno ad essa, alla data del 19 marzo si ripetono annualmente grandiosi festeggiamenti, dove in parte rivive l’atmosfera del passato intrecciandosi con le consuetudini venute fuori negli ultimi decenni di storia: sono numerosi infatti i romani nativi del Trionfale, che oggi torneranno nel quartiere dove sono nati e cresciuti per godersi i festeggiamenti. Quest'ultimi, partiti nei giorni scorsi con un triduo di preparazione, troveranno il loro culmine alle 16,00 di oggi pomeriggio con la tradizionale ed attesissima processione: lungo l’isolato intorno alla chiesa tornerà a snodarsi un colorato corteo dove, al suono della Banda della Gendarmeria Pontificia, sfileranno i piccoli Paggetti di San Luigi e numerose associazioni, in un mix imperdibile di sacro e profano. Al contempo si svolgerà un nutrito programma di divertimenti popolari tra i quali spiccano il palo della cuccagna alle 18,30, la Pesca di beneficenza, le immancabili frittelle con gli stand gastronomici e l’animazione musicale. La giornata di festa si concluderà alle 19,30 con il consueto spettacolo pirotecnico mentre il prossimo 21 marzo, si svolgerà la IV “Biciclettata di San Giuseppe” - con raduno a partire dalle 15,30 – ed una Cena di beneficenza, il cui ricavato sovvenzionerà la ristrutturazione dei campetti dell'Oratorio della Basilica di San Giuseppe. I festeggiamenti saranno definitivamente chiusi domenica mattina con le finali del I Torneo di calcetto “Trofeo San Giuseppe”.