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Sandro Pertini, venticinque anni dopo la scomparsa

Oggi si celebra un quarto di secolo dalla scomparsa del grande politico e Presidente della Repubblica Italiana: un ricordo che non si spegne, nemmeno tra i più giovani



E’ molto difficile che un politico faccia breccia nella mente e nel cuore dei cittadini, specialmente se questo politico ha a che fare con un paese come l’Italia, terra straordinariamente affascinante quanto ricca di contraddizioni, le cui zone d’ombra e diffidenze dal punto di vista sociale vanno ad investire in pieno il mondo delle istituzioni, specie nell’ultimo ventennio quando, all’indomani di tangentopoli, dell’azzeramento della classe dirigente e dell’avvento della seconda Repubblica, scandali e giochi di potere si sono venuti accentuando. Ventennio che per fortuna lui non ha visto.. lui, il Politico italiano per eccellenza, Sandro Pertini, storico esponente del Partito socialista  italiano e settimo Presidente della Repubblica Italiana, del quale oggi si commemora il venticinquesimo anniversario della scomparsa e che visse buona parte della sua parabola umana e politica sotto il cielo della Città Eterna. 


Sandro PertiniPertini, il Politico. Sandro Pertini nacque nel 1896. Venuto al mondo da famiglia benestante a San Giovanni, frazione di Stella, non lontano da Savona, si arruolò sul fronte dell’Isonzo durante la prima Guerra mondiale, coprendosi immediatamente di onore, tanto de essere decorato di medaglia d’argento al valor militare. Negli anni immediatamente successivi al conflitto aderì al Partito Socialista italiano, del quale sposò in pieno le idee e soprattutto la totale e ferma opposizione alla nascente ideologia fascista. Quando nei primi anni venti il regime mussoliniano prese slancio e mostrò pienamente il suo carattere palesemente dittatoriale, contro Pertini iniziò una vera e propria campagna persecutoria: arrestato nel 1925 venne condannato a otto mesi di carcere e dovette successivamente riparare in Francia, per sfuggire ad una seconda condanna. Oltralpe trascorse un periodo di autentico esilio, ma non rinunciò alla militanza politica, al punto da rientrare in Italia sotto falso nome intorno al 1929. Ciò gli valse un ulteriore arresto da parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con consequenziale confino. Fedele ai suoi ideali – arrivando a gridare apertamente e senza paura «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!» mentre veniva pronunciata una delle tante condanne emesse contro di lui, durante la detenzione ebbe modo di conoscere Antonio Gramsci, a favore del quale scrisse diverse missive al fine di alleviare le misure disciplinari emesse contro di lui. Condannò duramente le parole di sua madre, rea di aver inoltrato domanda di grazia a suo beneficio. Scarcerato nell’agosto del 1943, prese parte agli scontri di Porta San Paolo, a Roma, per liberare la Capitale dall’occupazione tedesca. Nel frattempo, si adoperò con Pietro Nenni per la ricostituzione del Partito Socialista italiano, ma ciò lo fece rientrare nuovamente nel mirino: venne infatti arrestato dalle SS e condannato a morte. Le Brigate Matteotti favorirono la sua fuga da Regina Coeli catapultandolo in pieno nell’epopea della Resistenza Italiana: divenuto rappresentante socialista in seno alla giunta militare del Comitato di liberazione nazionale, continuò a combattere in Toscana, Lombardia e Valle d’Aosta, ottenendo una medaglia d’oro al valor militare per poi partecipare all’insurrezione in quel di Milano, dove figurò tra i votanti che condannarono a morte Mussolini ed i gerarchi fascisti. Com’era naturale che fosse, l’avvento dello Stato Repubblicano lo vide primo protagonista dell’Assemblea Costituente, tra le fila socialiste; tra il 1953 ed il 1976 venne eletto a più riprese prima senatore e successivamente deputato. La sua autorevolezza e la sua integerrima reputazione di Politico tutto d’un pezzo furono la chiave di volta che gli valse l’elezione a Presidente della Camera dei deputati, nelle due legislature comprese tra il 1968 ed il 1976.



La celebre foto della partita a carte sull'aereo di ritorno dopo il successo a Spagna 1982Pertini, il Presidente. Quando nel 1978 il napoletano Giovanni Leone lasciò la carica di Presidente della Repubblica, si aprì la diatriba per l’elezione del nuovo Capo di stato: gli scrutini, iniziati alla fine del giugno di quell’anno, non approdarono in un primo momento a nulla di concreto, pur essendosi prodotti dei nomi autorevoli, quali Nenni ed Amendola. L’otto luglio avvenne la convergenza: il nome di Pertini non solo catalizzò la scelta dell’Assemblea ma addirittura sfociò in un consenso record - 832 voti su 995 – ancora oggi imbattuto. Da Presidente, Pertini continuò quella che fu la sua politica di sempre: fianco a fianco del cittadino comune, si rese interprete del sentimento collettivo specialmente nelle occasioni felici e tristi della storia nazionale. Tutti ricordano la sua esultanza sugli spalti quando nel 1982 la Nazionale italiana di Calcio si aggiudicò la Coppa del Mondo; ancora, due anni prima, restano scolpite nella storia la sua presenza sui luoghi del Terremoto dell’Irpinia quando, tra macerie e rovine di paesi interamente distrutti da uno dei peggiori sismi che la storia del Mezzogiorno ricordasse, fu prodigo di parole di incoraggiamento, di abbracci alla popolazione ed anche di severissimi moniti, in cui condannò apertamente i ritardi e le lungaggini che la macchina dei soccorsi aveva manifestato fin dai minuti successivi al disastro. Fu testimone del primo governo socialista del Paese, affidato nelle mani di Bettino Craxi, ma fu anche perfettamente imparziale ed equo, al punto da visitare la Camera ardente di Giorgio Almirante e partecipare alle commemorazioni pubbliche per il funerale di Enrico Berlinguer in Piazza San Giovanni, a Roma (indimenticabili le mani imposte dal Presidente sulla bara del leader comunista ed il ringraziamento che Nilde Iotti, dal palco, rivolse ad un commosso Pertini mentre la folla esplodeva in un boato di ammirazione). In un momento dove il terrorismo e la malavita organizzata mostravano apertamente ed inesorabilmente il loro potere oppressivo sulla società italiana, Sandro Pertini non fece mai mancare parole di condanna: sciolse per infiltrazione mafiosa il Comune di Limbadi, nel vibonese, pronunciò espressioni di incoraggiamento per le popolazioni siciliane, napoletane e calabresi, contrassegnate dalla presenza delle mafie – mostrando quanto a volte i luoghi comuni interni all’immaginario nazionale non abbiano senso nella realtà di uno Stato unitario - ed al contempo si fece promotore di apprezzamenti, nella vita di tutti i giorni, per il lavoro degli italiani onesti, comprese le stesse comunità di emigrati, che ebbe modo di visitare personalmente nel corso dei suoi viaggi all’estero e che, in un’epoca in cui la comunicazione digitale ancora non era stata inventata, contribuì a rendere meno straziante il sentimento di lontananza dalla madrepatria. Il suo essere ateo e profondo sostenitore di democrazia non furono mai motivo di rottura con chi professasse convinzioni differenti e/o fedi religiose: ebbe modo di stringere una solida amicizia con Giovanni Paolo II ed ebbe spesso modo di affermare che tra tutti gli orientamenti politici non poteva considerarsi tale il fascismo, in quanto fondato sull’oppressione di opinioni differenti. I suoi stessi traguardi politici furono il risultato di un’ammirazione pressochè trasversale, non solo da parte di tutte le forze politiche ma anche da parte della gente comune, che in lui vedeva – ed ancora oggi vede – un leale alleato ed esponente piuttosto che un burocrate lontano. Nel 1985, all’indomani delle dimissioni dalla carica di Presidente, che arrivò a pochi giorni dalla sua naturale scadenza, continuò la sua militanza politica come Senatore a vita morendo il 24 febbraio del 1990 nel suo minuscolo appartamento capitolino, accanto a Fontana di Trevi, mai più riaffittato ed oggi restituito al Comune di Roma.