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Un Pontefice sull'Appia, 50 anni dopo

Ieri la storica visita di Papa Francesco alla Parrocchia di Ognissanti, nel cinquantesimo anniversario della prima Messa in lingua italiana



Foto © AnsaSono passati cinquant’anni, ma il tempo sembra essersi incredibilmente fermato: a parte il contesto urbano, naturalmente mutato in termini di infrastrutture e trasporti, la stessa calca e lo stesso impaziente desiderio di farsi largo tra la folla per incontrare il Vicario di Cristo tornano a farsi nuovamente palpabili nell’aria. Alle diciotto precise di sabato scorso il desiderio si è realizzato e Papa Francesco, in una visita-lampo al quartiere Appio, ha celebrato la Santa Messa presso la Parrocchia di Ognissanti, poco distante da Piazza Re di Roma. Fin qui potrebbe trattarsi della cronaca di una delle consuete e periodiche visite che, da qualche pontificato a questa parte, i Papi riservano alle parrocchie della Diocesi capitolina: in questo caso invece l’occasione è ancora più solenne, in quanto in tale giornata è caduto il cinquantesimo anniversario della celebrazione della prima Santa Messa in lingua italiana.


7 marzo 1965. Esattamente mezzo secolo fa Paolo VI, all’epoca sedente sulla cattedra di Pietro, volle approfittare della visita in una Parrocchia romana per inaugurare anche in mezzo alla gente comune quello che di li ai decenni si sarebbe rivelato come il nuovo corso della Chiesa Cattolica. Si era infatti agli sgoccioli del Concilio Vaticano II che, inaugurato tre anni prima da Giovanni XXIII, aveva posto nuove basi in termini di apertura alla società moderna, all’ecumenismo ed anche ad una maggiore partecipazione dei fedeli all’azione liturgica: in tale ottica, i Padri conciliari misero a punto una nuova serie di norme liturgiche che, sacrificando l’uso del latino come lingua universale della Chiesa – non accessibile a tutti i fedeli – permisero una celebrazione dell’Eucaristia nella lingua nazionale, più semplice da assimilare e da comprendere da parte della stragrande maggioranza della gente comune, andando a rivoluzionare inoltre le stesse modalità di celebrazione della Messa. Così l’altare maggiore, dapprima confinato nella parete di fondo andava ad essere sistemato in una posizione più prossima ai fedeli, eliminando al contempo le balaustre, cioè quei muretti marmorei che di fatto separavano l’area presbiteriale da quella riservata ai fedeli. L’altare era ora “coram populo”, cioè rivolto verso i fedeli, così come il celebrante. Tali cambiamenti ebbero il loro primo riscontro visivo proprio la sera del 7 marzo 1965, quando Papa Montini disse Messa su un altare-mensa in legno, provvisorio ma già rivolto verso i fedeli e parlando in lingua italiana per tutto il corso della Celebrazione. All’epoca fu scelta la Chiesa di Ognissanti, sita nel popoloso quartiere Appio, in quanto i Padro Orioni – che ancora ne curano la vita spirituale – in quei giorni avrebbero celebrato il venticinquesimo anniversario della morte del loro fondatore, San Luigi Orione, che Paolo VI conobbe di persona. Con la Celebrazione della prima Messa italiana nella loro Parrocchia fu sancito di fatto un graduale abbandono del “Vetus Ordo” – ossia della celebrazione della Messa in latino – all’interno della Chiesa ed una diffusione sempre più capillare del “Novus Ordo” nel resto del mondo, anche e soprattutto a seguot dell’introduzione del Nuovo Messale nel 1969: la diffusione della Messa secondo il Novus Ordo, tra banalizzazioni profane e postumi rigurgiti di tradizionalismo, è ancora in fase di maturazione ed è ancora oggetto di analisi e costante aggiornamento da parte della Santa Sede.


Foto ©  Donorione.org7 marzo 2015. Come dicevamo, dieci lustri dopo quella sera, un Pontefice si fa nuovamente rivedere dalle parti dell’Appia, sul far del tramonto: si è negli anni dieci del ventunesimo secolo e di acqua sotto i ponti n’è passata parecchia. La modernità ha lasciato i suoi segni nel quartiere ed anche la riforma liturgica ha lasciato tracce del suo passaggio nella Chiesa di Ognissanti, dove l’altare a muro e la balaustra antichi hanno lasciato spazio ad un nuovo ambone ed altare-mensa marmorei. In questo spazio rinnovato, Papa Francesco, reduce in mattinata dall’Udienza generale, a cui ha preso parte Comunione e Liberazione, è giunto sulla Via Appia, accompagnato dall’entusiasmo dei fedeli, negli spazi della Chiesa e di un Oratorio San Filippo Neri stipato fino all’inverosimile. Qui si è tenuta una Messa semplicissima, sobria ed intima a tal punto da sembrare lontana anni luce dallo splendore delle celebrazioni pontificie in San Pietro. Agganciandosi alla pagina di Vangelo letta per l’occasiome ed alla commemorazione cinquantenaria, Bergoglio ha tenuto una profonda omelia dove ha ricordato ai presenti l’importanza di una coerenza tra Fede e vita, dove anche la partecipazione alla vita liturgica è elemento imprescindibile. “Il gesto di Cristo è gesto di pulizia – ha ricordato Papa Francesco, aggiungendo – è un richiamo al culto autentico (..) la liturgia bisogna portarla nella vita ed andare avanti ancora di più. Non è solo un rito da compiere.. non si va in Chiesa solo per assolvere ad un precetto o per sentirsi a posto con un Dio che non deve disturbare troppo.” Il Papa ha poi concluso così “Non possiamo illuderci di entrare in chiesa e sostituire con omaggi religiosi quello che è dovuto al prossimo rimandando la nostra conversione. Impegnamoci nella pulizia interiore della chiesa edificio spirituale del quale ciascuno è parte.” Terminata la celebrazione, Bergoglio ha salutato velocemente i presenti all’interno del piazzale dell’Oratorio per poi fare rientro in Vaticano. Fortissima l’emozione tra i fedeli, alcuni dei quali ricordando pure la precedente visita papale, sono stati concordi nell’affermare d’aver partecipato ancora una volta ad un evento che può dirsi storico nella vita del quartiere e della stessa Città eterna.