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Categorie: Giovanili

Viaggio nel mondo della Scuola Calcio: da Silvano Magheri ad oggi quante cose sono cambiate

Dopo l'intervista a Fabio Capello continua la nostra analisi sull'involuzione dell'attività di base e del movimento italiano. Gli esercizi perduti nel tempo che facevano crescere i piccoli talenti



Il mio maestro di calcio si chiamava Silvano Magheri. Uno sconosciuto per molti, non per i più esperti conoscitori di questo sport. Magheri è stato uno dei bomber più prolifici della storia della Serie C con 145 reti all'attivo, l'unico ad aver vinto per tre volte la classifica marcatori con la stessa maglia, quella della Biellese. Nato nel 1933 a Firenze, uomo di una certa stazza, oltre ad essere stato un autentico goleador è stato uno dei più grandi allenatori che il calcio giovanile italiano, a mio parere, abbia avuto. Ne persi le tracce quando nel 1998 io e la mia famiglia ci trasferimmo nella Capitale, lo lasciai indaffarato nella formazione calcistica del nipote Antonio. Lo ritrovai un paio di anni più tardi a Trigoria, ospite della Roma, quando il lavoro aveva portato i suoi frutti. Antonio toccava il pallone in maniera sublime, eppure non sembrava che madre natura gli avesse offerto in dote chissà quale talento. Magheri mi lasciò una videocassetta quel giorno, la stessa che si preoccupava di spedire ad ogni società professionistica del paese per far ammirare le qualità del giocatore che aveva creato. E le società immancabilmente lo chiamavano per fissargli il provino. Era tutto merito suo, e ne era consapevole. Girovagava per l'Italia con la fierezza e la sicurezza di chi sa di avere in mano il meglio che si possa offrire. Quello stesso giorno guardai la cassetta con mio fratello e rimanemmo sconvolti, Antonio era un fenomeno. Ma noi sapevamo il perché, essendo stati per nostra fortuna allievi di Magheri a suo tempo.Silvano Magheri

Il sistema Ho ripensato fortemente a Magheri in questi giorni, soprattutto in considerazione delle sue capacità di allenatore messe a confronto con quelle di alcuni tecnici che insegnano nelle scuole calcio del bacino laziale. E parliamo comunque del top negli ultimi anni in Italia. Sono caduto nello sconforto, pensando ai tanti giovani giocatori che muovono i primi passi e purtroppo non avranno mai la fortuna di essere allievi di un vero maestro di calcio. Il problema ruota fortemente attorno a quello che oggi è il ruolo prioritario che ricopre l'attività di base nelle economie di una società. I piccoli iscritti, togliendo ogni velo di ipocrisia, rappresentano principalmente un introito. Ma non è questo il problema; non si può certo chiedere a un club di non generare profitti utili a garantirsi la sopravvivenza. Il vero problema, è che ci sono società pronte a prendersi quei soldi senza volere o potere offrire in cambio ai giovani un adeguato servizio di insegnamento della disciplina sportiva in questione. 

C'erano una volta i maestri... E' spiacevolmente semplice infatti trovare tecnici con lacune evidenti, che inevitabilmente perdono credibilità in primis agli occhi dei genitori e in alcuni casi dei calciatori stessi, che a quel punto presumono di saperne di più. Non basta un corso per essere allenatore. Oltre ad un costante studio della disciplina e una dedizione smisurata, credo ancora, forse con un velo di romanticismo, che per essere un maestro di calcio sia necessaria una predisposizione di natura caratteriale. Perché il maestro di calcio è come quello di scuola, ha delle responsabilità in quanto guida di un gruppo. Deve dettare le regole ed essere in grado di farle rispettare, non essere un fomentatore da spogliatoio stile “contro tutto e tutti”, stucchevole frase troppe volte sentita; tenendo sempre presente che la priorità è la formazione del giovane in ogni suo aspetto. 

Forca, muro e triangolo I miei allenamenti erano molto diversi da quelli ai quali ho assistito in questi anni. Oggi mancano alcuni strumenti chiave della mia formazione: in primis la forca e il muro. La forca, per intenderci, è una sorta di T gigante realizzata in ferro, alta più o meno tre metri. Dalle due estremità del lato orizzontale pendono due cordoncini ai quali sono appesi i palloni, che restano sospesi per aria. Ovviamente la lunghezza della corda varia a seconda dell'altezza della persona che ne fa uso e dell'allenamento che si vuole praticare. Il muro non serve spiegarlo. Entrambi gli esercizi servono per affinare la tecnica del calcio, dello stop e della coordinazione, i fondamentali per eccellenza di questo sport. Dopo tanta pratica, dovevi ottenere i due risultati: quando calciavi, il muro doveva riconsegnarti precisamente la palla sui piedi disegnando una traiettoria lineare sul terreno. Nella forca invece, dopo il tuo colpo il pallone doveva pendere avanti e indietro restando sempre sullo stesso asse con la corda perfettamente tesa. Indimenticabile poi il triangolo in legno quando ci si allenava per i tiri in porta. Un classico: tutti in fila indiana a centrocampo, si parte con la percussione palla al piede poi ai venti metri si fa l'uno-due con l'allenatore o il compagno di turno e si va al tiro. Prima al posto di quella persona c'era un triangolo equilatero con i lati da un paio di metri circa, sul quale tu dovevi far sbattere la palla per chiudere la triangolazione. Capite molto bene che era fondamentale colpire nel punto esatto la superficie del triangolo, altrimenti la palla prendeva una direzione sbagliata e non ti consentiva di andare al tiro. Tutti gli esercizi, e dico tutti, avevano come fine la crescita tecnica del calciatore.

Un'immagine della forcaCoordinazione, tocco, acrobazia... Strumenti che non ho visto più. Inoltre usavamo in continuazione la corda per migliorare la coordinazione. Perdevamo ore a saltare in maniera differente: a gambe alternate, a gambe unite, due volte con una gamba due volte con l'altra, e via dicendo. A volte usavamo anche gli hula hop. Si insisteva sull'equilibrio e sul perfezionamento della postura del corpo in corsa. La pratica con il pallone tra i piedi era abbastanza diversa da oggi. Quando si palleggiava dovevi prima essere in grado di calciare la sfera in maniera corretta, e non essere quindi solo un bambino che calcia il pallone due volte al volo, tutto sbilanciato all'indietro, e alla terza gli finisce a trenta metri di distanza. Quindi per acquisire la giusta tecnica nel tocco, si lasciava rimbalzare la palla per terra tra un palleggio e l'altro, nel mentre ti coordinavi sul posto restando “in movimento”. Altra cosa che ricordo con nostalgia è lo stop con la pianta del piede. Con Magheri non potevi controllare la sfera in nessun altro modo se prima non eri in grado di farlo con la pianta del piede, e con la giusta posizione del corpo. Stesso discorso ovviamente per il piede di appoggio, in corsa e da fermo: potevi scordarti tiri in porta e partitelle se il piede d'appoggio non era nella posizione perfetta. Per non parlare poi della cura delle finte di corpo e non, e dell'affinamento della tecnica acrobatica. C'era tutto.

“Involuzione speculativa” Così mi chiedo, dov'è finito quel calcio? Dove sono i maestri di una volta? Da fine anni '90 a oggi non ci si è sforzati di proporre niente di nuovo, non ci si è dedicati più a studiare questo gioco per essere i migliori. Gli interessi economici hanno prevalso palesemente affossando la crescita. Quante volte si vede un esercizio eseguito malissimo senza che il calciatore venga ripreso? Tante. Oggi, in tempi di crisi, paghiamo in termini di qualità la necessità dei club di fare cassa con gli iscritti, perché soldi ne girano pochi, e la conseguente scarsa preparazione di alcuni tecnici dell'attività di base. Varie società cercano di ottimizzare i guadagni affidando al giovane volontario di turno un ruolo importante come quello del maestro di Scuola Calcio. Ma in alcuni casi...

Questione di filosofia Magheri era già un signore di oltre cinquanta anni quando allenava me e mio fratello. Ma non sarebbe il problema principale l'età, anche perché ci sono giovani che meritano, nonostante i più bravi maestri che abbia conosciuto di esperienza ne avevano già tanta. E' che porto dentro la convinzione che in molti casi la scelta sia più “modaiola” e conveniente che altro. Detto delle necessità economiche dei club, credo che in Italia siamo riusciti a cogliere il peggio dall'esempio di Guardiola, facendo nostro soprattutto l'elemento 'scommessa sul giovane'. Guardiola in realtà, oltre ad essere stato un tecnico giovane e vincente, è una delle migliori espressioni di una filosofia calcistica sulla quale l'intera Spagna, e soprattutto il Barcellona, ha lavorato e investito per anni, e con la quale ha raggiunto la vetta del mondo dopo decenni di anonimato. Guardiola da solo, probabilmente, non sarebbe riuscito a creare un movimento di tale portata. Ora questa sfrenata ricerca dell'ex calciatore che diventa subito allenatore è una realtà anche nella scuola calcio dilettantistica. Da non crederci! Ma come ha spiegato bene Fabio Capello nella sua intervista alla Gazzetta Regionale: quelli bravi costano, se non li paghi adeguatamente cercano altre strade.Pep Guardiola, allenatore del Bayern

I valori necessari Ci ostiniamo a voler seguire dei modelli esistenti in altre realtà europee per uscire da questo momento nero, senza volerne cogliere i veri valori: investimento, lavoro e pazienza. Ora si parla quasi con stucchevole insistenza del modello tedesco, poco prima sulla bocca di tutti c'era per l'appunto la cantera. La prima volta che ho visto il video degli allenamenti delle giovanili del Barcellona ho pensato proprio a Magheri per quanto erano simili ai suoi. Né i tedeschi né i catalani hanno creato una nuova branca della scienza calcistica, semplicemente hanno investito in modo oculato restringendo l'area della speculazione personale, con l'ambizione di essere i migliori e armati della pazienza necessaria per poter attendere lo splendido raccolto. Continuo ad essere fortemente convinto che l'Italia abbia i mezzi e le capacità per superare questa crisi. Continuo ad avere la presunzione che in Europa nessuno conosca il calcio meglio di noi. Perché è la nostra quotidianità, è lo sport che tutti conosciamo alla perfezione e in cui tutti possiamo esprimere la nostra opinione, e perché no, avere ragione. Si dice spesso che “l'Italia è un paese con sessanta milioni di allenatori”. Credo ci sia un fondo di realtà, si tratta solo di capire bene quali siano quelli indicati a vestire i panni di maestro di calcio.