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VIDEO - Roberto Re: “Aiuto le persone a sfruttare al meglio il proprio potenziale”

Chiusura romana per il Tour del “peak perfomance coach” italiano fra risate e percorsi formativi



Roberto Re, durante un suo seminarioChe Roberto Re faccia le cose in grande è un dato di fatto. Lo si capisce dall'arrivo all'Auditorium Massimo, tappa romana di uno spettacolo - ma forse sarebbe più appropriato chiamarlo "one night seminar" - che ha registrato il sold out in tutta Italia e così anche la Capitale non fa differenza, con la replica chiesta dopo il tutto esaurito del 5 marzo. Organizzazione precisa, capillare, al limite della perfezione e così dall'inizio sembra di trovarsi in una conference americana piuttosto che in un main event romano. Ecco, per capire chi sia Roberto Re bisogna partire da questo, dalla cura cioè che mette nel dettaglio, nel particolare che a fine serata regala la sensazione di un quadro riuscito. Il passo successivo, invece, per raccontare il "formatore" più famoso e richiesto in Italia è sentire le voci del pubblico in sala. Qui la prima sorpresa: lontana l'idea che ai suoi corsi partecipino solamente manager e imprenditori, la platea si colora di ragazzi - studenti universitari per lo più - uomini di mezza età e donne - queste sì - per la maggior parte occupate in una posizione di rilievo nel mondo del lavoro. Così quando chiedo perché partecipino alla serata, le voci - seppur diverse fra loro - raccontano la stessa storia: "perché Roberto (chiamato solo con il nome) mi ha cambiato". Ed allora è da qui che scelgo di partire per parlare con il “peak performance coach” italiano.

Senti Roberto, prima in sala ho parlato con alcune persone e la sensazione, meglio, il sentimento comune è quello per cui - riprendendo il tuo ultimo libro - "Roberto Re mi ha cambiato". Ti riconosci in questa definizione e nel caso ti pesa?
“No, non mi pesa, ma non sono io che cambio le persone o le strategie che insegniamo nei nostri corsi a farlo: sono le persone che usano quello che gli viene insegnato per cambiare. Io non ho il potere di cambiare nessuno: noi insegniamo come sfruttare qualcosa che già hanno dentro. E il mio lavoro è proprio quello: quello di aiutare le persone a sfruttare al meglio il proprio potenziale. All’atto pratico poi questo aiuta a cambiare le persone, questo è vero, ma non sono io: io sono solo un mezzo, uno strumento. Sono brave le persone che l’hanno sfruttato bene, perché altri magari hanno avuto la stessa opportunità e non l’hanno fatto”.

Facciamo un passo indietro e torniamo nella Genova dove sei cresciuto – e a proposito sei sempre doriano?

“Assolutamente sampdorianissimo”.

E del Presidente Ferrero che ne pensi?
“Non lo conosco personalmente. E’ un personaggio curioso come pensano tutti. Credo che al di là dei modi, l’impressione mia, è che ci fa non ci è: ha trovato un modo per spiazzare sempre gli altri che gli permette di svicolare dalle domande difficili e lui è bravo, fa la battuta e ne esce fuori. Ho avuto modo di parlare con qualcuno che lo conosce e mi hanno detto che nel lavoro è serissimo, l’esatto opposto di quello che appare all’esterno. Sono molto curioso: quando è diventato Presidente ho detto siamo rovinati, invece credo che stia facendo molto bene”.

Dicevamo – siamo a Genova e Roberto decide di diventare formatore. Mi racconti come nasce questa idea?
“Roberto non decide di diventare formatore: ci si è trovato. Queste cose le ho iniziate ad imparare per me perché mi piacevano, perché mi interessavano, perché ne ero affascinato. Poi una volta che ho iniziato ad ottenere risultati io e a impararle bene, sai come funziona: quando uno inizia a saper fare bene un qualcosa c’è qualcuno che arriva e gli chiede di insegnarlo. E’ diventato il mio lavoro in maniera abbastanza casuale. La cosa che ho scoperto nel tempo è che devo continuare a lavorare su di me: questo è un valore aggiunto a quello che faccio e credo che per insegnare agli altri devo applicare su di me le cose che insegno”.

Un’ultima domanda. Uno dei tuoi obiettivi principali raggiunti è quello di Jessica Rossi, oro olimpico a soli vent’anni. C’è un consiglio che vorresti dare ad un ragazzo di 10-15 anni che si affaccia alla attività agonistica?
“Non c’è un consiglio, ce ne sono tanti. Il mio lavoro con i campioni ha a che fare con la loro parte emozionale e mentale, non certo con la tecnica o la strategia o la parte fisica: tutti hanno i loro coach che sono bravi in quello. Il mio aiuto è far sì che questa persona sia in grado, nel momento della prestazione, di sfruttare al meglio il suo potenziale. Di lavorare sugli stati d’animo, di essere concentrati, focalizzare, di essere fiduciosi in sé e non dare spazio a tensione, stress, paura. Tutto questo si impara: quindi credo che a 10, 12, 15 anni sia ancora gioco, anche se poi quando si intraprende l’attività da agonista diventa gioco, divertimento, passione, ma bisogna iniziare a ragionare in maniera seria. E’ un impegno che ti prendi quasi come fosse un lavoro: bisogna ricordarsi che alla base c’è sempre la persona e quindi bisogna lavorare su se stessi, imparare a conoscersi, individuando le chiavi che ci rendono più o meno capaci. Quindi io credo che un domani un atleta, come ha un preparatore, avrà anche un allenatore mentale che inizierà a dargli le dritte già da giovane e sarà un grossa evoluzione perché ancora oggi alcuni grandi campioni non sanno come allenarsi mentalmente e io lo vedo in prima persona. Ci sono ancora i margini di crescita in questo”.



Lo spettacolo.
La serata romana, che chiude il Tour 2015, parte dal nuovo libro di Roberto Re “Cambiare senza paura” (Mondadori, 17 euro) ed è quello che si può chiamare uno show interattivo: il pubblico partecipa attivamente, con fogli, domande, risposte e alla fine la definizione di “one night seminar” sembra la più appropriata. Ma Roberto Re prima che comunicatore è anche uno showman – o meglio la prima dote traccia il solco della seconda – e così durante le cinque ore sul palco fa battute, ride, imita, passa fra glispettatori. Una precisazione: per assistere ad un seminario di Re bisogna andarci preparati, con le intenzioni giuste altrimenti lo show rischia – seppur con i tempi del teatro – di diventare lungo per chi lo guarda e sarebbe un peccato perché al di là di cosa si pensi del suo lavoro, ci sono spunti e idee che vale la pena prendere in considerazione.