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Comandini: "La nuova riforma dello sport stroncherà un intero movimento"

L'intervista integrale all'imprenditore, divulgatore tecnologico e proprietario del Vesta, che si scaglia contro il cambiamento dell'ordinamento proposto dal Ministro Spadafora

09 Dicembre 2020

Vesta Comandini

Gian Luca Comandini, imprenditore, divulgatore tecnologico e proprietario del Vesta (Foto ©Facebook)

Gian Luca Comandini non ci sta e non le manda a dire. Il giovane imprenditore romano, divulgatore tecnologico e massimo esperto in fatto di blockchain e criptovalute, nonché proprietario del Vesta, neonata realtà di Roma nord, manifesta tutta la sua rabbia ed il suo dissenso verso i cinque decreti di riforma dell’ordinamento sportivo, approvati dal Consiglio dei Ministri a fine Novembre e che porta il nome e il volto del Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora.

Casus belli Una riforma che danneggia incredibilmente le società sportive, secondo Comandini: “Non avranno più le forze per iscriversi alla prossima stagione e continuare a svolgere la loro attività, semplicemente. Oggi gli atleti e tutti gli altri addetti ai lavori che gravitano attorno ad un determinato club, sono persone che lo fanno per passione o come secondo lavoro oppure per una serie di altri motivi che escludono quello di voler avere un ritorno economico da questo impegno. Quindi far finta che questa riforma serva a garantire pensioni a persone che sanno che da questo settore non possono ricavare nulla, è una buffonata, perché serve soltanto a cercare di racimolare il prima possibile dei soldi, il tutto a discapito dei più piccoli, ovvero i club dilettantistici, che non avranno più possibilità”. Veniamo al punto focale. L’articolo 7 del prossimo Ddl. di bilancio per il 2021 prevederà la stanziamento di 50 milioni nel 2021 ed altri 50 nel 2022 “…per finanziare nei predetti limiti l’esonero, anche parziale, dal versamento di contributi previdenziali a carico di […] associazioni e società sportive dilettantistiche […] relativamente ai rapporti di lavoro sportivo instaurati con atleti, allenatori, istruttori, direttori tecnici, direttori sportivi, preparatori atletici e direttori di gara…”. Peccato che ad oggi non sussista alcun obbligo di contribuzione su quei rapporti di lavoro sportivo: sono collaborazioni rese a fini istituzionali (art. 35, comma 5, DL n.207/2008), costituiscono oggetto di contratti di collaborazione coordinata e continuativa (Co-Co-Co, ndr) (art. 1, comma 358, legge n.208/2015) e non possono essere oggetto di riqualificazione in rapporti di lavoro subordinato (art. 2, comma 2, lett. d), DLgs n.81/2015). “Se una società deve pagare questi contributi non può più tesserare tot. atleti oppure permettersi tutta una serie di figure professionali, ad esempio magazziniere o guardarobiere, che contribuiscono alla gestione della società. E senza l’apporto di queste figure c’è il rischio che una realtà ad un certo punto non abbia più la forza di iscriversi a un campionato o di andare avanti - prosegue l’imprenditore, esponendo poi le conseguenze di tutto ciò - Sono sicuro che almeno il 30% delle società sportive spariranno a causa di questa riforma. E se questo dovesse accadere, allora non ci saranno più le giovani promesse che escono da moltissime realtà di quartiere o di paese, soprattutto non ci saranno più tanti club che svolgono sul loro territorio una funzione sociale importantissima. Ecco, si prospetta un danno sociale enorme. Sopravviveranno soltanto, oltre ovviamente ai settori giovanili dei club professionistici, quelle società più grandi e strutturate, il che comporterà un ulteriore accentramento del ‘potere’ verso pochi poli nel panorama dilettantistico regionale. Andrà a soffrire tantissimo il calcio popolare, quello vero, mentre migliaia e migliaia di ragazzi torneranno per strada”.

Politica Comandini approfondisce la questione economica: “Cosa non condivido di questa riforma? Mettere in legge di bilancio, prima ancora di fare tale riforma dello sport appunto, l’esonero di 100 milioni in due anni per oneri contributivi che di fatto non ci sono. Ad oggi tutti gli atleti ed i vari collaboratori nelle società sportive dilettantistiche non versano contributi se percepiscono meno di 10 mila euro: è una formula comoda per tutti. Invece in legge di bilancio si inserisce nell’art. 7 l’esenzione, non prevista per il tipo di collaborazione di cui si parla, da questi oneri contributivi per due anni, dando per scontato che poi, in sede di riforma come infatti è accaduto, sarebbe stato accettato per forza il versamento dei contributi dei club dilettantistici - spiega - Dunque oggi ci ritroviamo da un lato con lo Stato che fa finta di regalare 100 milioni per lo sport e invece li esonera dai contributi che dovrebbe incassare, ma che finora non ha mai incassato, quindi auto-regalandoseli in pratica; dall’altro con le società che ora non solo non prendono soldi e stanno rischiando di sparire tra mille sacrifici, ma sanno anche che d’ora in avanti saranno costrette a versare più soldi perché dovranno pagare oneri contributivi e assicurativi ad atleti e collaboratori vari. Il classico danno oltre la beffa: ripeto, per me il 30-40% dei club non si iscriverà ai prossimi campionati perché non saranno in grado di portare avanti la loro attività. Significherà la morte del calcio dilettantistico vero, di periferia e di paese. Perderemo uno degli strumenti più efficaci, lo sport, per fare azione sociale in territori difficili: tutti i ragazzi che potrebbero trovare uno sbocco professionale nel settore sportivo, avranno meno possibilità”. Il numero 1 del Vesta si schiera infatti alla parte di Sibilia: “Sono completamente d’accordo con le parole del presidente LND, il quale ha richiesto una presa di posizione importante alla FIGC senza abbozzare alle decisioni del Ministero al fine di salvaguardare il mondo dei Dilettanti. Perché altrimenti qui affondiamo tutti. Già il Governo ha fatto la figura che ha fatto con i precedenti Dpcm in cui non si capiva se si dovevano fermare tutte le categorie o solo i Provinciali, poi alla fine era solo l’attività di base, in seguito invece tutte le competizioni. Una gran confusione che è stata veramente ridicola se pensiamo che proveniva dal Ministero dello Sport: ora anche questa nuova riforma che stroncherà un movimento intero”. D’altro canto, arrivano parole dure per l’operato del Ministro dello Sport: “Spadafora sta commettendo un’azione pericolosissima. Non sta parlando e comprendendo la lingua del calcio dilettantistico, il quale oggi sempre di più rappresenta uno sport diverso da quello professionistico. Ancora una volta vengono colpite le entità più piccole per far sopravvivere quelle più grandi. Ma stavolta si sta infliggendo un colpo di grazia ad un movimento che rischia di non riprendersi più: un panorama che conta oltre 12 mila società e che rischia di perderne un terzo”.

Proposte Tanta la rabbia, quanta l’incomprensione per scelte che feriscono un settore anziché sostenerlo: “Ci possono stare le difficoltà in un momento di crisi, ma gli ostacoli si affrontano e si superano insieme. Con confronto, trasparenza ed unione d’intenti: non facendo passare per aiuti delle riforme che in realtà sono dei furti. Mi fa arrabbiare che per l’ennesima volta si penalizzano i più deboli. Un altro problema è che molti non vedono la situazione per come è realmente, non avendo le competenze e fermandosi ai titoloni su finanziamenti che in realtà non sono tali. Mi auguro che davvero qualcuno si metta una mano sulla coscienza e aiuti un settore che, se supportato, vale e pesa davvero tanto. Ma il problema è che manca competenza. Un altro è che non si vede la luce in fondo al tunnel, non ci sono soluzioni né si ha la sensazione di esser guidati con autorità dagli Organi competenti. L’assurdo è che, in un momento in cui mancano visione e sostegno, si fa una mossa, la riforma, che fa malissimo all’unico movimento che sta già pagando. Non prendiamoci in giro: il calcio professionistico al momento non sta soffrendo, ha ricevuto incentivi ed ora viene ulteriormente aiutato a discapito di quello dilettantistico che non potrà sorreggere tali cambiamenti. Incasseremo brutti colpi in primavera o dopo l’estate quando si dovrà ripartire: mancheranno all’appello molte società”. Soluzioni in uno scenario del genere? “Non è da disprezzare l’idea di tagliare una piccola parte di tutto ciò che entra nel mondo professionistico per destinarlo ai Dilettanti: una sorta di tesoretto che permetta alle realtà di base di poter proseguire. Queste due dimensioni sono talmente lontane che davvero basterebbe togliere una percentuale minima all’una per dare una grossa mano all’altra. Ma se questa economia non entra nel mondo dilettantistico, come si può pensare che questo vada avanti con le sue sole forze? Oggi sono pochissimi gli imprenditori o gli appassionati che tirano sù una società dilettantistica a scopo di lucro: si tratta quasi sempre di persone del posto che cercano di fare del bene per la comunità locale, per far giocare i ragazzi di una certa piazza - conclude Gian Luca Comandini - Questa riforma e questo Ministro non stanno tenendo conto della componente emotiva che regge il calcio dilettantistico, approcciandocisi come se fosse professionistico: un errore non da poco. Più che realizzare una maschera politica, serve invece fornire aiuti veri al calcio di base, la cui qualità media oggi è bassa perché queste società non hanno più risorse da investire nella formazione dei giovani. Il controsenso è che nel giro di qualche anno sarà la Serie A a risentire di tutto ciò: ai piani alti si stanno veramente dando la zappa sui piedi”.

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