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Pallavolo

Cisolla: "Stessa passione di sempre, l'impegno è maggiore"

Intervista al giocatore azzurro che, a 43 anni, ancora incanta in campo tra passato, presente e futuro

09 Dicembre 2020

Alberto Cisolla

Alberto Cisolla con la maglia della Nazionale

Classe 1977, 43 candeline spente da poco più di un mese, ma l'entusiasmo e la passione del ragazzino di 13 anni che si affacciava per la prima volta su un campo di pallavolo a Treviso. Alberto Cisolla è uno dei tanti campioni che la scuola italiana di volley ha formato a cavallo degli anni '80 e '90. Un talento che in azzurro ha vinto un argento olimpico ed un oro europeo, con tanto di titolo di MVP. A livello di club è praticamente impossibile riassumere il suo palmares, con più di 20 trofei in bacheca. Oggi continua a divertirsi in Serie A2 a Brescia, ma anche a portare avanti la sua passione per i vini e la ristorazione. Un cammino iniziato più di trent'anni fa. Gli esordi nel paradiso dello sport della Ghirada, centro sportivo di Treviso dove giocavano le squadre di pallavolo, basket e rugby, vale a dire il meglio che c'era in Italia, a due passi dai mostri sacri della corazzata Sisley Treviso. Le difficoltà iniziali, i ricordi più belli della sua lunghissima carriera, ma anche una filosofia di vita importante, una dichiarazione d'amore per il volley e per lo sport in generale ed un messaggio paterno rivolto a tutti i giovani d'oggi.

Alberto, quando nasce la tua passione per la Pallavolo?
“Nasce nell'88-'89 quando per caso, seguendo un'idea di mio fratello, più grande di me di cinque anni, ho messo piede nel centro sportivo della Ghirada, dove stavano iniziando i corsi di sport quali Volley, Basket e Rugby, per i giovani di Treviso e provincia. Iniziai con il volley perché ci giocavamo sempre in estate sulla sabbia di Lignano. Mio fratello era appassionato ed io, come tutti i ragazzini, ho seguito le orme del fratello maggiore. Ho mosso i primi passi alla Ghirada, dove ho avuto la possibilità di vedere allenarsi i più grandi campioni del mondo. E' stato un vero colpo di fulmine”

Quali sono i ricordi più belli di quel periodo?
“Come ho detto sono stato fortunato ad iniziare alla Ghirada. Avevo una grande voglia di andare tutti i giorni ad allenarmi in campo, per poi tornare a casa e continuare da solo con il muro. Avevo una passione totale che, con il senno di poi, ho capito che era alimentata dall'ambiente nel quale l'ho vissuta. Vedere molti campioni è stato bellissimo e potermi allenare fin da giovane con grandi tecnici nelle strutture migliori è stato uno stimolo ulteriore”.

Quali sono state, invece, le difficoltà per un giovane che si affacciava nel mondo dei grandi?
“Lavorando in uno dei settori giovanili migliori e più elitari, c'era molta competitività e la richiesta tecnica e di impegno era altissima. La concorrenza era alta e c'era già molta selezione in ragazzi di 13-14 anni. La difficoltà è stata quella di riuscire a ritagliarmi un posto in un ambiente del genere”.

Hai vinto tanto sia con le squadre di club che in nazionale. Qual è il ricordo che custodisci più gelosamente?
“Ho avuto la fortuna di giocare con grandi squadre e vincere tanti trofei. Ce ne sono due che ricordo con più affetto. Uno scudetto con la Sisley, arrivato dopo un grande ricambio generazionale. Quell'anno la società aveva deciso di affidarsi ad un'ossatura di giovani italiani cresciuti nel vivaio. Una vera scommessa perché ci trovavamo a sostituire mostri sacri come Bernardi, Gardini, Gravina. Un'eredità pesante, ma riuscimmo subito a vincere e a dare il via ad un ciclo fantastico di cinque anni. In nazionale, invece, non posso che citare l'oro europeo del 2005. Non tanto per la vittoria, ma per come è arrivata. Non eravamo i favoriti, in finale superammo la Russia, che ci aveva battuto nel girone e che era una vera e propria armata, nonché la più accreditata per la vittoria. Il tutto a Roma, a casa nostra e davanti a 15 mila spettatori. Poi è arrivata la ciliegina sulla torta con la conquista del titolo di MVP della manifestazione. Neanche se l'avessi sognato sarebbe andato tutto in questa maniera”.

Oggi a 43 anni giochi ancora ad alti livelli. Come si trovano le motivazioni per rimanere sempre al top della condizione fisica e mentale?
“Sono tanti i fattori che influiscono. Giocare a Brescia mi permette di stare vicino alla mia famiglia ed avere libertà che non potevo avere prima. Inoltre mi dà la possibilità di portare avanti anche altre attività extra campo. La mia passione è sempre la stessa, il divertimento anche, mentre l'impegno è addirittura maggiore, visto che faccio più fatica a raggiungere e mantenere la miglior condizione. Non è facile accettare di non essere più quello di 10-15 anni fa, ma se si ha l'intelligenza di capire che quello è il passato, che mi sono goduto e meritato, allora ritorno all'essenza dello sport. Quella che avevo quando ho mosso i primi passi a 12-13 anni. Divertimento, passione e lavoro per raggiungere l'obiettivo, qualunque esso sia, ed anche se qualche anno fa erano più prestigiosi. Questa è una mentalità che mi ha formato lo sport, perché quando raggiungi un traguardo, anche piccolo, ottieni sempre una grande soddisfazione. Questo è proprio il mio modo di approcciare la vita. Inoltre mi godo al meglio l'ambiente sportivo, che è uno dei più belli al mondo e nel quale rimarrò il più a lungo possibile”.

Oggi il mondo dello sport, e non solo, sta vivendo un momento difficilissimo. Molti ragazzi sono privati della passione. C’è un messaggio che vuoi rivolgere loro?
“Nella mia lunga carriera ho avuto momenti brutti, naturalmente diversi dalla crisi che stiamo vivendo. La mentalità sportiva mi ha sempre abituato a rimboccarmi le maniche, a stringere i denti per andare avanti, mettere fieno in cascina per il futuro. Lo sport insegna a dare il massimo per superare questi momenti, anche a costo di rinunce personali, pensando sempre in maniera positiva. Anche questa situazione passerà e dobbiamo viverla come un'esperienza formativa per organizzare il nostro futuro. Non bisogna mollare mai, come se fosse un momento difficile della nostra storia sportiva”.

Al di fuori del campo, sei attivo nel mondo dei vini e della ristorazione. Da imprenditore come stai vivendo questo periodo?
“Sono anni che porto avanti il progetto del ristorante della famiglia di mia moglie. Una passione, quella per i vini e la ristorazione, che avevo anche da prima e che sto cercando di trasformare in professione. Le categorie della ristorazione e del turismo sono state due delle più colpite. Fortunatamente la nostra attività si fonda su un background di 45 anni ed è sempre stata portata avanti in maniera impeccabile dai miei suoceri, quindi le fondamenta sono solide. Stiamo riuscendo, pur con qualche rinuncia e con fatica, a portare avanti la situazione. Come dicevo in precedenza per lo sport, questa situazione deve servire come insegnamento futuro anche in ambito extra sportivo”.

Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe vivere una carriera come la tua?
“Dare consigli ai giovani d'oggi è molto difficile. Ci provo con mia figlia, ma sono pieni distrazioni e di input da tutte le situazioni della vita. Col senno di poi, l'amore per lo sport è stata per me una benzina per la vita e continua ad esserlo. Spero che, anche se non sarà per la pallavolo o per un altro sport, mia figlia si appassioni a qualcosa come ho fatto io con il volley. Ai ragazzi dico di guardarsi in giro e di appassionarsi velocemente a qualsiasi disciplina sportiva. Lo sport, a qualsiasi livello lo si pratichi, regala sempre tantissime soddisfazioni”.

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