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Elia Viviani: "Parigi 2024 aspettami. Il ciclismo italiano è vivo"

Il portabandiera di Tokyo 2020 si racconta in esclusiva: il bilancio della stagione e quello che verrà a breve

23 Novembre 2021

Elia Viviani

Elia Viviani, campione del ciclismo italiano

L'ultimo è stato un anno dal sapore sicuramente particolare per lo sport italiano, in generale. Più e più volte abbiamo ammirato l'azzurro delle nostre maglie in tantissime manifestazioni accompagnato dall'Inno di Mameli ad esaltare i nostri successi. E' stato di certo un anno particolare anche per Elia Viviani, uno dei ciclisti più amati e vincenti del periodo attuale e fresco dalla vittoria del Mondiale su pista nell'Eliminazione di Roubaix, arrivato in seguito alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Tokyo in cui il "nostro" Elia Viviani ha rappresentato l'Italia nella cerimonia di apertura come portabandiera azzurro. Una stagione che si è conclusa solo poche settimane fa proprio in territorio belga, poi le vacanze più che meritate prima di iniziare una nuova avventura con la maglia della Ineos Grenadier. Gli obiettivi futuri, la gestione delle discipline su strada e su pista, e la sua opinione sul ciclismo italiano attuale sono i temi focali dell'intervista rilasciata in esclusiva a Gazzetta Regionale.

Partiamo subito dall'ultimo risultato, l'oro nell'Eliminazione nel Mondiale in Belgio. Dopo tantissime medaglie conquistate, era questo il tassello che ti mancava?
"Assolutamente. La maglia iridata era qualcosa che mi mancava. l'Eliminazione è una gara nuova, quindi mi serviva quella specialità per rompere il ghiaccio con questa maglia per inseguire adesso magari un Omnium o un Mondiale su strada. L'ho inseguita da sempre, da Juniores fino ai Pro. E' stata una soddisfazione enorme vincerla soprattutto al termine di una stagione per me importante. Arrivare in fondo e avere ancora delle energie per andarsi a giocare qualcosa di così importante è sicuramente un'ottima sensazione".

Alle Olimpiadi è arrivo invece il bronzo nell'Omnium. C'è qualche piccolo rimpianto o va bene così?
"Il rimpianto può essere il mancato argento, l'ho perso soltanto all'ultimo giro per situazioni di gara. Ma Walls è stato nettamente superiore a tutti quindi non c'è nessun motivo di recriminare. Questa è stata una medaglia che mi ha reso comunque contentissimo perché mancavo di grandi risultati da più di un anno e mezzo, e farlo alle Olimpiadi a distanza da cinque anni dal mio oro è stato quel click che poi mi sono trascinato anche nei mesi successivi".

Come hai vissuto la responsabilità di portare il Tricolore alla cerimonia di apertura dei Giochi?
"E' stato uno stimolo in più. Dal momento in cui Malagò mi ha chiamato è stata una soddisfazione enorme. E' un ruolo che va al di là di ogni vittoria e soddisfazione di atleta. Mi è piaciuto anche come ho vissuto le Olimpiadi, ovvero da protagonista per me ma anche da vero leader di una Nazionale. Ero sempre attaccato al pc a seguire tutte le gare. Mi è piaciuto tantissimo, un'esperienza bellissima che porterò sempre dentro di me".

Reduce dall'oro di Rio, quanto è stato difficile confermarsi a certi livelli?
"Confermarsi è sempre più difficile che vincere la prima volta. Per questo vedo il bronzo come un risultato pieno, arrivato dopo un oro difficile da ripetere e soprattutto dopo cinque anni. Mi ha fatto capire ancora di più quanto per me le Olimpiadi siano importanti ed è stato un risultato che ha contribuito a determinare la mia scelta per il futuro. Considero perciò le Olimpiadi di Tokyo un momento di svolta".

Ambirai ad un posto anche alle prossime Olimpiadi a Parigi?
"Assolutamente sì, e naturalmente con l'obiettivo di tornarci per vincere la medaglia d'oro. Avrò la fortuna di prepararle con una squadra che dedica la giusta attenzione alla pista e che ho sempre sentito mia".

Possiamo definire la vittoria di Rio come il punto più alto della tua carriera?
"Sicuramente quello è stato l'apice. Al di sopra di un oro olimpico non c'è nulla anche se nella mia carriera ci sono stati diversi momenti importanti come ad esempio nel Giro 2018 dove ho vinto quattro tappe e la maglia ciclamino, il campionato italiano o l'Europeo. Nel complesso il 2018 è stato un anno che mi ha cambiato la carriera".

Come si fa ad essere così continui nel tempo?
"Il punto fermo deve restare credere in te stesso. Nella carriera di un atleta ci sono alti e bassi, l'equilibrio viene dal duro lavoro e dal sacrificio perché soltanto questi fattori portano al risultato".

Cosa comporta in più a livello di stile di vita, di allenamento, rapportarsi con due discipline?
"Innanzitutto una programmazione migliore. Devi dare il giusto tempo alla disciplina nel momento giusto. Solitamente quando ci sono le Olimpiadi sono più concentrato sulla pista mentre nelle altre stagioni mi concentro di più sul ciclismo su strada. Individuare bene gli obiettivi, anno per anno, è il segreto per far combaciare due attività importanti".

Hai scelto di tornare alla Ineos. Cosa ti aspetti da questa seconda esperienza?
"Sarà diversa. La Ineos, e prima la Sky, è sempre stata la mia squadra dei sogni per programmazione e obiettivi. Me ne sono andato nel 2017 con un contratto in essere perché in quel periodo puntavano tutto sui grandi giri con gli scalatori e a me serviva un team per le volate. Ho avuto ragione in quella scelta ma in questo momento mi sento di dover tornare perché so in che ambiente vado e le persone che ci lavorano. Torno qui con un'altra dimensione ma in una squadra con cui ho sempre avuto ottimi rapporti".

Hai già programmato la prossima stagione?
"Ancora no. L'unica notizia del 2022 è che parteciperò al Tour de San Juan in Argentina dal 30 gennaio al 6 febbraio. Andremo in ritiro dal 7 al 17 dicembre a Palma di Maiorca dove faremo il punto della situazione. In una squadra come la Ineos prima vengono delineati i leader di Giro d'Italia, Tour de France e Vuelta, e poi tutti gli altri obiettivi".

Tra gli avversari per le volate, chi vedi come il più duro da battere?
"Caleb Ewan è il velocista più regolare degli ultimi anni e sarà lui il punto di riferimento. Bennet arriva da una stagione un pò complicata, ci sono poi velocisti emergenti come Merlier, Philipsen, Jakobsen. Ce ne sono tanti ma se devo fare un nome faccio quello di Ewan, Merlier l'alternativa".

A livello italiano, cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro?
"Spesso si dice che il ciclismo italiano sia in crisi. Secondo me non è così ed è invece in salute. Riusciamo a raggiungere grandi risultati senza avere il fenomeno purosangue come hanno le altre nazioni. Stiamo cercando il nuovo Nibali ma non dobbiamo esasperarci. Roglic, Pogacar e Bernal si stanno dividendo i grandi giri e ci sono tanti altri talenti come ad esempio Evenepool, Van der Poel, Van Aert che sono già competitivi. Noi dobbiamo lavorare a testa bassa consapevoli che c'è sempre da migliorare. In Italia manca una squadra World Tour, speriamo che nei prossimi anni qualcosa si muova in questo senso proprio per scoprire molti più talenti e facilitare il salto nei professionisti".

Che messaggio mandi ai ragazzi che sognano  di diventare un giorno un Viviani o un campione in generale?
"Sicuramente di continuare con i sacrifici e di riuscire a capire quali sono le proprie doti e i propri limiti. Bisogna crederci fino in fondo, puntare in alto e non porsi limiti. L'Italia e l'italiano possono arrivare a qualsiasi traguardo, lo stiamo dimostrando".

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