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Simone Anzani: dagli esordi all'Europeo, il centrale azzurro a 360°

Comasco classe '92, ha vinto 7 trofei nazionali, 1 mondiale per club ed ha centrato 4 podi con la Nazionale

02 Febbraio 2022

Simone Anzani

Simone Anzani, centrale campione d'Europa con De Giorgi (Foto ©Cev)

Simone Anzani, pur non avendo ancora compiuto 30 anni, è diventato il veterano di una nazionale composta da giovanissimi talenti. Reduce da un’Olimpiade terminata troppo presto ai quarti di finale, il centrale della Lube ha ricominciato dagli Europei disputati a settembre 2021 con un nuovo gruppo e un nuovo allenatore. Il risultato è ormai leggenda: una vittoria che mancava dal 2005, arrivata a poche settimane di distanza da quella della squadra femminile. Un segnale importante per la pallavolo italiana, nella quale Anzani ha saputo imporsi a suon di muri e primi tempi. Due campionati vinti, due Coppe Italia, due Supercoppe, un Mondiale per Club e una Challenge Cup. Con la Nazionale sono arrivati invece un argento nella Coppa del Mondo, un bronzo in World League, un bronzo e l’ultimo, freschissimo, oro agli Europei.

Ritorniamo proprio all’Europeo: non partivate da favoriti ma si percepiva un certo ottimismo. Avete sempre creduto nelle vostre capacità. Come hai vissuto quell’esperienza e cosa ti ha lasciato a distanza di mesi? "All’inizio non sapevamo a che punto eravamo e a quale risultato potevamo ambire. Tra i convocati c’erano alcuni reduci dall'avventura non così rosea delle Olimpiadi e poi tanti ragazzi alle prime esperienze con la maglia azzurra. A 10-15 giorni dal torneo ci siamo ritrovati anche con nuovo allenatore, che io ho la fortuna di avere anche nel Club. È cominciato un nuovo percorso che non si è di certo esaurito con l’Europeo: ci sono i Mondiali 2022 e poi le qualificazioni a Parigi 2024. Abbiamo iniziato con l'idea di giocare ogni partita per migliorarci. Dopo il girone abbiamo cominciato a vedere la nostra compattezza, la nostra forza ma anche una sana spensieratezza e sfacciataggine nell'affrontare le gare più difficili. Credo sia stato questo il nostro maggior punto di forza. Ancora oggi mi resta l'emozione di aver compiuto un’impresa storica che non era affatto scontata, anche perché è arrivata dopo la vittoria delle ragazze. Personalmente non ero sicuro di partecipare perché è nata mia figlia ed emotivamente sarei voluto restare con la mia famiglia. Come professionista, però, ho promesso di non dire mai “no” alla maglia azzurra. Se avessi seguito il cuore ora non saremmo qui a parlare di quella che è la vittoria più importante della mia carriera".

È cominciato un nuovo ciclo in cui tu sei “il veterano”: com'è far parte di un gruppo così giovane? Cosa ti hanno dato loro e cosa pensi di aver dato tu? "I miei compagni mi hanno dato vitalità, energia, voglia di fare. Non che non ce l'avessi già da solo, ma vedere come dei ragazzi così giovani si siano messi a completa disposizione della squadra ci ha aiutati a riscattarci dalla delusione olimpica. Io credo di aver trasmesso loro la mia mentalità: non lasciare mai nulla al caso e dare sempre il 100%, anche quando non si ha quel 100%. I momenti di difficoltà ci sono, il carico di lavoro è molto alto e lo stress non manca durante i ritiri. Nonostante ciò bisogna restare sempre concentrati e non mollare, cercando di reagire senza lasciarsi abbattere. Dev’essere questo il mantra di ogni giocatore per superare i momenti bui. Poi ho cercato anche di rimetterli sulla retta via quando uscivano dai binari"

Fefè De Giorgi: com'è lavorare, sia in nazionale che nel club, con un nome che ha fatto la storia della pallavolo? "Lui ha la capacità di tirare fuori il meglio da ogni suo giocatore. Quando sono arrivato alla Lube mi ha detto: "Sei il miglior giocatore che potevo avere, questo è quello che voglio da te". In allenamento cerca sempre di metterci in difficoltà con ogni esercizio, per spingerci a superare i momenti di crisi anche in partita. È molto positivo e propositivo: i titoli che ha vinto come allenatore parlano da soli! Credo abbia conquistato l’80% dei trofei affrontati, la sua mentalità è importante. Con la nazionale, come ha detto lui stesso, è stato felice di lavorare con un gruppo "vergine" che poteva plasmare come voleva. La bravura è stata quella di riuscirci in così poco tempo. De Giorgi chiede la disponibilità totale dai suoi giocatori e il gruppo era predisposto: si sono messi tutti al suo servizio, non a caso viene chiamato "il generale"! È l'uomo delle regole ma le regole servono a dare una giusta direzione alla squadra, sono importanti per trovare l’equilibrio tra libertà e senso di responsabilità".

Simone Anzani in campo con la Lube Macerata

Anche alla Lube stai vivendo degli anni d'oro: quali desideri vuoi ancora realizzare? "Il mio obiettivo nel club è quello di vincere la Champions, è l’unico trofeo che mi manca. Con la nazionale, dopo aver realizzato il sogno di partecipare ad un'Olimpiade, vorrei vincere una medaglia. Sarebbe davvero l'apice di un’intera carriera, una realizzazione personale. Ovviamente senza trascurare il Mondiale di quest’anno".

Come ti sei accorto che la pallavolo era lo sport giusto per te? "Da piccolo ne ho provati tanti. I miei genitori non sono degli sportivi, ma hanno insegnato sia a me che a mia sorella una cultura sportiva. Ho fatto nuoto, karate e poi calcio per tanto tempo, dai 5-6 anni ai 15. A un certo punto, al liceo, ho cominciato a partecipare ai tornei di pallavolo con la scuola. Col calcio non mi divertivo più e un mio compagno mi ha proposto di provare. Nel 2007 ho cominciato in una piccola squadra del comasco, l’IH Volley. Poco dopo sono stato selezionato per il Torneo delle Regioni e poi mi hanno chiamato dalla Sisley Treviso, che era una delle squadre più importanti d’Italia. Ho accettato e mi sono trasferito da Como. Facevo parte delle giovanili ma respiravo l'atmosfera che si vive in una squadra di serie A, è iniziata così la mia carriera".

Che consiglio daresti ai giovanissimi che si avvicinano allo sport? "Vorrei consigliare di non trasformare lo sport in una fobia di arrivare, di non emulare i grandi campioni pensando “Un giorno voglio diventare come loro”. Secondo me non è la strada giusta. Un ragazzo deve soffermarsi sull'aspetto ludico dello sport. Nel mio piccolo l'ho impostato così, finché non sono arrivato in serie A non pensavo che sarebbe diventata la mia occupazione principale. Fino a 21-22 anni ho pensato che fosse prima di tutto un divertimento e solo dopo un lavoro. La pallavolo è tutt'ora la mia passione, altrimenti diventerebbe difficile affrontarne i ritmi. La vita dello sportivo è piena anche di sofferenza e di sacrifici. Per questo la parola chiave per me è “divertimento”. Un ragazzino non deve illudersi, deve viverla con leggerezza pensando "Vediamo cosa succederà". Credo sia la giusta via per ambire a diventare un atleta professionista".

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