Cerca

l'intervista

Bergamini ed il piano per il Futsal "Si cresce solo dalla base"

L'intervista esclusiva al presidente della Divisione Calcio a 5, eletto poche settimane fa 

09 Marzo 2021

Luca Bergamini

Luca Bergamini, presidente della Divisione Calcio a 5

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo in questi anni non può restare spiazzato dal suo entusiasmo. Luca Bergamini è un uomo pieno di vita, che sente "la necessità di vivere". Una dote sempre più rara, che spinge a non porsi mai limiti, ma solo traguardi. E una volta raggiunto l’obiettivo, lo sguardo si sposta subito verso l’orizzonte, verso una nuova visione. Durante la sua carriera politica sportiva il neo eletto Presidente della Divisione Calcio a 5 ne ha avute molte e l’ultima pochi mesi fa, quando ha immaginato il futuro che vorrebbe per il suo grande amore. Lui che con il futsal è diventato grande, non solo in campo, vuole rilanciare una disciplina unica in Italia per numero di tesserati ed amatori. Come? Con l’organizzazione certo, grazie all’esperienza acquisita durante il suo prestigioso percorso nel mondo sportivo, ma anche con le emozioni. Perché senza emozioni lo sport non ha senso. Perché senza emozioni tornare in campo dopo l’incubo che stiamo ancora vivendo, sarebbe impossibile. O almeno non sarebbe bello come prima.

Sei un uomo che vive di visioni, probabilmente senza una visione ben precisa di un nuovo Calcio a 5 non ti saresti neanche candidato. Ce la racconti? "Mi piace questa definizione e la mia follia, se così vogliamo definirla, nasce dalla mia necessità di vivere. Sono un istintivo e il richiamo sportivo ed emotivo del calcio a 5 è stato troppo intenso per dire no. Mi sono interrogato su come avrei voluto diventasse questo sport e ho deciso di mettere a disposizione le mie esperienze da calciatore e dirigente. Partendo dalla grande forza sociale che ha la nostra disciplina, la capacità unica di creare quelle dinamiche di spogliatoio, quei rapporti umani, che in molti altri sport si sono perse inevitabilmente strada facendo. Una vocazione che, invece, i nostri club sia femminili che maschili hanno mantenuto". 

Ripartire dalla base, quindi. "Penso che sia fondamentale ragionare in questa direzione, ovvero che la spinta venga dal basso per poi arrivare a migliorare anche il vertice. Pensare che debba essere il vertice a trainare è un ragionamento che può andare bene nel breve termine. Magari vinci un Europeo, un Mondiale e questi sono risultati molto importanti, ma se non hai basi solide, se tutti si aspettano da te quello che non sei, non arrivi lontano nel medio, lungo periodo. Quello che noi siamo dobbiamo ricrearlo giorno dopo giorno, partendo dai Comitati Regionali e dal movimento amatoriale. Dobbiamo cercare di rendere questo sport fruibile a tutti, aumentare il numero di tesserati e di squadre, farlo apparire credibile ripartendo proprio da quella dimensione sociale che abbiamo perso di vista".

Hai fatto la storia di questo sport: quali sono secondo te i valori che abbiamo perso per strada e che farebbero comodo ancora oggi? "Il rispetto per l’avversario, per il nemico sportivo. La competizione è sacrosanta, ma devi sempre ricordare che chi ti sta di fronte fa sempre parte della tua stessa grande famiglia. Dobbiamo trasmettere questa dimensione del calcio a 5, quando ancora giocavo la nostra vera sfida era quella di farci conoscere, di sentirsi importanti in un mondo che in qualche modo non ci considerava. Quando in trasferta con la Nazionale incontravi qualcuno durante il viaggio e spiegavi che facevi parte dell’Italia di calcetto, ti chiedevano se stessi parlando del calcio balilla e questa per noi era l’offesa più grande. Quindi il primo passo da compiere è tornare a ragionare come un’unica famiglia per ottenere un riconoscimento sempre più qualificato, sempre più importante e appropriarci di quella dimensione sociale che va incentivata, coltivata".


Una dimensione che raggiunge praticamente tutti i bambini, basti pensare alle scuole dove il calcio a 11 per questioni logistiche è proibitivo. Il calcio a 5 fa parte, prima o poi, della vita di tutti. "Ma non solo nelle scuole, anche nel salotto di casa o in un garage come il sottoscritto. Tutti noi abbiamo giocato in spazi ristretti ridotti, per strada, nei cortili. Oggi è tutto diverso ma questa è la dimensione del calcio a 5: tutti abbiamo iniziato con il calcio a 5, magari anche inconsapevolmente, e solo dopo siamo passati al calcio". 

Una sinergia con le scuole, da questo punto di vista, potrebbe risultare molto preziosa. "Sarebbe straordinariamente importante, il nostro sport consente di praticare attività sportiva in maniera divertente e assolutamente trasversale, con donne e uomini che hanno le stesse possibilità di trovare uno sviluppo agonistico. Sono convinto che il calcio a 5 potrebbe svolgere un ruolo importante per i nostri giovani e proprio per questo abbiamo già iniziato a interfacciarci con Sport e Salute per intraprendere un percorso insieme da questo punto di vista, coinvolgendo gli istituti scolastici".

Dopo la tua elezione qual è stata la prima problematica che hai dovuto fronteggiare? "Un aspetto da migliorare, del quale avevo la percezione anche da fuori, era quello della mancanza di un’organizzazione aziendale. Venendo da esperienze recenti importanti, anche nel mondo del professionismo non solo italiano ma anche internazionale, mi sono reso conto della differenza che ha un’organizzazione aziendale ben definita rispetto ad un organizzazione sportiva amatoriale. Così la prima cosa che ho fatto è studiare il personale, cercare di capire chi fa cosa, in modo da poter delegare ogni compito con ruoli chiari, preoccupandomi di ricoprire tutte le aree necessarie alla costruzione di una struttura forte, solida. Inoltre ho riscontrato una situazione finanziaria pesante che va risolta al più presto, per cui tante idee che ho per lo sviluppo del nostro movimento dovranno essere necessariamente affrontate in un secondo momento. La priorità in questo momento è riequilibrare la Divisione e lasciarla in condizioni di salute". 

Anche proprio per poter sviluppare le altre idee che hai in mente. "Assolutamente sì, oggi la mia prima preoccupazione è ristrutturare economicamente la Divisione, perché se tendi all’autonomia nello sport, è importante l’autonomia organizzativa, ma ancor di più quella patrimoniale".

Non ne avevamo ancora parlato, ci hai anticipato: quindi l’autonomia della Divisione è l’obiettivo? "Diciamo il sogno, la visione finale. Come ci arriveremo ancora non lo so, i puntini li uniremo dopo, durante il percorso ci sarà qualcuno più bravo di noi per unirli. L’obiettivo deve essere quello di una Divisione con un’identità forte e delineata, pronta per essere autonoma quando verrà il momento". 


Anche perché a livello di numeri sembra quasi necessario che questa disciplina abbia una governance tutta sua.

“Vero, ma è altrettanto vero che oggi siamo fortunatamente, e ribadisco fortunatamente, sotto la Lega Nazionale Dilettanti e sotto la FIGC, perché se non avessimo avuto queste due istituzioni a sostenerci oggi saremmo con i libri in tribunale”.


Come si può iniziare a percorrere la via dell’autonomia?

“Non basterebbe un’intervista, ma se ci ho messo la faccia significa che ho le idee molto chiare su come arrivare a questo traguardo. Naturalmente sarà un percorso lungo, dobbiamo confrontarci e dialogare con LND e FIGC per capire come mettere la macchina in condizione di viaggiare da sola. Il primo passo indispensabile, e già abbiamo iniziato a lavorarci, è quello di creare una struttura commerciale. Ho trovato persone di qualità nel marketing, nella comunicazione, ma non esisteva un settore commerciale. Se non siamo in grado di vendere i prodotti che creiamo, di commercializzare le nostre attività, non possiamo neanche immaginare di raggiungere la stabilità necessaria per tendere all’autonomia”.


Passiamo al campo: il Covid ha bloccato un movimento, anche amatoriale, sconfinato. Quali sono e quanto sono gravi i danni che la pandemia ha creato a livello sociale?

“Questa è un’analisi che faremo negli anni. Non solo per  lo sport ma per tutta la socialità negata ai giovani, per le mancanza di opportunità per i nostri ragazzi. Noi ce la stiamo mettendo tutta per salvaguardare il movimento anche da questo punto di vista, siamo gli unici che stanno riuscendo a portare avanti tutti i campionati nazionali, comprese l’under 19 femminile e maschile- Un impegno importante, con l’organizzazione dei match che cambia ora dopo ora e la gestione dei tamponi insieme a FederLab che non è affatto semplice. Detto questo, la mia preoccupazione più grande è capire come ripartirà la macchina”.


Si respira un’aria di scoramento, come se ci fosse un disamoramento delle persone nei confronti dello sport.

“E qui dobbiamo essere bravi noi, formulando proposte accattivanti che spingano tesserati e amatori a indossare gli scarpini e tornare in campo come prima della pandemia”.


Non sarà semplice.

“Purtroppo no, anche perché questa situazione ha rinforzato competitors già fortissimi dal punto di vista economico. Penso al settore degli E-Sports, che ha trasferito molti giovani dal campo al divano. Un fenomeno supportato da una comunicazione massiccia, che bombarda i ragazzi tutti i giorni. Quello che dobbiamo essere bravi a fare è far comprendere ai più giovani che le emozioni sono altre, sono quelle che abbiamo provato noi e per farlo mi ricollego a quanto detto un apertura: dobbiamo riscoprire la forza sociale del calcio a 5, quei valori che solo un allenatore, un dirigente o un compagno di squadra possono trasmetterci. Questa è la mission, sostenere questi aspetti, altrimenti le Playstation avranno sempre la meglio”.

Il Governo Draghi ha, in extremis, approvato la riforma voluta da Vincenzo Spadafora. Come giudichi il testo di legge?

“Sicuramente non aiuta il nostro movimento, anzi, ci mette in difficoltà. Le società dilettantistiche non sono in grado di sostenere il percorso disegnato, che è evidentemente stato pensato da chi questa dimensione non l’ha mai vissuta. Intellettualmente la riforma può essere anche condivisibile, ma nella pratica è irrealizzabile”.


Le federazioni, chi più chi meno, hanno espresso forte preoccupazione.

“Perché non esiste una sostenibilità economica praticabile, se non facciamo un passo indietro la Playstation, tornando al discorso di prima, ci sovrasterà sempre, perché in pochissimi saranno in gradi di sostenere tali esborsi”.


Soddisfatto dell’attenzione dei media nei confronti del movimento? O credi debba cambiare qualcosa anche da questo punto di vista?

“Non sono soddisfatto perché non esiste comunicazione reale. Mi spiego, noi siamo sempre quelli che dobbiamo chiedere per apparire e non è pensabile per un movimento che esprime numeri che nessun altro sport raggiunge. Dobbiamo lavorare bene e sono sicuro che saranno i media a chiedere a noi”.


Spesso sottolinei la necessità di riconnettere le varie generazioni, tu già lo stai facendo a livello istituzionale puntando su una squadra giovane. Ma quanto è difficile attuare questo rinnovamento in ambito politico – sportivo?

“Questa deve essere la prossima grande rivoluzione culturale. Come tutti i processi deve partire dal basso, dobbiamo sostenere le persone che hanno la passione, le competenze e la visione per aiutare il movimento a crescere. Dobbiamo salvaguardarle e non considerarle un nemico potenziale. Oggi se c’è una persona intelligente, giovane, diventa subito un competitor e questa strada non porta da nessuna parte, è controproducente. Ecco, nel mio piccolo vorrei dare spazio a chi ha le conoscenze e un’età per programmare il futuro e non solo gestire il presente”.


Si parla tanto di riforme dei campionati, dalla A ai Dilettanti: anche nel futsal esiste questa esigenza? Oppure le cose vanno solo puntellate?

“Direi la seconda ipotesi, come attività siamo strutturati bene. Dobbiamo comunque ragionare sulla difficoltà che hanno i club nei passaggi di categoria, come non rendere insostenibile tecnicamente ed economicamente il passaggio da una categoria all’altra. Il mio obiettivo è tutelare il gruppo sportivo che cresce, abbattere quelle barriere che contribuiscono a creare un oligopolio che non ti consente di entrare. Tutti devono avere la possibilità di crescere nella stessa maniera”.


Sei una persona sempre proiettata verso il futuro e tra quattro anni non ti ricandiderai, lo hai già annunciato: la visione di Luca Bergamini dopo questo mandato qual è?

“Se lo sapessi mi annoierei già”.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Gazzetta Regionale

Caratteri rimanenti: 400

EDICOLA DIGITALE