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Roma Jazz Festival: i nomi. Si parte l'1 novembre al Monk

Torna la kermesse lunga un mese che farà suonare la Capitale. Icone e volti nuovi nel nome dell'integrazione

02 Ottobre 2019

Archie Shepp

Archie Shepp

Archie Shepp

Icone della storia del jazz come Archie SheppAbdullah IbrahimDave Holland, Ralph Towner e Gary Bartz ma anche i più interessanti esponenti della nuova scena come KokorokoMoonlight Benjamin, Donny McCaslin, Maisha e Cory Wong, in grado di far scoprire il jazz alle generazioni più giovani. Le grandi protagoniste femminili come Dianne Reeves e Carmen Souza al fianco dei talenti più recenti come Linda May Han Oh, Elina Duni e Federica Michisanti. Le esplorazioni mediterranee e asiatiche dei Radiodervish, Tigran Hamasyan e dell’ensemble Mare Nostrum con Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren da un lato e le contaminazioni linguistiche di Luigi Cinque con l’Hypertext O’rchestra dall’altro. Il batterista anti-Trump Antonio Sanchez e il suo jazz ai tempi del sovranismo e la nostalgia migrante raccontata in musica dalla Big Fat Orchestra. Il tributo a Leonard Bernstein di Gabriele Coen e il pantheon jazz evocato da Roberto Ottaviano. Sono i protagonisti della 43ª edizione del Roma Jazz Festival che dal 1° novembre al 1° dicembre 2019 animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar. Il Roma Jazz Festival 2019 è realizzato con il contributo del MIBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è prodotto da IMF Foundation in co-realizzazione con Fondazione Musica per Roma.


No borders. Migration and integration è l’attualissimo titolo di questa edizione. Un programma pensato per indagare Carmen Souzacome oggi la musica jazz, nelle sue ampie articolazioni geografiche e stilistiche, rifletta una irresistibile spinta a combattere vecchie e nuove forme di esclusione.  Nato come risultato/reazione/sintesi di fenomeni drammatici, come la tratta degli schiavi africani nelle Americhe e le conseguenti discriminazioni razziali, il jazz è un linguaggio universale, uno straordinario serbatoio di risposte creative alle domande e alle tensioni continuamente suscitate da tematiche come confini, migrazioni e integrazione, la cui  sempre crescente presenza nel dibattito pubblico ci obbliga a riflettere e a prendere posizione. Fra l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni, il messaggio del Roma Jazz Festival 2019 è che possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento. In linea con il tema, e a completare il programma del festival, l’artista Alfredo Pirri realizzerà un’installazione visitabile dal 1° al 30 novembre che, oltrettutto, ha ispirato il visual del RJF2019. Una struttura dal telaio in ferro e pannelli colorati di plexiglass che dividerà in due la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, epifania del concetto di muro e di confine ma dal senso ribaltato: l’opera di Pirri sarà una barriera luminosa e trasparente, continuamente attraversabile dal pubblico, trasformando il concetto di muro nell’evocazione poetica di un rito di passaggio. Durante il corso del festival, l’installazione sarà elemento attivo di una serie di eventi musicali che la trasformeranno in una vera e propria cassa di risonanza.


Sedi Auditorium Parco della Musicavia Pietro de Coubertin, 30 - Monk Clubvia Giuseppe Mirri, 35 - Casa del Jazz viale di Porta Ardeatina, 55 - Alcazar via Cardinale Merry del Val, 14b


KokorokoIl tema dell’edizione, No borders. Migration and integration, esplode subito nei due concerti che il 1° novembre aprono il Roma Jazz Festival 2019, i Radiodervish alle 21 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica e gli attesissimi Kokoroko alle 21.30 al Monk Club. Artisticamente nati nella seconda metà degli anni ‘90 in una terra di confine come la Puglia, allora teatro delle prime ondate di migrazioni verso l’Italia, i Radiodervish sono la band che più di ogni altra ha disegnato l’orizzonte di un’Italia come ponte fra l’Europa e il Mediterraneo. Prodotti al loro esordio da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, nell’arco di una carriera di oltre 20 anni hanno pubblicato 10 album e collaborato con musicisti come Franco Battiato, Jovanotti, Stewart Copeland, Caparezza, Noa e Nicola Piovani – per citarne soltanto alcuni – portando il loro inconfondibile cantautorato mediterraneo nei più prestigiosi palchi internazionali di città come Parigi, Beirut, Bruxelles, Gerusalemme, Valencia, Atene, Tel Aviv, Betlemme, Il Cairo e Amman. Da sempre cantano di uomini e donne appartenenti a spazi, culture e tempi differenti, alla ricerca di varchi fra Oriente e Occidente. Non fa eccezione il loro ultimo album, Il Sangre e il Sal, modo di dire in lingua Sabir (l’antica lingua spontanea dei porti del Mediterraneo) per indicare una condizione che è contemporaneamente l’appartenenza, il sangue che ci lega ad una famiglia, e lo sradicamento, il sale che il viaggio lascia addosso. Canzoni che raccontano un Mediterraneo di persone e non di nazioni, attraverso echi di Omero, Pasolini, Panagoulis, Baudelaire.

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