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L'INTERVISTA

Angelo Diario: "Lo sport è benessere. Nel settore c'è amarezza"

Le parole del Presidente della Commissione sport, benessere e qualità della vita di Roma Capitale

13 Novembre 2020

Angelo Diario: "Lo sport è benessere. Nel settore c'è amarezza"

Angelo Diario ©Facebook

Dritto al punto: “Chiudere palestre e piscine rischia di fatto di infliggere il più classico dei 'colpi di grazia' a un settore che, per ragioni di economiche e di salute pubblica, non può essere abbandonato al proprio destino”. Angelo Diario, Presidente della Commissione sport, benessere e qualità della vita di Roma Capitale, non si è fermato alle parole. Ha promosso la petizione (6.000 firme) con cui il Comune di Roma chiedeva che gli impianti in regola con le prescrizioni restassero aperti, poi ha dato vita alla mozione approvata dall'Assemblea Capitolina che prevede ogni misura possibile per non fermare il mondo dello sport. Un lungo confronto, dal “devastante impatto” di questa seconda ondata, al futuro dell'intero movimento.


Il settore è vicino al collasso, ma nessuno sembra rendersene conto.

“Devo dire che purtroppo la sensazione è condivisa, nel senso che probabilmente noi amministratori locali, che siamo più in diretto contatto con le realtà sportive di base, abbiamo maggior riscontro della preoccupazione e delle difficoltà. Invece a livello più alto il contatto è meno diretto e la percezione potrebbe essere diversa. Dopo quanto successo in primavera sono stati fatti tanti sacrifici per arrivare preparati a questa seconda ondata, che attendevamo. Abbiamo testato i protocolli, soprattutto durante i centri estivi, che hanno rappresentato una fase sperimentale in vista della ripresa”.


Una sorta di prova del nove per affrontare la pandemia.

“Molte associazioni hanno realizzato i centri estivi senza nessun ritorno economico, ma proprio per organizzarsi al meglio in considerazione delle difficoltà da superare per rispettare tutte le disposizioni e garantire il servizio in totale sicurezza per la salute degli iscritti”.


Eppure si è deciso di chiudere.

“Le evidenze non ci portano a dire che le piscine e le palestre siano luoghi dove si sviluppano cluster o dove si sono registrati focolai. C'è effettivamente un po' di amaro in bocca, il mondo dello sport non capisce il motivo per cui si è preso questa decisione, che penalizza tantissimo il settore e rischia di avere l'effetto contrario”.


In che senso?

“Togliamo i cinema e i teatri, lo sport, i bar e i ristoranti, ma la verità è che a casa non ci stiamo, siamo in giro, il traffico sembra aumentato. Così il contagio non si ferma, non si ottiene l'effetto sperato del rallentamento, a meno che non vogliamo tornare al lockdown rigido come a marzo. Si danneggia un settore a livello economico come lo sport che rappresenta un presidio a tutela della salute. Dico una cosa provocatoriamente, ma neanche troppo...”


Prego.

“Andrebbe resa obbligatoria l'attività sportiva in questo momento anche per chi non la pratica abitualmente. Aumenta le difese immunitarie, aiuta a stare meglio”.


Anche perché è universalmente riconosciuto il benessere che da lo sport in termini di salute e condivisione sociale. Perché viene considerato quasi fuori luogo parlare di sport in questo momento?

“Sembra quasi di essere tornati indietro, come se lo sport fosse considerata un'attività semplicemente ludica, da tempo libero. Probabilmente un ritorno così violento del contagio non era stato previsto e ogni scelta è più difficile. Però questi provvedimenti non trovano nessun riscontro razionale, basato su evidenze scientifiche o quantomeno statistiche. Noi prendiamo atto di questa decisione, consapevoli che il movimento sta soffrendo da tempo, chiediamo al Governo di impegnarsi”.


In che modo esattamente?

“Partendo necessariamente dalla comunicazione, che ha fatto del “terrorismo” soprattutto nei confronti dello sport di contatto, tacciato come un veicolo per il diffondersi del virus. I genitori non hanno iscritti i figli ai corsi, facendo registrare una consistente diminuzione degli iscritti. Il momento è complicato, dobbiamo evitare che arrivi la mazzata definitiva per un settore che era già in crisi e che ha un valore sociale prima ancora che economico”.


Roma Capitale non è rimasta a guardare.

“Assolutamente, ha messo a disposizione gratuitamente tutti gli spazi all’aperto di sua proprietà (playground, piste di pattinaggio, palestre all’aperto, piste di atletica, etc.) idonei a svolgere attività sportiva nel rispetto delle norme di distanziamento e dei protocolli. Si tratta di una semplice richiesta di autorizzazione di utilizzo di questi spazi, una sorta di occupazione di suolo pubblico temporanea. La Commissione Sport fa da tramite con il Dipartimento Ambiente, abbiamo mandato un messaggio a tutte le associazioni sportive che sono iscritte agli albi municipali, in tante ci hanno risposto e cercheremo di accontentare tutti. Ovviamente ogni attività ha le sue peculiarità, fitness e danza per esempio non hanno bisogno di particolari strutture, ma di spazio, quindi è più facile organizzarsi. Diverso è il discorso per la pallavolo e il basket per esempio, dove servono il campo con una rete e i canestri. Quindi ci stiamo confrontando con tutti i richiedenti per calendarizzare le presenze e permettere a tutti di proseguire con l'attività”.


Un intervento significativo.

“Un modo per dare perlomeno la possibilità alle associazioni di mantenere il contatto con i tesserati. Come Comune stiamo cercando di mettere a disposizione tutte le risorse che abbiamo, per il momento sono circa sessanta quelle che hanno cominciato a operare dopo una settimana dall'apertura dell'iniziativa”.


Le ASD/SSD possono svolgere anche un ruolo di monitoraggio?

“Esattamente, una riflessione che facevamo anche con la Sindaca Raggi. Tanti parchi dopo il lockdown hanno visto i frequentatori aumentare, soprattutto quelli che praticano attività sportiva. Lasciare questi spazi all'autogestione diventa problematico, viceversa se c'è un'associazione che è responsabile, che verifica che non si creino assembramenti, che l'utilizzo delle strutture avvenga nel rispetto dei protocolli perché gli sportivi spesso si concentrano nelle aree attrezzate, regolamentiamo le attività e scongiuriamo nuovi contagi”.


Con una nostra ricerca abbiamo stimato che solo le ASD che fanno calcio a 11 nel Lazio (oltre 400), hanno speso una cifra intorno ai 5 milioni di euro per adeguare impianti e attività ai protocolli. I fondi stanziati dal Governo sembrano essersi insufficienti a ristorare oltre 121mila società iscritte al registro del CONI.

“Il problema principale è questo, l'aumento dei costi da parte delle associazioni. Il Governo ha contribuito come ha potuto e ha fatto uno sforzo enorme, ma sicuramente non è sufficiente a sostenere l'intero movimento. Queste stime si ritrovano anche nel piccolo campione che conosco io dei concessionari degli impianti sportivi comunali. Hanno presentato un piano finanziario dove si rivela oltre al calo degli iscritti un aumento importante dei costi. Roma con una delibera di un paio di settimane fa ha fatto proprio quanto previsto nel 'Decreto Rilancio' dando la possibilità ai concessionari di chiedere un prolungamento, fino a un massimo di tre anni, commisurato alla perdita subita in questi mesi. Stiamo raccogliendo dati e possiamo solo riconoscere che l'impatto è stato devastante”.


Le richieste per adeguarsi non erano poche...

“Ma è proprio qui che sta il malcontento. È stato chiesto uno sforzo significativo tra sanificazioni costanti, tutte le attrezzature necessarie, il personale per controllare che venissero rispettati i protocolli. Tanti investimenti, tante spese e ora il pensiero è che lo abbiano fatto inutilmente visto che si ritrovano chiusi nuovamente. Il ristoro del Governo sappiamo non potrà essere integrale, tutti i settori stanno soffrendo tantissimo, siamo dentro una tragedia e sicuramente lo Stato italiano non ha risorse per tutti. Dobbiamo ingegnarci e trovare nuovi strumenti per uscire da questa crisi”.


La Capitale può essere un esempio in questo senso?

“Credo di sì. Non disponendo attualmente di risorse, stiamo lavorando su aiuti economici indiretti. Penso anche alla possibilità, importante per chi gestisce impianti, di realizzare coperture temporanee in modo tale da poter sfruttare gli spazi all'aperto, il tutto con l'apertura di una semplice Cila, in maniera rapida e senza iter burocratici che durano mesi o anni. Diversi concessionari già ci sono riusciti. Questo da l'opportunità a chi ha pagato l'iscrizione di poter continuare a frequentare, a chi gestisce l'impianto di non perdere il tesserato”.


Tanti addetti ai lavori, di diverse discipline, hanno lamentato la poca chiarezza delle misure contenute nei DPCM, tanto da credere che le scelte non fossero condivise con persone che conoscono bene il mondo dello sport. Che idea si è fatto?

“Confermo questa sensazione. L'ultimissima polemica riguardava le tensostrutture, che erano state assimilate a spazi chiusi, mentre chiaramente è un errore. Tra l'altro vale anche per me, io non sono un esperto di tutti i campi e tutte le discipline, nella mia esperienza è stato molto utile avere un contatto diretto con i gestori. Spesso abbiamo organizzato riunioni tecniche in cui hanno partecipato fino a duecento associazioni, è stato fondamentale per capire quale fossero i provvedimenti necessari, siamo stati guidati da conoscenze che non avevo io e non avevano i miei collaboratori. Avvalersi del supporto di chi vive sul campo le singole attività è fondamentale, per quel che riguarda le decisioni governative sembra evidente che in alcuni casi questo supporto non ci sia stato. Mi viene in mente anche un altro intervento”.


Quale?

“Penso al bonus per i collaboratori sportivi, passato dai 600 euro dei primi tre mesi agli 800 di novembre. In tanti hanno criticato questa misura motivando che è stata indirizzata anche a ragazzi che all'interno delle associazioni sono impiegati per poche ore e prendevano cento, duecento euro al mese. C'è chi ne ha approfittato per una bella vacanza mentre ci sono professionisti che di sport vivono e che non hanno ricevuto alcun sostegno. Errori che sono sicuramente figli di una mancanza di esperienza diretta, un gruppo di tecnici di fiducia forse è mancato, non posso dirlo con certezza perché non stono stato dentro le dinamiche di queste decisioni, però nel mondo dello sport è questa la sensazione. Poi è giusto ribadire che è tutto molto difficile”.


Questo intervento però, voluto fortemente dal Ministro Spadafora, ha avuto il grandissimo merito di creare un primo registro dei collaboratori sportivi. Come testata riteniamo necessario, appena sarà possibile, ripartire da questo primo passo per strutturare e tutelare il mondo del lavoro nello sport e riconoscere con maggior forza il diritto allo sport.

“Paradossalmente essere riuscito quasi subito a raggiungere l'obiettivo di dare dignità al collaboratore sportivo, poi gli si è ritorto un po' contro perché gli è stato chiesto ancora di più e nell'immediato. Però va riconosciuto che è un risultato importantissimo, che fino a poco tempo fa sarebbe stato del tutto inaspettato. Ce lo avessero chiesto prima avremmo messo tutti la firma. In più Spadafora non è Ministro dello Sport da molto, in poco tempo è riuscito a strutturare un Ufficio Sport che funziona nonostante le enormi difficoltà. C'è la possibilità, superata questa crisi, di riuscire a sistemare il settore dello sport in Italia con una riforma che possa durare nel tempo. Il lavoro fatto è unico, tutta questa attenzione sul movimento non c'era mai stata, la riforma andrà in porto e si aprirà un nuovo capitolo del mondo sportivo in Italia. Sono fiducioso”.

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