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l'editoriale

Il nostro appello: non lasciate il calcio in mano alle mafie

L'allarme di Cafiero De Raho non può passare inascoltato: FIGC, LND e tutti i comitati regionali devono trovare il modo di difendere il movimento dilettantistico dalla criminalità organizzata

22 Ottobre 2019

Da sinistra: Gravina, Sibilia, Zarelli

Da sinistra: Gravina, Sibilia, Zarelli

Da sinistra: Gravina, Sibilia, Zarelli

Vi ricordate la rugiada invernale che accarezza il campo la domenica mattina? Quella che scalci mentre entri nel rettangolo per fare uno scherzo al tuo compagno di squadra. E quella sensazione dentro lo stomaco mentre il mister snocciola uno ad uno i nomi degli undici titolari? Quella che viene presto sostituita dall’euforia o da quella delusione mista a voglia di riscatto se parti dalla panchina. Magari con il desiderio di ribaltare il match, entrare sotto di uno a zero e poi... E gli allenamenti sotto la pioggia, con il terreno di gioco allagato, che terminano con la partitella tutta scivolate con acqua e fango che sembra di giocare in Premiere League? E poi le trasferte con il pulmino da nove, guidato dal tuo dirigente preferito, che ti accompagna al paese vicino e il percorso di pochi chilometri sembra un’avventura verso un luogo così lontano. Avete presente quel profumo di erba e terra che impregna i tacchetti e che respiri mentre sbatti gli scarpini addosso al muro? E il calore della canfora mentre ti massaggi i muscoli appena accennati? O la convinzione con la quale ti prepari a scendere in campo mentre imiti un vezzo estetico di una superstar? Magari il modo di indossare la maglietta, le ghette abbassate o il colletto alzato. E poi la gioia del gol, il dolore della sconfitta, la voglia di consolare il compagno dopo un errore e quella di essere consolati se sei tu ad inciampare: ve le ricordate? Le risate, le lacrime, gli scherzi nello spogliatoio.


Chi è stato bambino e almeno una volta ha giocato a calcio sa di cosa parlo. Sono ricordi puliti, puri, indelebili nei nostri cuori. Sono i nostri sogni, la nostra fantasia e il nostro gioco. Sono racconti di amicizia degni del Cuore di Edmondo De Amicis, sono esperienze di vita limpide, vissute con passione ed entusiasmo. Sono tutto quello che spesso, illegittimamente, chiamiamo calcio minore. Minore in cosa, esattamente? Sicuramente nei costi e nei ricavi, nel brand e nel merchandising, negli zeri sugli assegni e nei diritti tv. Ma la passione, la purezza e le emozioni che le partite di periferia possono regalare, valgono quelle di una finale di Champions. Perché quando sei bambino basta chiudere gli occhi per un attimo e il centro sportivo del piccolo paese si traforma nell’Old Trafford.


Il Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, martedì scorso ci ha avvertito. È questo che vuole rubarci la mafia. Vuole sottrarci il nostro gioco e i nostri ricordi, vuole impadronirsi dei sogni appena sbocciati, e futuri, dei nostri bambini. Questo è un appello alle istituzioni sportive, affinché si siedano attorno ad un tavolo per difendere questo preziosissimo patrimonio. Dalla FIGC alla LND, passando per tutti i Comitati Regionali: è necessario un sistema di controllo che permetta di arginare e prevenire tutto questo, che impedisca alle mafie di prendere il sopravvento prima che sia troppo tardi. Le dichiarazioni di chi studia ogni giorno la criminalità organizzata con l’intento di combatterla sono terrificanti. Lo chiediamo al Presidente FIGC, Gabriele Gravina, a quello della Lega, Cosimo Sibilia. Al numero uno del nostro Comitato, Melchiorre Zarelli, affinché si faccia portavoce con i suoi illustri colleghi. La partita sarà dura, l’avversario è spietato, ma non è tempo di avere paura. È il momento di respirare ancora una volta quel profumo d’erba e terra che impregna i tacchetti degli scarpini, e di scendere in campo.

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