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Tanto grandi, quanto soli: investiamo sui nostri Dilettanti

Oltre un milione di persone e 12 mila società, tra autofinanziamento e 1% dei diritti tv, le associazioni non ricevono alcun sostegno per l'impegno nella formazione della pratica sportiva

11 Giugno 2020

Tanto grandi, quanto soli: investiamo sui nostri Dilettanti

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12.350 società rappresentate da 66.025 squadre, composte da 1.045.565 persone che hanno partecipato alle 564.473 partite dei campionati della Lega Nazionale Dilettanti. Sono i dati dell’ultimo report della FIGC inerente il movimento del calcio italiano e fanno riferimento alla stagione 2017-2018. Per capire la portata del gioco del pallone nel nostro Paese, basta raffrontarlo con i numeri pubblicati dal CONI tramite il rapporto FSN (Federazione Sportive Nazionali) e DSA (Discipline Sportive Associate), inerenti l’anno solare 2017. In tutta Italia sono tesserati, considerando ogni singola attività praticata, 4.703.741 atleti, i club sono 69.663. Significa che qui da noi, nel Belpaese, il 22.2% degli sportivi è iscritto alla Lega Nazionale Dilettanti, considerando anche i campionati professionistici organizzati dalla FIGC al totale vanno aggiunti altri 11.259 calciatori (23.8%). La seconda Federazione in termini di adesioni è quella del Tennis, che conta un totale di 372.964 giocatori, raccolte in 3.229 realtà e rappresenta l’8.4%. Seguono la Pallavolo (331.843 tesserati, 4.390 club: 7.5% degli atleti) e la Pallacanestro (317.321 tesserat, 3.261 club: 7.1% degli atleti). Per chiudere, il calcio è il primo sport praticato in tutte le regioni italiane eccetto una, la Valle d’Aosta, dove scende al secondo posto superato dagli sport invernali.


ASD e SSD

In questo quadro le società partecipanti ai campionati della LND si sostengono soprattutto grazie all’opera volontaria o quasi, degli addetti ai lavori. Le forme di finanziamento pubbliche riguardano i bandi previsti dalle istituzioni al fine di favorire la pratica e il valore sociale dello sport. Parliamo di eventi e manifestazioni, investimenti sugli impianti, progetti tendenti a sviluppare le attività e a favorire l’approccio all’esercizio fisico. Molte gestiscono strutture dalle quali possono nascere ulteriori forme di guadagno, come la conduzione di bar e ristoranti presenti all’interno, l’affitto dei campi, l’organizzazione di sagre, feste e altre iniziative. Considerando il valore sociale dell’attività sportiva, soprattutto in termini di educazione dei giovani e tutela della salute, le ASD e le SSD trovano forza economica, anche se in maniera limitata soprattutto negli ultimi anni, dalle sponsorizzazioni di imprese che offrono il loro supporto in cambio di visibilità. In alcuni casi il sostegno prende altre forme, così piuttosto che un appoggio economico le aziende si offrono di acquistare beni utili all’attività, per esempio il materiale tecnico, o fornendo servizi di collaborazione che permettano di abbattere i costi del club. La principale fonte degli incassi di una società dilettantistica, però, riguarda le iscrizioni a Scuola Calcio e Settore Giovanile, con le famiglie che ogni anno versano una quota per ricevere in cambio i servizi offerti e l’utilizzo dei campi.


Autofinanziamento

Alla LND solo l'1% dei diritti televisivi

La Lega Nazionale Dilettanti è da considerare come una vera e propria azienda. Gli introiti provengono dall’attività agonistica (iscrizioni delle squadre, tesseramento dei giocatori...) e dagli incassi, in diminuzione negli anni, legati a sponsorizzazioni. L’unico sostegno “esterno” riguarda l’1% dei diritti televisivi regolamentato dalla Legge Melandri, rivisitata negli anni. Nel novembre del 2016 infatti è passato l’emendamento che modifica parte del testo, affidando alla FIGC la gestione diretta del 10% dei diritti tv e che in sostanza abolisce la “Fondazione per la mutualità generale degli sport professionistici a squadre”, alla quale veniva destinato il 4% del valore complessivo. Vengono inoltre previsti nuovi criteri della mutualità del sistema, con quel 10% che deve essere destinato a programmi di sviluppo dei settori giovanili delle società, alla formazione e all’utilizzo di calciatori convocabili per le Nazionali giovanili maschili e femminili, al sostegno degli investimenti per gli impianti sportivi e lo sviluppo dei Centri Federali Territoriali. La nuova suddivisione di tali proventi prevede: il 6% alla Serie B, il 2% alla Serie C, l’1% ai Dilettanti. Questo passaggio ha di fatto reso più agevole la gestione dei fondi, che però sono vincolati agli obiettivi previsti. Si tratta di investimenti sullo sviluppo “tecnico-formativo” del calcio, come i premi per la valorizzazione dei giovani o l’organizzazione di eventi, ad esempio il Torneo delle Regioni. In questo senso la LND auspica un’ulteriore modifica della Legge Melandri, per poter disporre di quelle somme in maniera differente magari prevedendo, soprattutto in questo momento, un’iniezione diretta di liquidità a fondo perduto per i club dilettantistici, oppure l’abbattimento dei costi che le società chiedono da tempo. Parliamo di una cifra che si aggira intorno al milione. La FIGC investe sul calcio giovanile una cifra intorno ai 26.5 milioni, che coprono i costi dei campionati dei settori giovanili professionistici, le attività delle Nazionali giovanili e il settore giovanile arbitrale.


Il quadro attuale

Di fatto i club dilettantistici non ricevono finanziamenti diretti per le loro attività, nel senso che non ci sono somme a loro riservate per la promozione della pratica sportiva. La situazione economica, anche per via delle difficoltà in cui versa il nostro paese da diversi anni, sta peggiorando con il tempo, con i collaboratori sportivi che ricevono rimborsi sempre più esigui, o addirittura partecipano gratuitamente per pura passione. La conseguenza è un abbassamento del livello generale, che ha portato il movimento italiano a perdere prestigio sul panorama internazionale (la mancata qualificazione all’ultimo Mondiale è il sintomo più evidente) e a non coltivare talenti come era nella nostra tradizione. Monta la preoccupazione nel mondo dilettantistico, soprattutto dopo l’avvento del Coronavirus, che ha bloccato le attività a tempo indeterminato e lasciato le casse dei club all’asciutto. Diversi gli interventi per far fronte alla situazione di emergenza, l’ultimo in ordine di tempo è arrivato giovedì scorso, come una manna dal cielo: il fondo Salva Calcio della FIGC. 21.7 milioni a sostegno di Serie B, Serie C, Femminile e Dilettanti, con quest’ultimi che beneficeranno di 5 milioni. La misura attuata dal Ministero dello Sport, l’indennità di 600 euro per i collaboratori per i mesi di marzo, aprile e maggio, è stata un’ancora di salvezza per tante persone, che hanno potuto trovare conforto Il ministro Spadafora ha varato un piano da 230 milioni di €nella cifra a loro destinata. Un intervento lodevole, che permette di dare dignità a tutti coloro che vivono nel mondo dello sport, ma che di fatto non aiuta direttamente le società. La sospensione dei canoni di locazione è una misura temporanea che non risolve i problemi ma allevia momentaneamente la sofferenza. L’attesa è tutta per l’intervento a fondo perduto diretto alle ASD e SSD annunciato dal Ministro dello Sport Spadafora, ma al momento non si conoscono dettagliatamente né l’entità né le tempistiche. Il Ministro ha annunciato il 28 maggio in una diretta Facebook il piano da 230 milioni, soldi che serviranno a coprire tutte le domande per l’indennità dei collaboratori sportivi, aggiungendo poi che è stato “firmato l’altro decreto per il sostegno a fondo perduto delle associazioni sportive, che in questo momento stanno soffrendo”. Si aggiunge poi il “Fondo per il rilancio del settore sportivo nazionale” previsto dal Decreto Rilancio, che destina lo 0.5% di tutte le scommesse su eventi sportivi di ogni genere fino al 31 dicembre 2021: 40 milioni per quest’anno, 50 per il prossimo, salvo possibili riduzioni qualora l’ammontare delle scommesse sia inferiore. Ma parliamo di interventi legati all’emergenza e non sistemici e costanti.


A confronto con l’Europa

A oggi la situazione dei club dilettantistici è allarmante, con lo scenario futuro che desta timore per la capacità di resistenza delle società davanti alla nuova crisi sanitaria ed economica. Sembra necessario un intervento strutturale nel mondo del calcio, soprattutto per quel che concerne il professionismo. Prendendo come riferimento le quattro federazioni più rilevanti in ambito europeo (Inghilterra, Germania, Spagna e Francia), balza all’occhio il minor numero di società professionistiche. In Italia abbiamo 20 squadre in Serie A, 20 in Serie B, 60 in Serie C, per un totale di 100 club professionistici. Seguono gli inglesi con 92, i tedeschi con 56, gli spagnoli con 42 e in fondo i francesi con 40. Più La Premier League ricava 3.3 miliardi dai diritti tvclub professionistici, ma meno introiti nel rapporto con i diritti tv: la Premier League trae un profitto di 3.3 miliardi dalla cessione delle immagini audiovisive della sua competizione, la Liga porta a casa 2 miliardi, la Bundesliga 1.4 miliardi, la Ligue 1, dal prossimo anno, 1.2 miliardi. Noi vendiamo il pacchetto per la trasmissione nazionale a 1.3 miliardi. Con la riforma della C, che uscirebbe dall’ambito del professionismo per divenire semiprofessionista, si potrebbe ridurre in maniera consistente il numero di società professionistiche con un duplice beneficio: da una parte più soldi a disposizione di un minor numero di club, dall’altro un maggior investimento per il mondo dilettantistico. Se la terza serie italiana finisse sotto il controllo della LND, con l’attuale normativa sulla spartizione dei diritti tv, si potrebbe assorbire quel 2% in più attualmente destinato esclusivamente alla Lega Pro.


Non basta

Ferma restando la necessità di una riforma dei campionati, in questo contesto sembra quasi superfluo prevedere un maggior investimento sul settore dilettantistico. Se riconosciamo tutti il valore sociale dello sport di base, appare quanto meno rischioso lasciare il peso dell’intero movimento all’associazionismo sportivo che, ripetiamo, spesso si appoggia sul volontariato degli addetti ai lavori e al mecenatismo di alcuni presidenti. Senza considerare che ogni singolo atleta muove i primi passi di una carriera nel dilettantismo. Tutti i campioni della nostra Nazione hanno cominciato in una società dilettantistica per poi raggiungere il professionismo. Quindi oltre all’importanza sociale dell’attività fisica, parliamo anche della crescita dei nostri talenti e dell’intero movimento sportivo italiano: pensare di coltivarli con un sistema economicamente fragile e senza l’inserimento di personale qualificato, retribuito dignitosamente, pare missione ardua. In questo senso riportiamo il testo del comma 5, articolo 29 dello Statuto del CONI: “Le società ed associazioni sportive, e in particolare quelle professionistiche, devono esercitare le loro attività nel rispetto del principio della solidarietà economica tra lo sport di alto livello e quello di base, e devono assicurare ai giovani atleti una formazione educativa complementare alla formazione sportiva”. Sarebbe necessario un maggior impegno ai piani alti per valorizzare di più il movimento di base, così come sarebbe opportuno creare un sistema di finanziamento pubblico diretto a sostenere l’impegno delle ASD e SSD. Sport e Salute ha preso il posto di Coni Servizi ma ha avuto ancora poco margine di manovra per apportare riforme significative, per tempistiche strette e per non stravolgere tutto dall’oggi al domani. Potrebbe essere l’occasione perfetta per instaurare un rapporto diretto con i club “minori”, una misura ulteriore oltre al contributo previsto per le singole federazioni.

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