Cerca
l'intervista
14 Maggio 2015
Andrea Persia
Una
stagione così non se l'aspettava davvero. E non nel senso positivo
del termine. Soprattutto dopo aver dimostrato che nel giro delle
prime squadre ci può stare eccome. Invece la chiamata giusta non è
arrivata e l'annata di Andrea Persia è volata via così, tra la
parentesi a Villanova e un telefono che fino all'autunno scorso non è
mai squillato. Nessuno ha preso in considerazione la sua splendida
“prima” a Pomezia, nessuno lo ha contattato nonostante possieda
tutte le qualità per guidare un progetto vincente, come ha sempre
confermato durante gli anni di gavetta nei settori giovanili di
Urbetevere e Aprilia prima e in Eccellenza con il club pometino. Così
nelle sue parole traspare un pizzico di delusione ma anche tanto
desiderio di ripartire. Dalle prime squadre, naturalmente. Con la
voglia di continuare a crescere come ha fatto anche durante questa
pausa forzata, concludendo gli studi universitari e aggiornandosi
tatticamente e tecnicamente come spiega in questa nostra
chiacchierata. Svestendo i panni del politicamente corretto che lo
hanno sempre contraddistinto e togliendosi qualche sassolino dalla
scarpa.
Andrea
Persia, dopo Pomezia ti aspettavi una stagione diversa?
“Avevo
senza dubbio un'aspettativa diversa, non lo nego. Dopo aver chiuso il
mio ciclo nel settore giovanile e aver raggiunto ottimi risultati in
rossoblu speravo nell'opportunità giusta”.
Invece
non è andata proprio così.
“L'estate
è stata avara di chiamate e le motivazioni sono quelle che tutti gli
addetti ai lavori conoscono. Se non c'è neanche una chance per un
tecnico che aveva ottenuto determinati risultati qualcosa nel sistema
non va, inutile nasconderselo”.
Come
hai reagito alla delusione?
“Cerco
sempre di prendere il buono dalle cose, come a Villanova dove ho
conosciuto Paolo Armeni e dal quale ho imparato molto. E' bravo, fa
calcio e sono sicuro che si toglierà tante soddisfazioni. Inoltre ho
concluso i miei studi universitari”.
Quale
facoltà?
“Scienze
motorie. Avevo accantonato questo percorso per i miei impegni
calcistici, così ho ripreso in mano i libri. Per la professione che
svolgo è importante e insieme ai crediti acquisiti come calciatore
adesso posso conseguire il patentino di seconda che è il prossimo
obiettivo da raggiungere”.
Un'ulteriore
qualifica, ma alla fine gli allenatori sono sempre gli stessi
nonostante la crescita dei più giovani.
“E'
un problema che mi pongo spesso anche io, ci sono tantissimi ragazzi
preparati che hanno la competenza per dirigere una prima squadra.
Invece in giro vedi sempre le stesse facce, ascolto sempre le stesse
storie. Questo penalizza i tecnici emergenti e non fa bene al
movimento. Nelle altre regioni le cose funzionano diversamente, chi
se lo può permettere se ne va e i progetti sono completamente
diversi”.
E
tu quale tipo di progetto stai aspettando?
“Un
progetto serio, dove la programmazione è in primo piano. Mi
piacerebbe prender parte ad un'idea a lungo termine dove poter
esprimere un calcio sempre propositivo dove valorizzare i giovani del
vivaio che in questo momento sono sempre più importanti”.
La
valorizzazione dei giovani ormai passa spesso in secondo piano.
Quanto incide sul livello del calcio di oggi?
“Tantissimo,
la logica dei risultati non permette di lavorare nel modo giusto sui
ragazzi, che dovrebbero essere seguiti in maniera diversa a seconda
delle fasce di età. Vanno preparati tecnicamente, tatticamente e
fisicamente per farli arrivare nelle prime squadre a qualsiasi
livello. Queste sono le vittorie dei tecnici, invece si pensa troppo
ai titoli e la crescita dei ragazzi passa in secondo piano”.
Prima
squadra, però, significa avere a che fare anche con calciatori
esperti. Dove stanno le differenze?
“A
Pomezia non ho avuto alcun tipo di difficoltà. Chiaramente il
confronto è diverso, si affrontano e analizzano i problemi in
maniera diversa. Grazie anche alla mia esperienza di calciatore,
però, so come funzionano le dinamiche di uno spogliatoio e come si
deve parlare ad una persona adulta. E' una situazione che ho già
affrontato senza alcun problemi”.
C'è
qualche tuo collega che merita i massimi palcoscenici?
“Nel
settore giovanile ci sono tantissimi tecnici preparati e pronti per
fare il salto di qualità, ma se devo fare un nome dico Federico
Coppitelli. E' giovanissimo, ma già preparato a trecentosessanta
gradi. Abbina preparazione, intensità, tecnica ed innovazione.
Merita una grande carriera”.
Allora
non resta che attendere la chiamata giusta?
“Sì,
resto in attesa. Qualche richiesta è già arrivata, ma aspetto una
società che mi faccia lavorare in maniera giusta, tranquilla.
Vediamo, io sono pronto a dare tutto me stesso, come ho sempre
fatto”.
Sperando,
per l'ennesima volta, che la meritocrazia faccia il suo corso.
EDICOLA DIGITALE
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni