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clamoroso
13 Luglio 2015
Mirko Forcina
Mirko Forcina ha deciso, smette di giocare. Una vicenda che
abbiamo seguito in questi giorni e che speravamo potesse avere un epilogo
diverso. Una vicenda che purtroppo si ripete con diversi ragazzi, creando un
grande dibattito sul vincolo sportivo dei calciatori fino ai venticinque anni.
Da una parte una società che ha valorizzato un giocatore e giustamente spera di
monetizzare il suo investimento. Dall’altra parte la volontà di un ragazzo che
milita nei dilettanti e, per difficoltà economiche e di sostentamento della
propria famiglia, chiede di cambiare squadra. E’ quello che è successo a
Forcina, classe 1992, una delle prime punte più richieste in Eccellenza,
vincolato ancora per due anni al club castellano. Con l’Albalonga di Camerini
ha dato il suo contributo alla promozione in Serie D, ma aveva deciso di
sposare un altro progetto. Qualche squadra si era interessata, ma la richiesta
del presidente Bruno Camerini per il cartellino è stata inavvicinabile.
Richiesta lecita, per carità. Racconta Forcina: “Avevo avuto un’occasione
importante con il Fiumicino, che dovrebbe essere ripescato in Promozione, che
non mi offriva rimborsi, ma un lavoro all’aeroporto. Io faccio le pulizie la
mattina e l’occasione di un contratto a tempo indeterminato vicino casa, avendo
una moglie e un bambino piccolo, era per me importantissima e irrinunciabile.
Ho provato a convincere il presidente a darmi almeno in prestito, ero anche
disposto a togliermi dei soldi e pagare io una piccola cifra pur di andare. E’
una cosa che faccio ovviamente solo per il lavoro, decidendo tra l’altro di
scendere di due categorie. Purtroppo non ha voluto sentire ragioni e ha chiesto
una cifra molto alta sia per il prestito, che per il cartellino, ovviamente
inavvicinabile per un club come il Fiumicino formato da tutti giocatori del
posto e non certo ricco. Mi dispiace, umanamente mi sarei aspettato un altro
trattamento dal presidente. A questo punto preferisco smettere, anche se questa
scelta mi penalizza ulteriormente. Lo faccio per rispetto del ds, dell’allenatore
e di tutti i miei compagni: continuare a giocare in una squadra che ha
determinati obiettivi, senza avere la testa per farlo, sarebbe sbagliato.
Purtroppo il vincolo sportivo ha penalizzato me come tanti altri ragazzi,
obbligandoci a prendere questa decisione”. Una vicenda che speravamo potesse
chiudersi diversamente, pur capendo le ragioni delle parti in causa.
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