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Il richiamo del pallone: cresce la voglia di giocare

I nostri giovani non stanno più nella pelle: sbocciano ovunque campi improvvisati per dare sfogo alla passione

17 Giugno 2020

(©DeCeesaris)

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È un richiamo irresistibile, che non si esaurisce mai e ti accompagna per tutta la vita. Da quando sei in grado di camminare a stento e lo rincorri, a quando adulto passeggi sulla riva del mare o nel parchetto sotto casa e una parte di te spera disperatamente che quel gruppo di ragazzini che sta palleggiando cada in errore, permettendo all’oggetto dei desideri di rotolare vicino ai tuoi piedi. Fosse anche solo per un tocco, un passaggio di riconsegna. Quando ti passa vicino, non puoi opporti. È una sensazione inspiegabile, magica. Forse una delle migliori interpretazioni in questi ultimi tempi di cosa possa rappresentare il pallone - non il calcio, è ben diverso, qui si parla del gioco nella sua accezione più pura - è riuscita a darla Papa Francesco durantel’ultima udienza con la Nazionale Italiana. Rivolgendosi agli Azzurri, il Santo Padre con parole semplicissime è riuscito a racchiudere tutta la grandezza di questo gioco: “Il pallone ha un’attrazione speciale. Se lo lanci per strada, possiamo essere certi che arriveranno dei bambini. Non importa di cos’è fatto, rimane sempre quell’attrazione speciale. Perché anche con una palla di stracci si fanno miracoli”. Già, solo che troppo spesso ce ne dimentichiamo.


In quarantena

È successo anche durante la fase più dura del lockdown, quella cominciata a marzo e terminata quasi due mesi (©DeCesaris)dopo. In ogni casa il pallone non è mai mancato. Prove di tecnica con oggetti di tutti i tipi, sfide social con la carta igienica, montaggi di squadre che se lo passavano virtualmente. Ma anche le partite a FIFA e PES, i calcio-tennis contro il fratello in camera da letto o, per chi poteva vantare un giardino privato, contro il coetaneo vicino di casa con il muro divisorio a fare da rete. Anche noi ci siamo adeguati, concludendo le prove della prima fase di Talento & Tenacia, il concorso organizzato in collaborazione con l’Asilo Savoia e che coinvolge gli Under dell’Eccellenza laziale, in versione “smart”. Palliativi che hanno aiutato, certo, ma che dopo settimane hanno visto svanire il loro effetto. Perché il pallone ha un suo habitat naturale, ed è il campo. Non inteso come il tradizionale rettangolo verde, ma come uno spazio più o meno delimitato e due porte. Il campo può essere un prato, un cortile, una piazza, una spiaggia o un parcheggio. Le linee laterali molto spesso sono immaginarie, magari muri o marciapiedi e i pali possono essere sostituiti da alberi, zaini, scarpe e felpe. Poi, a tramutare lo scenario circostante in uno stadio con migliaia di spettatori e a trasformare l’avversario di turno in Van Dijk, è tutta una questione di fantasia e i più giovani, in questo, sono i nostri maestri. L’importante però è che sia un campo, perché solo così questo gioco può rivelare completamente la sua meraviglia.


Voglia di stare insieme

(©DeCesaris)

La riapertura “parziale” del 18 Maggio ha dunque riconsegnato il pallone al suo habitat e la magia si è immediatamente riaccesa.Sono bastate poche ore e in ogni angolo di Roma i giovani hanno ricominciato a giocare. Lo hanno fatto con l’incoscienza che accompagna la loro età e con la smania di chi si è visto privato della propria libertà. Non per una punizione di un genitore preoccupato per i voti a scuola, non per il malanno stagionale o qualsiasi altro problema più o meno usuale. Sono stati costretti a rinunciare alla loro passione da un nemico sconosciuto, invisibile, che ha colto di sorpresa tutti, limitando sensibilmente la nostra quotidianità, senza preavviso. Fine delle partitelle tra amici, stop alle “tedesche” e ai dribbling tra gli specchietti dei motorini parcheggiati, ma anche dell’attività nei centri sportivi. Così, dopo questa privazione eccezionale, l’allentamento delle misure contenitive e la mancata possibilità di accedere presso gli impianti - almeno fino a lunedì scorso quando sono stati pubblicati gli attesissimi protocolli attuativi per la ripresa, con tutte gli accorgimenti del caso - hanno provocato un’invasione di spazi quasi dimenticati, con ville e parchi romani divenuti presto i nuovi luoghi dove poter dare sfogo alle proprie fantasie. Qualcuno non si è neppure accontentato di aree improvvisate, ma ha montato vere e proprie porte da calcio, delimitando la linea di fondo con le bandierine o addirittura installando un tabellone per aggiornare il risultato. Tutto questo a far da contorno a tornei tra squadre formate con la “conta”, sfide infinite in cui vince chi arriva prima a dieci e così via. Il calcio in tutte le sue sfaccettature, sinonimo della voglia pazzesca di normalità.


Tu chiamale se vuoi...

Il pallone è un gioco incredibile, capace di regalarti emozioni, ma anche di accoglierle. Già, proprio così, il prodigio di(©DeCesaris) questa sfera a volte imperfetta, anche fatta di stracci citando Papa Francesco, è quel richiamo che sentiamo ogni volta che dentro di noi divampa un forte sentimento. Almeno una volta nella vita, tutti l’abbiamo percepito e non abbiamo resistito. Che sia stato dopo una grande gioia, una delusione o un arrabbiatura non ha importanza, in quel momento la prima cosa che ci è venuta in mente è stata: “Vado a giocare a pallone”. Personalmente uno degli aneddoti che ricordo con maggior lucidità della mia adolescenza è legato proprio ad un episodio di questo tipo. Era il 2000, semifinale degli europei Olanda - Italia, quella delcucchiaio di Totti a Van Der Sar, tanto per essere chiari. Stavo seguendo la sfida insieme ai miei compagni di avventure, tra cui l’attuale direttore sportivo del Giardinetti Andrea Marini, presso la casa di mio cugino a Lavinio. Pochi istanti dopo la parata decisiva di Toldo su Bosvelt che ci ha regalato la finalissima, quel gruppo di ragazzi era già in riva al mare, con il tramonto sullo sfondo, le ciabatte a far da pali alle porte “piccole” e la bassa marea a delimitare una delle fasce. Tutti pazzi digioia, in compagnia dell’amico perfetto per poterla esprimere in tutta la suacompletezza. Proprio lui. Il pallone".

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