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Sembra normale, ma è facile distruggere i sogni dei ragazzi

Vi riproponiamo l'editoriale integrale sul tema delle promesse ingannevoli e benefit: una "normalissima storia" che fa davvero riflettere

08 Luglio 2020

Sembra normale, ma è facile distruggere i sogni dei ragazzi

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Ricordo solo il dispiacere, immenso. I pianti, per niente liberatori. Sentivo il peso del fallimento sulle mie spalle. Avevo 14 anni e la società in cui giocavo, un club professionistico di Serie B, non mi aveva riconfermato. Ricordo l’ansia il giorno in cui dovevo andare in sede per parlare del mio futuro essendo sottoposto a vincolo fino ai 19 anni. Ricordo mia madre che si era dovuta reinventare procuratrice per mettersi faccia a faccia con la dirigenza e spiegargli che avrei preferito scegliere il mio cammino, in nome del divertimento, piuttosto che vestire la maglia di una squadra satellite da loro indicata pur di restare nell’orbita. Io volevo giocare, divertirmi. Lei mi seguiva, purché non perdessi di vista la priorità assoluta: lo studio. Altrimenti erano cavoli, lo assicuro. Ci tenevo a poter militare in un club dove ci fosse la massima competitività come ogni giovane calciatore. Ricordo le chiamate senza mai aver lasciato il numero di telefono ad alcuno. Promettevano possibilità di rilancio per me ed erano certi che avrei potuto tornare a giocare nel professionismo. Proponevano provini, svincoli tramite passaggio in altra regione, tesseramento per una società che poi mi avrebbe girato in prestito per valutarmi... C’era così tanta gente interessata alle mie sorti che credevo di valere. Incontri “casuali” con sconosciuti, fitti colloqui con dirigenti. Tutti mi volevano, ma alla fine mia madre mi ripeteva che non era il caso, sembrava non si fidasse. Una volta, due volte, tre volte. Non capivo, ero convinto che se avessi potuto giocare mi sarei ricavato il giusto spazio e mi “avrebbero piazzato”. D’altro canto mi sbattevano in faccia giudizi con totale assenza di tatto: è troppo basso, è troppo secco, deve ancora sviluppare, servirebbe un po’ di palestra. Portavo dentro quei problemi come se fosse mio compito risolverli, mi sentivo colpevole di non essere alto e robusto, forse avrei dovuto anche essere più peloso? Una sentenza schiacciante psicologicamente. Alla fine trovai una società che se ne fregava di tutte queste cose e che per farti entrare in rosa voleva prima valutare la pagella. Al primo confronto “tecnico” ascoltai queste parole: “Baricentro basso, rapido e tecnico, il ragazzo non ha alcun problema, queste sono le sue caratteristiche, non i difetti”. Era la mia squadra! Distanza da casa oltre 60 chilometri, tratto da percorrere quattro volte a settimana per gli allenamenti più la partita. Ricordo i viaggi in treno da solo sul regionale, il mio cuore colmo di tristezza. Mia madre se ne accorse e cominciò ad accompagnarmi, quanti lunghi viaggi in macchina. La stagione andò benone, spesso giocavo sotto età con i più grandi e avevo “gli occhi delle prof” di nuovo addosso. Poi, due giorni prima di andare a disputare un torneo in prova con un club di Serie A, un incidente con il motorino prestato da mio fratello, frontale con una macchina, femore fratturato con interessamento dei legamenti del ginocchio e la rotula. Un disastro. In quei momenti, sul letto di ospedale, la cosa che mi faceva incazzare più di tutte era non poter andare alla festa di Pasqua che avevo organizzato con i miei amici. Al calcio non pensavo, qualcosa si era rotto nell’amore tra me e il pallone. Dopo due mesi di gesso e sedia a rotelle non mi interessava fare fisioterapia, rigenerare la fascia muscolare in vista della nuova stagione, ormai alle porte. Sacrifici che non ero disposto ad affrontare. Semplicemente a 14 anni ero già stanco. Dei giudizi, delle pressioni, delle promesse, di quei provini che non importava mai se “facevi bene”. Ero stanco dell’ambiente calcio, non del gioco, che ho continuato ad adorare e praticare in ogni sua forma. Il senso di quello che vi sto raccontando è che si tratta di una storia qualunque. Normalissima. Una storia che ha portato un quattordicenne ad abbandonare lo sport agonistico, a non divertirsi più con il gioco che amava con tutta l’anima. Una storia che segna la memoria per sempre, che ti fa smettere di credere alla meritocrazia. Se ricordaste il senso della vita a quella età, il valore diverso che si dà agli eventi, al singolo attimo, che sia un futile “No” dei genitori per un’uscita con gli amici o della persona per cui si è preso una cotta. La gioventù è il momento più delicato dell’esistenza umana, quello in cui si forma il carattere, quello in cui si forma la persona. Ogni volta che si alza il telefono, si ferma un genitore o ci si confronta con un ragazzo promettendogli il futuro, si commette una violenza dalla portata inquantificabile. Quei giovani non lo scorderanno mai più, resterà per sempre dentro di loro. Lo sport ha una potenza straordinaria, nel bene e nel male. Basta una storia normalissima per distruggere l’amore dei ragazzi e indirizzarli verso orizzonti meno sicuri.

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