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L'Italia s'è persa - Quota d'iscrizione: sport o bussines?

Si parte da 300 euro e un kit di lusso per non restare a casa 

07 Aprile 2022

L'Italia s'è persa - Quota d'iscrizione: sport o bussines?

Sia chiaro, in questa prima puntata della nostra inchiesta tutto vogliamo fuorché riproporre la storiella trita e ritrita del calcio di strada che non esiste più. Non vogliamo fare alcun riferimento a quella visione romantica degli zaini usati come pali della porta e di palloni recuperati sotto le macchine. Tuttavia, uno spunto ci viene offerto ed è quello a rappresentare il focus di questa riflessione. Il calcio è povero e lo è sempre stato. E spesso è stata la fame di chi lo praticava, sognando di raggiungere la finale dei mondiali, a fare la differenza. Fino a qualche tempo fa, nemmeno troppo lontano, bastava andare al campo con un paio di scarpini, andavano bene anche quelle da ginnastica se i tacchetti erano troppo costosi e la magia prendeva vita. Adesso la situazione è ben diversa e se la famiglia non sborsa minimo 300 euro (quando va bene) il campo rimane un miraggio. Il blasone e la qualità delle società fanno poi la differenza, ovviamente, e allora ecco che nei “top club” in alcuni casi si tocca quota mille per l'iscrizione annuale. Logica oramai divenuta standard nelle scuole calcio d'Italia con le società che intravedono nell'attività di base la fonte di sostentamento primaria di tutta la grande macchina che un club rappresenta. Senza dimenticare le almeno cento euro per il kit. Che poi chi la scuola calco l'ha praticata si sarà chiesto almeno una volta: "Si cresce rapidamente ed il vestiario da un anno all'altro può non andare più bene, ma qual è il senso di cambiare il borsone ogni stagione?" Personalmente non ho ancora trovato una risposta. Nemmeno mia madre che mi maledice ogni qualvolta franano dal soppalco tutte e dieci le borse accumulate negli anni. Insomma, le scuole calcio sono una vera e propria macchina economica a tal punto che molti club la utilizzano come base per finanziare tutto il resto. E allora in nome del “qui facciamo giocare tutti” i centri sportivi vengono riempiti fino all'orlo di bambini che vorrebbero solamente imparare a giocare al calcio e che invece si ritrovano stipati in gruppi da 30 sotto la guida di un solo istruttore. Poi, sulla base di una selezione tecnica - e soprattutto fisica - vengono fuori i gruppi A, B, C e così via. Intanto le casse del club si riempiono e poi si svuotano rapidamente per pagare mercati e stipendi folli dedicati alla prima squadra (oltretutto in barba alle normative sui rimborsi spese per i campionati dilettantistici) senza reinvestire in strumenti e istruttori qualificati per la stessa scuola calcio. Anzi, piuttosto si decide di puntare su Responsabili dell'attività di base "con dote". Personaggi che riescono a spostare decine - in alcuni casi centinaia - di bambini convincendo i genitori a seguirli nella loro nuova avventura professionale. Bambini che, oltretutto, sono coinvolti in un calciomercato - si, avete capito bene - senza alcun senso. Come si va a valutare un baby calciatore di dieci, undici anni, che ancora deve raggiungere la fase dello sviluppo muscolare? Eppure i telefoni di mamma e papà in estate squillano come non mai, tra promesse di professionismo, offerte di kit gratuito e quote di iscrizione scontate, tutto pur di aumentare il numero degli iscritti e arricchire le casse del club. Che poi passare ad una nuova società ogni anno, cambiare compagni di squadra, amici, fa deragliare tutto l'aspetto sociale che lo sport almeno nei primi anni deve rappresentare e salvaguardare. Oltre ad interrompere un percorso tecnico magari costringendo il piccolo atleta a stravolgere ad ogni inizio stagione metodi di allenamento, imponendogli di inserirsi in un gruppo quasi completamente nuovo e togliendo loro la voglia di stare insieme e di giocare. Perché immaginare che con queste dinamiche un ragazzino riesca ancora a divertirsi, a dare sfogo al proprio talento e alla propria fantasia con gioia, risulta davvero complicato.

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