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l'intervista

Margaritondo: "Il rispetto delle norme garantisce un rischio remoto di contagio"

Il chirurgo e presidente del Futbolclub analizza la situazione attuale e dice la sua sulla ripresa: "Perché non ricominciare?"

02 Dicembre 2020

Margaritondo

Enrico Margaritondo, chirurgo e presidente del Futbolclub

Dai primi mesi dell’annata 2019-20, alle speranze per il futuro; dai Prof ai Dilettanti; dalla gestione di un centro sportivo a quella di tesserati e famiglie. Enrico Margaritondo, chirurgo e presidente del Futbolclub, analizza a 360º il difficile momento che il mondo sportivo sta attraversando.

Presidente, per prima cosa ci faccia un bilancio generale per quanto riguarda questa prima parte di stagione. "Chiaramente è stato un inizio di anno duro, anzi molto duro. Questo perché è stato altalenante, caratterizzato da tanti e forti dubbi riguardo l’apertura dell’attività e su come e quando la si poteva fare, quindi questo ci ha destabilizzato parecchio. Penso non soltanto noi, mi riferisco anche a tutte l altre società. Abbiamo sempre seguito tutte le disposizioni che ci sono state suggerite, tra sanificazione degli ambienti, misurazione della temperatura all’ingresso del centro sportivo, senza far entrare chi non fosse a norma, collocamento di postazioni igienizzanti e obbligo di mascherine. Sono un medico e quindi pongo particolare attenzione alle regole e noi al Futbolclub le abbiamo rispettate pienamente. Poi purtroppo, seguendo l’andamento nazionale della pandemia, siamo stati costretti ad allinearci alle varie fasi tra chiusura parziale, poi totale, inizio di alcuni campionati, poi fermati".

Avete avuto dei casi di contagio tra i vostri numerosi tesserati? "Dati alla mano devo dire che noi da dicembre/gennaio a oggi abbiamo avuto solamente un caso di positività al Covid-19 e tra l’altro nell’occasione tutti i compagni di squadra e di scuola del ragazzo in questione sono poi risultati negativi. Sarebbe presuntuoso dettare nuovi protocolli, ma personalmente sono convinto che nel rispetto delle regole si possa continuare l’attività in sicurezza. Però nella fattispecie non è semplice far rispettare a tutti le suddette restrizioni, bisogna prestare la massima attenzione ed è complicato mantenere lo stimolo nei ragazzi".

La conseguenza è il rischio di abbandono della pratica sportiva da parte di tanti giovani. "Per i ragazzi sicuramente questa situazione non è affatto gradevole. I più grandi, che sono in un’età particolare per la formazione caratteriale, hanno costantemente la sensazione del divieto, i più piccoli invece non riescono a capire perché non gli vengono concesse alcune cose. Ecco, devo dire che la parte più difficile è proprio la gestione dei ragazzi: avendo noi una funzione educativa nei loro confronti, il panorama attuale non facilita il procedimento".

Ai club è richiesto quindi un doppio sforzo: oltre a tutte le spese e agli interventi per adeguarsi ai protocolli anti-Covid, c’è anche un grande lavoro psicologico da fare con tesserati e famiglie. "Assolutamente. Partiamo dalla scuola calcio, dove per i bambini più piccoli la finalità è imparare e giocare. Sappiamo tutti che se lanciassimo un pallone in mezzo al campo, ci si fionderebbero tutti addosso, tante sono la passione e la voglia di divertirsi collettivamente facendo una partita: oggi quindi è molto difficile farli allenare secondo le nuove tipologie di sedute, senza contatto. Questo richiede da parte dello staff tecnico un impegno non indifferente. Nei più grandi, invece, subentra una forte demotivazione dovuta alla sparizione dell’obiettivo finale dell’allenamento, cioè la competizione. La finalizzazione di chi pratica uno sport, pur rispettando tutte le sue componenti, è la gara: chi fa atletica vuole correre, chi fa pugilato vuole combattere e chi fa calcio vuole disputare la partita ovviamente, è normale. Senza questa finalizzazione nel week end, notiamo che una certa percentuale di tesserati sta cedendo, sta abbandonando: questa è la cosa che mi preoccupa di più, vedere ragazzi che scelgono di non praticare più l’attività sportiva senza una motivazione personale profonda".

La nostra Redazione ha proposto tre inchieste sull’impatto degli ultimi Dpcm coinvolgendo un campione di 100 club laziali: è emerso che il tasso di contagi nei centri sportivi è pari solo allo 0.5%, che sono oltre 5 i milioni spesi dalle società per adempiere al protocollo anti-Covid, con il 50% in media di introiti in meno e che, infine, il 15% dei bambini sta lasciando la scuola calcio. Secondo lei c’erano altre soluzioni, al di là della chiusura dei campionati, per far fronte all’emergenza sanitaria? "Certamente. Il settore sportivo andava ancor più regolamentato, ma non bloccato. Partiamo da un concetto di base, ovvero lo scopo delle società dilettantistiche. Io credo che nessuno gestisca un club sportivo a scopo di lucro, perché a mio modo di vedere non ha senso. Chiaramente il pareggio di bilancio è l’obiettivo e se i ragazzi non si iscrivono o abbandonano, diventa un problema. Per questo noi ci stiamo trovando a dover fornire supporto psicologico alle famiglie, poiché  molti genitori si sono mostrati davvero preoccupati dal panorama attuale. Per questo, tornando alle soluzioni, se proprio le Autorità vedevano dei pericoli nella pratica dello sport dilettantistico, questo allora andava regolamentato in maniera ancor più meticolosa, chiara e dettagliata, ma non di certo fermato. Anche perché poi, guardando in alto ai massimi livelli, si continua a giocare e, se posso, le scuse che sento non reggono".

Prego, ci dica pure. "Resto perplesso quando vedo uno stadio vuoto, i giocatori in panchina con mascherine e distanziati mentre in campo ci sono contatti di ogni tipo. Non riesco a capirlo: la cosa che sento di più è che tra i Professionisti ci sono protocolli che nei Dilettanti non si possono sostenere, ma è una giustificazione che regge molto poco perché problemi di casi di Covid ci sono stati anche in A mi pare. E non pochi, visto che la disponibilità economica non evita  certo di contagiarsi. Sono un chirurgo e l’infettivologia non è il mio campo, ma credo che la percentuale di rischio di contagio sia la stessa, forse più alta in Serie A che nelle giovanili regionali, nonostante i milioni di euro a bilancio delle squadre professionistiche per effettuare i controlli. Non credo che oggi ci siano queste maree di infezioni e di contagi nelle società dilettantistiche, perché altrimenti se ne avrebbe avuta notizia e ce ne saremmo accorti tutti. Non penso quindi che una partita nel fine settimana possa essere destruente. Continuo invece a sostenere che il rispetto delle norme garantisca un rischio remoto del contagio, senza contare che la prosecuzione dell’attività sportiva porta vantaggi fisici e psicologici che non vanno tralasciati".

Tanto che recentemente Vaia, direttore sanitario dell’INMI Spallanzani, ha incoraggiato la riapertura di piscine, centri sportivi e scuole, sostenendo che il tasso di mortalità del virus adesso è più basso e che le attuali limitazioni comportano maggiori assembramenti in orari circoscritti. "Sono pienamente d’accordo, è giusto. Nelle categorie di età più basse il tasso di contagio è molto diminuito, con l’età media dei decessi, poi, che è 80.5 anni. Secondo me un’apertura con le dovute regole può esser applicata, senza alcun dubbio”.

Infine, le sue sensazioni in merito alla ripresa delle attività? "Spero che nell’immediato futuro, nell’arco di un paio di mesi, ci sia un calo sensibile di contagi sul territorio nazionale che possa comportare l’allentamento delle restrizioni. I dati degli ultimi giorni in particolare fanno ben sperare, in parallelo con l’augurio dell’arrivo dei vaccini il più velocemente possibile. Auspico che presto si possano recuperare le partite non disputate e far ripartire tutti i campionati, se questo accadesse a febbraio sarebbe un successo. Noi come Futbolclub siamo operativi, continuiamo l’attività al Gentili quotidianamente ed il rapporto con la Sampdoria, la nostra casa madre".

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