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L'intervista

Parola di capitano: Unipomezia, ecco Alessandro Dezi

Il trascinatore dei rossoblù: "Questa fascia è un orgoglio, in questo momento voglio sostenere i compagni"

03 Dicembre 2020

Alessandro Dezi

Capitano dell'Unipomezia

Carisma e senso di appartenenza: sono questi due degli ingredienti principali che occorrono per preparare la ricetta di un ottimo capitano. Spesso si pensa che a questa età il compito sia relativamente semplice ma, in un periodo come quello che stiamo vivendo, gli equilibri giacciono su un filo più che mai sottile ed è compito di un vero leader riuscire a tenerlo sempre bello teso senza però portarlo allo strappo; questo lo sa bene Alessandro Dezi, capitano dell'Unipomezia, che ci parla del suo ruolo e delle sue sensazioni in merito a questo momento delicato: "Sono in questa società da due anni e mezzo - esordisce il centrocampista rossoblu - da questa stagione sono stato incaricato di indossare la fascia di capitano e per me, non essendo natio di Pomezia, è un orgoglio ed una motivazione in più dover dimostrare di meritarla. Il mio prototipo di capitano perfetto è sicuramente Alessandro Del Piero, esempio di lealtà dentro e soprattutto fuori dal campo ma, essendo un centrocampista, traggo ispirazione in tutto e per tutto da Kevin De Bruyne del Manchester City e dal "Maestro" Andrea Pirlo, campioni impossibili da non ammirare. Essere capitano è una grandissima responsabilità, perché si deve essere un punto di riferimento per i propri compagni soprattutto in momenti di difficoltà come questo e sto facendo del mio meglio per sostenerli come posso: sfortunatamente sono state annullate anche le nostre sedute di allenamento per cui risulta ancora più complicato per noi mantenere il morale alto senza poterci divertire fisicamente insieme ed è per questo che qualcuno ha maturato il pensiero di abbandonare definitivamente questo sport. Per fortuna si sono trattati di falsi allarmi, altrimenti sarebbe stato scoraggiante perdere anche solo uno dei miei compagni per colpa di questa pandemia. Nella mia mente invece non è mai balenato un pensiero del genere, il calcio è e rimane la mia passione numero uno e voglio continuare a perseguire il mio sogno che ho fin da bambino nonostante ci sia molta insicurezza nel nostro mondo al momento. Senza il pallone sto male, è come se mancasse un pezzo del mio corpo e, come tutti, nutro dentro di me la speranza di tornare quanto prima a calcare il campo insieme a tutti i miei compagni ma le probabilità ad oggi sono basse; staremo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane ma sicuramente per questo 2020 non se ne parlerà proprio. Se fosse stato per me forse non avrei indetto lo stop per il nostro mondo: statisticamente parlando gli effettivi contagi nei centri sportivi non erano molti anche se c'è da dire che i controlli non erano sicuramente tanti ed accurati come quelli dei professionisti perciò, anche se con riserbo, comprendo e rispetto la decisione presa da chi di dovere. Tuttavia noi dilettanti ci sentiamo un po' trascurati ed abbandonati al nostro destino in questo momento, bisognerebbe ricordare che dal nostro mondo provengono gran parte dei giocatori che militano nelle serie professionistiche e ciò dovrebbe avere un peso non da poco, ma a volte si tende a fare finta di nulla. Personalmente sono incerto anche sul mio futuro a prescindere dal calcio: la situazione è brutta per tutti ed anche nel sistema scolastico noto molta confusione, ma mi auguro vivamente che tutto questo possa cessare il prima possibile, abbiamo bisogno tutti disperatamente di tornare alla normalità"
 
 
 
 

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