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L’intervista

Fabrizio Amato: "La Pibe de Oro e Maradona, vi racconto..."

Il presidente del club biancazzurro ha messo a nudo gioie e dolori legate all'eterno Diez.

16 Dicembre 2020

Fabrizio Amato: "La Pibe de Oro e Maradona, vi racconto..."

Fabrizio Amato

“La Pibe de Oro è qui per te, come sempre, e ti vuole bene come non mai. Grazie Diego”. Poche parole ma significative quelle che il presidente della Pibe de Oro, Fabrizio Amato, ha riservato a Diego Armando Maradona in quel di Napoli. Parole che partono dal profondo del cuore, squarciano tutto ciò che incontrano sulla propria strada ed emergono trascinandosi dietro tutto l’amore possibile. Come quello di un papà verso il proprio figlio. Sì, esattamente così. Se ne farà una ragione chi pensa che il calcio sia solo uno stupido gioco per cui 22 persone corrono dietro un pallone. “Siamo così è difficile spiegare…” cantava Fiorella Mannoia nel 1988 e probabilmente questa è l’unica spiegazione che “quelli come noi” riescono a fornire. Della serie: inutile che provate a farci cambiare idea. Siamo così e basta. E ci viene difficile spiegarlo. A raccontarcelo ci ha provato allora Fabrizio Amato, presidente della Pibe De Oro, tra una lacrima che s’è riproposta, ancora, sul suo volto, ed un brivido lungo la schiena che sapeva di coltellata.  

Partiamo dagli inizi: perché ha deciso di chiamare la sua società con uno dei soprannomi di Diego Armando Maradona? 

“La Pibe de Oro nacque nel lontano 2001, non avendo una sede dove poter restare stabilmente optammo per un nome di fantasia. Da sempre tifoso del Napoli non potevo che dedicare la mia associazione al calciatore più forte di tutti i tempi. Nel 1984 avevo sedici anni, l’età più bella da vivere come tifoso, arrivò Maradona a Napoli. Come poteva non essere lui il mio idolo? Con Diego ho avuto un paio di contatti negli anni, se pur indirettamente, perché dopo essersi reso conto che molti volevano solamente sfruttarlo diventò più restìo nel concedersi agli altri. Nel 2007 riuscii ad incontrarlo, lui era a Cesenatico per promuovere l’attività di una scuola calcio, c’erano anche Salvatore Bagni e Bruno Giordano. Feci autografare la maglia della Pibe de Oro, adesso quella firma è griffata sulla nostra divisa da gioco ufficiale, rappresenta un grandissimo orgoglio e mi suscita sempre emozioni particolari. Ogni giorno in quel campo nella provincia di Forlì-Cesena venivano centinaia e centinaia di persone solo per il gusto di vedere Diego palleggiare un paio di minuti. Qualcosa di assurdo”. 

Il 25 novembre è una data destinata a creare una frattura temporale incredibile, come se ci fosse un prima e un dopo rispetto alla morte di Maradona. Cosa ha provato e pensato quando è venuto a sapere della triste notizia? 

“Non mi vergogno a dirlo, ho pianto come se fosse morto un familiare. E’ veramente difficile da spiegare ma per me, come per tanti altri milioni di tifosi, con Diego c’è sempre stata un’empatia particolare. Magari lui non sa nemmeno chi tu sia, poco importa, è uno di famiglia. Che poi, se ci pensiamo, Maradona non gioca più da tanti anni, per cui un distacco già c’è stato da tempo, ma la sua morte mi ha scosso profondamente. Sul piano emotivo non c'è mai stato un allontanamento. Ho pensato che nulla sarebbe stato più come prima e queste prime settimane senza di lui me lo hanno confermato”. 

Ha deciso di recarsi a Napoli per omaggiare il vostro mentore, come si è sentito in quei momenti? 

“Premetto che ovviamente non era possibile andare a Buenos Aires per evidenti ragioni, altrimenti sarei partito immediatamente. Così ho deciso di mettermi in macchina ed andare all’ormai ex Stadio San Paolo, teatro delle migliori gesta di Diego. La considero come una scuola di pittura per Giotto. Un luogo magico. Quando Maradona giocava nel Napoli io ero molto giovane e non potevo permettermi di andare spesso al San Paolo, così me lo godevo nei vari Lazio-Napoli o Roma-Napoli. Forse non dovrei dirlo, ma ho anche sfidato i divieti perché la Campania è zona rossa. Cosa ho scritto sull’autocertificazione? Semplice, che andavo ad omaggiare il più grande di tutti i tempi. E’ stato un momento davvero toccante ed emozionante, come una bilancia che ha contrapposto il dolore per la sua morte. Quello che più mi ha stupito della giornata a Napoli sono stati gli occhi della gente. Uomini e donne, bambini, ragazzi, adulti e anziani. Tutti avevano gli stessi occhi, pieni di tristezza, eppure alcuni mica lo hanno visto. I ventenni non possono certamente ricordare Maradona, ma piangevano a dirotto anche loro. Questo è il frutto di una favola tramandata di generazione in generazione, esattamente come ho fatto io con i miei nipoti, che tra l’altro erano con me a Napoli”. 

Diverse persone hanno cercato di conquistare cinque tristi minuti di gloria andando contro corrente, quasi a voler sminuire il Maradona-giocatore mettendolo a confronto con il Diego-uomo. Qual è il suo parere a riguardo? 

“Secondo me, e questo discorso vale per Maradona ma anche per tutti gli idoli del mondo, il personaggio sportivo, ma anche artistico, letterario, musicale, è un idolo in quella specifica materia. Tantissimi artisti hanno condotto un’esistenza non proprio consona, ma non mi sembra che ne vengano contestate opere o canzoni. Non voglio fare esempi specifici, ma ne conosciamo a valanghe di artisti tossici, alcolizzati, che hanno violentato e persino ucciso. Diego ha fatto i suoi sbagli ma che comunque hanno portato dolore sempre e solo alla sua persona. Questo concetto l’ho sottolineato anche con i ragazzi: perché dobbiamo pensare che queste persone siano differenti da noi? Peccano come tutti gli altri, hanno una sola cosa in più, vale a dire il talento. Non per questo allora dobbiamo essere invidiosi nei confronti di tutte le persone che hanno qualcosa in più degli altri. Gente come Mughini, Cruciani o la Pausini, mi auguro che vivano per altri mille anni, ma mi chiedo chi si ricorderà di loro una volta passati a miglior vita. Non da meno la ragazza che si è girata nel minuto di raccoglimento, non è stato un gesto di protesta, ma un comportamento da cretini. Chiudo tornando sul signor Cruciani che dietro lo schermo dice sempre belle cose, poi in piazza cambia versione. Maradona ci ha sempre messo la faccia in ogni cosa che ha fatto, come quando sostenne Chavez, candidato presidente del Venezuela. Quando si parla o si agisce, bisogna prendersi anche le proprie responsabilità”. 

Ufficializzata l’intitolazione dello Stadio San Paolo all’eterno Diez. Cosa ne pensa? Maradona pare sia riuscito anche ad accelerare la burocrazia del nostro paese, solitamente piuttosto lenta...

“Sono anch’io rimasto sorpreso dalla rapidità con cui è stato portato avanti questa pratica, a conferma che quando vuole la politica è veloce. Probabilmente in questo caso nessuno era contrario, quindi è avvenuto tutto nel giro di pochi giorni. Allo stesso tempo credo sia impossibile che qualcuno possa essere avverso a questa decisione. Torniamo al discorso di prima, Maradona per Napoli è stato un figlio. Pensate che quando ero in viaggio per andare ad omaggiare Diego, ad un’area di servizio ho scambiato due parole con una signora. Le dissi: «Napoli è triste», lei mi rispose «Molto triste, Napoli ha perso un figlio. Io non sono tifosa, in questa città non serve per amare Diego». Non credo ci sia il bisogno di aggiungere altro”. 

Si è proposto di togliere la maglia numero 10 da ogni club di calcio. Crede sia giusto? 

“Non sono assolutamente d’accordo. Il 10 è il sogno di ogni ragazzo, mi sembra brutto che un giocatore del Torino o della Juventus non possa sognare di vestire quella maglia. Piuttosto si dovrebbe ragionare nella direzione di toglierla per sempre dal Napoli. Finché rimarrà in vita una sola persona che abbia avuto la fortuna di veder giocare Maradona, confronterebbe negativamente il malcapitato che veste quella maglia. Pensiamo a Messi che ha indossato la 10 dell’Argentina, con l’Albiceleste non è che abbia fatto così tanto bene, anzi, eppure Messi è un fenomeno. Bisogna capire che la maglia di Maradona pesa. Resta il fatto che non sarebbe corretto per le altre squadre togliere la 10, ognuno ha la propria storia ed i propri idoli, ma Napoli vedrà un altro Maradona tra cinquecento anni, o forse mai più”. 

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