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Non arrendiamoci: lo sport per sua natura prova sempre a superare le difficoltà

Da ogni angolo d'Italia si chiede a gran voce la ripresa dei campionati: creare polemiche sulla voglia di ripartire è ipocrita e sbatte contro l'essenza e i valori di questo movimento

29 Gennaio 2021

Non arrendiamoci: lo sport per sua natura prova a superare le difficoltà

Eravamo sui campi, con gli occhi sul pallone, ma anche con il telefono in mano a refreshare le pagine dei principali canali di informazione alla ricerca di notizie. Notizie... in realtà attendevamo solo che la spada di Damocle smettesse di pendere e cascasse sulla testa del calcio regionale. Prima era stata la volta del provinciale e la cosa in effetti stonava. Una questione di tempo, come si dice. Il momento esatto era scoccato quando le squadre ancora erano sul campo a darsi battaglia. Un triplice fischio diventato presto amaro anche per i vincitori. Sono passati tre mesi esatti dal 25 ottobre, quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si accingeva ad apporre la firma sul DPCM che sanciva lo stop di ogni competizione che non fosse di interesse nazionale. Prima le proteste, con tanto di manifestazioni sotto le sedi istituzionali, poi quel sentimento di rassegnazione fino alle festività. Il dibattito è continuato, nel silenzio dell’accettazione di una situazione drammatica, fino a pochi giorni fa. Il virus avanza e continua a mietere vittime anche se le curve dei contagi, almeno qua in Italia, calano e il vaccino dona la speranza di vedere luce in fondo al tunnel. Il tempo però scorre rapidamente, le condizioni economiche sono angoscianti in ogni settore, a ogni livello. E lo sport dilettantistico, semplicemente è stato travolto. Parrebbe fuori luogo soffermarsi sulla legittimità di ogni movimento sportivo, non solo il calcio, di voler trovare una via per ripartire, per tornare a esistere. Invece non lo è, nonostante da tempo immemore ci si riempia la bocca sull’importanza sociale dell’attività fisica e sulla sua incidenza in termini di benessere, di salute. Non si parla solo di tenuta del sistema, ma di tutte le persone che popolano lo sport, dagli atleti ai tecnici, dai presidenti ai tifosi fino agli arbitri. La motivazione? È la loro vita, è la nostra vita. Detta così sembrerebbe banale, in realtà è una sfera di quel tutto che dà un senso ai nostri giorni, scanditi da lavoro e incombenze, preoccupazioni e doveri. Sapete cosa significa per i nostri ragazzi non avere l’appuntamento della domenica, non vivere le emozioni della partita? Se torno giovane e provo a immedesimarmi sento un vuoto. Un vuoto che probabilmente vivono ragazzi e ragazze sulla loro pelle e che li porta sempre più spesso a mollare, ad abbandonare. Senza neanche doversi addentrare troppo nell’ambito del talento, perché ormai parliamo di un anno solare senza poterlo coltivare. I danni sono evidenti agli occhi di tutti.

L’essenza dello sport 

Ripartenza, una parola che ormai si consuma un numero imprecisato di volte e quotidianamente, basta inserirla in un qualsiasi motore di ricerca su internet per perdersi nel mare di notizie. Un problema che potremmo considerare tutto italiano, ma non è così. Da ogni parte si studia il modo per far tornare ad accendere il motore dello sport dilettantistico e salvare la stagione. L’ultima notizia in tal senso viene dalla Francia, da Roxana Maracineanu, Ministro dello Sport transalpino: "Le associazioni sportive stanno per morire, occorre sostenerle e lo Stato lo ha fatto stanziando 200 milioni per lo sport professionistico e altri 200 milioni per lo sport amatoriale - le dichiarazioni riportate dal portale di Le Figaro - È allo studio una mascherina speciale che consentirebbe di respirare più facilmente, insomma una mascherina per praticare sport al chiuso. Se riusciamo ad averla potremo riaprire le palestre e far riprendere l’attività in queste strutture a tutte le fasce di età". E se in Francia il progetto sta prendendo ancora forma, in Spagna si è già passati alla sperimentazione vera e propria con le giovanili professioniste di calcio. È avvenuto nel week end del 10 gennaio, campionato Cadete A, con le formazioni di Real Madrid e Union Adarve che hanno affrontato i 90 minuti di gioco indossando il prototipo di una mascherina sportiva. Sorprende quindi lo sgomento con cui in tanti recepiscono le proposte e le iniziative del Comitato Regionale del Lazio per provare a non perdere praticamente un’intera annata. Sorprendono gli attacchi e le critiche davanti al tentativo di ridare vita alla vita, come se fosse doveroso rimanere inerti, subire le avversità senza provare a superarle, senza provare a creare una strada percorribile. Ci vuole anche tanta fantasia, o forse un pizzico di ipocrisia, nel non considerare il valore economico del settore, come se non fosse lecito che nel 2021 si può vivere di sport, facendo passare un mondo per amatoriale. Sembrano non sapere che anche nel dilettantismo ci sono investimenti e stipendi, che alla fine la Serie C, il confine con il più accettato professionismo, è solo due categorie sopra l’Eccellenza. Invece c’è chi fa tutto un calderone, parla di amatori, afferma che tutte le categorie sono uguali, nonostante l’evidenza dei costi più alti e degli impegni maggiori, di un livello agonistico completamente diverso. Che poi tutti abbiano il sacrosanto diritto di tornare a fare attività agonistica è fuori da ogni discussione, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio e non ragionare passo dopo passo. È l’essenza dello sport il tentare di ripartire sempre, di rialzarsi dopo la caduta.

Via stretta 

In questo momento storico i paletti per rimettere in moto la macchina però sono a dir poco fitti. Il DPCM in vigore non lascia margini di ritorno in campo fino al 5 marzo, così si lavora intanto per far riconoscere l’interesse nazionale dell’Eccellenza, evidentemente connessa alle dinamiche della Serie D. In parole povere, non si può considerare la possibilità che per una stagione si blocchino le retrocessioni dall’Interregionale, di conseguenza la necessità che almeno la massima categoria regionale si sblocchi per consentire il corretto scambio di club tra le due categorie, chi scende e chi sale. Visto lo scenario sembra al momento impossibile, e forse anche fuori luogo, ragionare senza un protocollo che stabilisca nel dettaglio ogni regola. Perché lo sport deve ripartire ma lo deve fare in assoluta sicurezza, non solo a tutela di chi lo pratica, ma di tutto il Paese, considerato che non ci si può permettere minimamente di incappare in un aumento dei contagi dovuti all’attività fisica, con le priorità che sono rappresentate da lavoro e scuola. Una volta trovata la via sarà possibile aprire il confronto, purché ci siano le condizioni, per tutti i campionati, dalle prime squadre alle giovanili. In questo contesto, già complesso, si inserisce la Circolare del Ministero della Sanità pubblicata in data 13 gennaio e che si riferisce all’idoneità sportiva agonistica degli atleti non professionisti risultati positivi al Covid-19, poi guariti, e quella degli atleti che hanno avuto sintomi riferibili all’infezione da Sars-Cov-2 ma in assenza di diagnosi. Le cautele impongono, a ragion veduta, una serie di controlli ed esami che permettano di scongiurare eventuali problematiche per il ritorno all’attività. I club storcono la bocca, le famiglie ragionano sulle spese da affrontare e sulla convenienza con una stagione che potrebbe non ripartire, i ragazzi si scoraggiano. La situazione è questa, una salita ripida da scalare per sperare di ripartire. Lo sport però ci insegna che arrendersi non è mai un’opzione contemplabile e siamo certi che si lotterà fino all’ultimo per tornare finalmente a giocare, per tornare finalmente alle nostre vite.

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