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L'intervista

Guarracino: "Ho aspettato l'Almas 30 anni. Il Tor di Quinto è unico, Persia il top"

Il direttore sportivo pronto alla sua nuova avventura biancoverde: "Il segreto di via del Baiardo è Massimo Testa. Come Paolo non c'è nessuno, ma Andrea e Bellinati avrebbero meritato i prof"

29 Giugno 2022

Guarracino: "Ho aspettato l'Almas 30 anni. Il Tor di Quinto è unico, Persia il top"

Giampiero Guarracino

Tanto è stato scritto in questi anni su Giampiero Guarracino. Dai titoli vinti ai due divorzi dal Tor di Quinto, dal suo rapporto unico con Paolo Testa alle sue avventure – troppo brevi – con Spal e Lupa Roma, dai tanti talenti lanciati alle sue dichiarazioni mai banali, taglienti, puntuali. Eppure, probabilmente, una cosa non è mai stata sottolineata abbastanza. L'amore, a tratti viscerale, che il “Guarra” prova per il calcio. Una passione oltre ogni cosa, che ha segnato la vita dell'uomo prima che del dirigente e che oggi è più forte che mai, nonostante anni di successi e giovani talenti scortati fino al professionismo. Spesso gli ho chiesto, soprattutto in questi ultimi mesi, come riuscisse a trovare dentro di sé la forza e l'entusiasmo in ogni suo nuovo inizio e durante questa intervista finalmente sono riuscito ad avere la mia risposta. È l'amore il segreto. Un sentimento che lo accompagna fin da bambino e che non è mai sopito, e mai lo sarà.

L'avventura all'Almas è iniziata da due mesi ormai: prime sensazioni?
“C'è grande entusiasmo, voglia di partecipare e di essere di nuovo protagonisti”.

Una sfida non semplice.
“Facciamo i conti sui cocci, non è l'Almas che ho conosciuto io, però sono ottimista. Servirà qualche stagione ma statene certi, arriveremo. Lavorando seriamente, senza raccontare favole ai calciatori, l'Almas tornerà dove merita”.

Pochi proclami.
“Nessuno. Solamente la verità che, come mi ha insegnato Massimo Testa, è la cosa più rivoluzionaria che esista”.

Quando hai ricevuto la chiamata dell'Almas cosa hai risposto?
“Che aspettavo quella telefonata da 50 anni. Ribadisco, non è l'Almas di qualche decennio fa, ma la proprietà ha la volontà di tornare a quei livelli. Un gioiello di famiglia incastonato sull'Appia, che sforni i campioni del domani. Questo era l'Almas e questo vuole tornare ad essere”.

I primi tasselli per ristrutturare le fondamenta sono il rientro di Andrea Durante a livello manageriale e il rifacimento del Sant'Anna.
“Le fondamenta già esistono, vanno solo riassestate. Questo è un club che va oltre il dilettantismo, che ha scritto pagine di storia indelebili. Giannini, D'Amico, Scarnecchia e tutti gli altri talenti non sono passati da queste parti per caso. Ora piano piano, passo dopo passo, grazie anche all'impegno di Andrea, vogliamo realizzare qualcosa all'altezza della storia biancoverde”.

Ritrovi anche Bruno Nulli, che tu stimi molto.
“Una persona splendida, che parla di calcio perché sa di calcio. Ecco perché mi trovo bene con lui. All'Almas torno a respirare un'atmosfera che mi manca da tempo”.

Con l'Almas torni anche alla realizzazione di una prima squadra che vuole vincere.
“Tutti pensano che io nella mia vita calcistica abbia sempre lavorato esclusivamente nel settore giovanile, ma a Fiumicino ho vinto un'Eccellenza, a Ceccano abbiamo disputato l'Interregionale, insomma per me non è una novità. Purtroppo le scelte del tecnico nelle ultime giornate ci sono costate la retrocessione, ma ci rimbocchiamo le maniche e sono sicuro che anche con la prima squadra riusciremo a costruire un percorso importante”.

Puoi anticipare qualche colpo?
“Stiamo puntando su un gruppo giovane, che comprenda cosa significhi indossare questa maglietta. Accanto qualche giocatore più esperto, che in determinati campionati è necessario. Nomi ancora non ne posso fare ancora, ma la rosa se non è già completa poco ci manca: sarà il lavoro in campo a fare la differenza, nulla sarà lasciato al caso. Vogliamo vincere, con o senza ripescaggio”.

Per la panchina invece è tutto fatto, arriva Coscia.
“Roberto non è stato scelto per caso, l'ho conosciuto anni fa per via dell'amicizia che lo legava a Paolo Testa. Siccome gli amici di Paolo sono anche i miei amici appena si è prospettata questa possibilità non ho tentennato un attimo. Inoltre è un tecnico che ha vinto uno scudetto, non un presunto scudetto”.

Presunto scudetto?
“Ci sono alcuni personaggi che si accreditano la paternità di successi che non gli competono, che narrano di imprese sportive a cui non hanno preso parte, magari lo fanno per sentirsi importanti, per darsi un tono”.

È successo che qualcuno si accreditasse un tuo titolo?
“Certamente, è successo al Savio, o al Tor di Quinto, eppure chi ha vinto i titoli è scritto nei fatti. A parte quelli di Lallo Fersi, che ha trionfato insieme a Massimo, e al titolo Allievi vinto da Moretti a Villanova, tutti gli altri trionfi hanno la stessa firma: Paolo e Massimo Testa, Giampiero Guarracino, in ogni categoria. Oltre ai due allori conquistati con Basili e Almanza nell'anno del mio ritorno. Il resto sono chiacchiere, diffidate dalle imitazioni”.

Anni irripetibili.
“E protagonisti irripetibili. Uno come Paolo non ci sarà mai più, quando ho scelto di metterlo alla guida delle formazioni di punta del club tutti hanno pensato che fosse una scelta per fare contento Massimo. Invece avevo intravisto in lui quelle capacità che, con gli anni, lo hanno fatto diventare il più vincente di tutti. E chissà quanto avrebbe vinto ancora... Poi ci sono i titoli Provinciali di Pezzali e quelli Primavera di Bornivelli e Di Marco. Questi sono i titoli del Tor di Quinto, il resto sono chiacchiere”.

Ad aprile è chiusa la parentesi Real Testaccio, con la conquista della Juniores ora il club ha tutte le squadre nei Regionali. Hai lasciato soddisfatto?
“Al Real ho fatto quello che dovevo fare, né più, né meno. Poi se qualcuno vuole prendersi il merito di quanto costruito non è un problema, penso di aver lasciato le basi per crescere ancora nei prossimi anni e il presidente ha una grande passione, senza quella...”.


Sento rammarico nel tuo tono.
“Nella vita non si finisce mai di imparare e io al Real Testaccio ho scoperto che i rapporti anche di 30, 40 anni, nel calcio vengono annullati all'improvviso, come nulla fosse. Ecco perché per questa avventura ho deciso di puntare su persone che, prima di tutto, condividono con me determinati valori anche fuori dal campo”.

Per esempio?
“Abbiamo scelto Roberto Mattioli per la scuola calcio, un signore, un esempio per tutti. Alla Juniores ci sarà Passalacqua, che ormai mi accompagna da 17 anni. L'Under 18 ci sarà Cocorocchio, per i 2008 Ferrazza, per i 2006/2007 ho preso Luisi, fresco di patentino. Tutta gente per bene, tranquilla, che non ha mire diverse da quelle del club o obiettivi personali. È qui solo per fare il bene dell'Almas e basta”.

Voci di corridoio parlano di un riavvicinamento con Massimo Testa. Quasi inevitabile vien da dire.
“Partiamo da un presupposto: non ho mai discusso o litigato con Massimo Testa. Lo conosco da quando ho 7 anni, lo andavo a vedere giocare insieme a mio padre. Sono andato via da Tor di Quinto perché ho dovuto fare un passo indietro, non è dipeso da lui e potrà confermarvelo di persona. Il presidente sa a cosa mi riferisco. Detto questo è vero, c'è stata una bella conversazione telefonica, mi ha fatto piacere sentirlo e ci siamo commossi. Anche perché ho avuto modo di riflettere su tante cose, magari prima c'era qualcuno che mi confondeva le idee, cercava di non farmi capire cosa stava accadendo. Il tempo e gli ultimi anni hanno reso tutto più chiaro”.

Ancora oggi il Tor di Quinto è visto dall'esterno come una società particolare, diversa dalle altre.
“Perché c'è ancora Massimo al comando. La disciplina, la capacità di scovare talenti dove nessuno li vede, il saper tenere i ragazzi con i piedi ben saldi per terra: non è semplice trovare persone che sappiano trasmettere queste doti oggi, anzi. Con me Massimo andava d'accordo perché anche io ho questa visione del calcio: invece siamo circondati da scienziati talmente concentrati sul proprio ego da aver completamente perso di vista la nostra funzione. Questi ragazzi, prima che calciatori, devono diventare uomini e saper rispettare le regole. Solo così, oltre naturalmente alle doti calcistiche, si può arrivare in alto. Se non c'è la giusta base umana si fallisce in partenza, perché la vita dello sportivo è fatta anche di rinunce e sacrifici sin dalla giovanissima età. Possono avere tutte le doti tecniche che vogliono, ma senza il resto servono a poco. Questo è stato per anni il segreto del Tor di Quinto, puntare su ragazzi in gamba, prima che forti”.

Hai lavorato anche con un altro presidente vulcanico, Alberto Cerrai. Che rapporti avete oggi?
“Meravigliosi, prendo il caffè con Alberto tutte le mattine. I tre anni con la Lupa Roma, a livello di organizzazione, di professionalità, di struttura societaria sono stati unici. Si respirava aria di grande calcio, se avesse avuto la possibilità di realizzare il progetto dello stadio non sarebbe finita così presto quell'avventura”.

Non rimpiangi nulla?
“Nulla, neanche i mesi alla Spal. Anche quella aveva le potenzialità per essere una favola fantastica”.

A Ferrara si consolida il rapporto con Bellinati. Cosa ti ha colpito di lui?
“Come Paolo ha una capacità di leggere le gare in corsa innata, una dote che negli allenatori ho sempre amato. Francesco è bravissimo, come ce ne sono pochi”.

Il più bravo?
“Senza dubbio uno dei più bravi, poi è una questione di gusti personali, ma non ce ne sono tanti in giro come lui”.

E secondo il tuo gusto personale chi è il più bravo?
“Secondo me il top oggi è Andrea Persia, lo seguo da sempre e se avessi la possibilità di scegliere tra lui e un altro tecnico, senza fare i nomi, sceglierei sempre Persia”.

Facciamo un gioco: riempi le cinque caselle delle giovanili con i tecnici che preferisci. Chi prenderesti se potessi scegliere tra tutti quelli che hai conosciuto?
“Paolo Testa chiaramente, poi Persia, Bellinati e Giovanni Greco. Per ultimo un giovane che per me ha tutte le carte in regola per far parlare di sé in futuro ed è Santoloci, dell'Under 15 dell'Atletico 2000. Seguitelo. Altrimenti direi Coppitelli, ma lui è dove si merita, nel professionismo, sarebbe dura farlo tornare indietro”.

Anche gli altri che hai nominato avrebbero meritato una chance tra i proff?
“Senza dubbio, ma prima dobbiamo domandarci come hanno fatto alcuni elementi senza curriculum o gavetta ad arrivare sulle panchine più ambite della Capitale in questi anni, che sono naturalmente quelle di Roma e Lazio. Ma d'altronde in Italia va avanti chi paga, è così in tutti gli ambienti, anche nel nostro. Ormai il calcio da anni è a pagamento, ci sono società che fanno la Berretti a Roma, altre che invitano i genitori a investire e procuratori con quote nei club che fanno il bello e cattivo tempo nella scelta delle formazioni. Poi ci lamentiamo che il livello è calato: come potrebbe essere altrimenti?”.

Sta iniziando la stagione, hai superato un momento di salute difficile e invece che fare lo spettatore, magari il consulente per qualche squadra, sei ancora in prima linea: quanto ami questo sport?
“Devo dire la verità, per amore del calcio ho rinnegato tutto. Soldi, matrimonio, il rapporto con i miei figli, tutto. La mia fine sarà come quella di Domenico Biti (morto in panchina durante un match della Pro Cisterna senza che nessuno se ne accorgesse, se non al triplice fischio, ndr). Così immagino di andarmene, su un campo di calcio, perché il calcio è la mia vita”.

Finché morte non vi separi.
“Finché morte non ci separi”.

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