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l'inchiesta

Maledetti wonderkid: quella mania di bruciare tappe e giocatori...

L'operazione dell'Inter che riguarda Pellegri e Salcedo fa tornare a galla un tema già trattato dalla nostra redazione

29 Giugno 2017

Pietro Pellegri e Moise Kean durante un raduno della Nazionale

Pietro Pellegri e Moise Kean durante un raduno della Nazionale

L'Inter acquista Pellegri e Salcedo per una cifra che può arrivare a 60 milioni. Operazione shock, se si considera che i due attaccanti hanno appena 16 anni. Sul tema dei wonderkids e di un calciomercato sempre più "giovane" avevamo già dedicato ampio spazio sulle colonne di Gazzetta Regionale con uno speciale di due pagine sul nostro numero in edicola lo scorso 29 maggio (clicca qui per la copia digitale) Ve ne riproponiamo un estratto.

C'era una volta il calcio dei vecchi, problema tutto italiano di un mondo sportivo definito troppo timido per puntare su giovanotti di belle speranze. C'era una volta, appunto, perchè ora sono arrivati i “millenial” a cambiare le carte in tavola e lo hanno fatto con l'irruenza propria dei teenager. Bastoni, Melegoni, Kean e Pellegri: esempi di un fenomeno sempre più baby ma che stavolta non è più questione unicamente nostrana.
Pietro Pellegri e Moise Kean durante un raduno della Nazionale
In Scozia è spuntato Karamoko Dembele, tredicenne del Celtic gettato nella mischia in una partita dell'Under 20. In Giappone non sono da meno con quel Takefusa Kubo, quindicenne dal passato ingombrante il cui acquisto è costato al Barcellona una sanzione dalla FIFA. Fresco di ritorno in patria ha già esordito con la prima squadra nel match di coppa tra Tokyo e Consadole Sapporo. Sono loro i nuovi idoli di un calcio dai ritmi vertiginosi, tanto in campo quanto fuori, dove non c'è più tempo di aspettare. Si arriva così a voler cancellare quell'esagerazione scaturita dall'invasione degli ultra trentenni con un'altra che, a ben guardare, rischia di essere altrettanto pericolosa.


Mercato sempre più teen Quello che vediamo in campo è però solo l'ultimo step di un fenomeno che sta rivoluzionando ogni dinamica di questo mondo. Dietro agli investimenti faraonici dei top club che monopolizzano copertine e titoli di giornale, si cela infatti la nuova frontiera del calciomercato: una vera e propria caccia ai baby fenomeni. Tanto per chiarire la situazione, nel 1995 i minori che hanno lasciato il proprio paese nei 5 principali campionati europei sono stati 51. In vent'anni sono più che triplicati visto che nel 2015 si è arrivati addirittura a 184. Numeri che chiariscono alla perfezione come la richiesta dei famosi “wonderkid” sia sempre più alta da parte dei club di tutta Europa. L'Italia, in questa speciale classifica, è seconda solamente all'Inghilterra. Dei 597 giocatori (analizzando i 31 principali campionati europei) che ad ottobre 2016 si sono trasferiti ancora minorenni, ben 78 sono arrivati nel nostro paese, mentre addirittura 180 in Inghilterra. Numeri ben più ristretti nelle altre leghe: 42 in Francia, 36 in Germania e 33 in Spagna.

Le due pagine del nostro speciale pubblicate il 29 maggio


Soldi buttati A reggere in piedi l'intera giostra c'è l'idea che riuscire a prendere un fenomeno ancora baby costi meno che farlo una volta esploso. Processo logico, per carità, peccato che gli ultimi anni abbiano dimostrato come questa equazione sia ampiamente sballata. A fronte dell'esplosione di un mercato sempre più affamato di calciatori minorenni, non coincide l'aumento del numero di giocatori cresciuti nel vivaio presenti nelle varie squadre. Dal 2009 al 2016, infatti, il trend europeo è addirittura in calo passando da un 23% ad un ben più risicato 19,2%. Ovviamente le disparità nei vari campionati esistono eccome. Si va dal 31.5% della Slovacchia sino al misero 6.9% della Turchia, punti estremi della forbice del calcio europeo. Facile pensare che, in un contesto decisamente meno competitivo, sia più semplice proporre un nuovo talento. In realtà la disparità esiste anche all'interno delle cinque principali leghe europee. Basti considerare che in Spagna quasi un quarto dei giocatori presenti in prima squadra provengono dal vivaio (24.1%) mentre in Inghilterra, che tra l'altro è il paese che acquista il maggior numero di calciatori minorenni, la percentuale è ben più bassa (10%). L'Italia non fa poi tanto meglio visto il suo 10.9%, in mezzo la Germania con il 12,7%, e poi la sorprendente Francia che ha dei numeri molto simili agli iberici (23.7%) ma senza poter contare su realtà uniche come Athletic Bilbao e Barcellona dove l'universo del settore giovanile ha dinamiche del tutto particolari. Alla sempre maggiore speculazione sul mercato dei giovani talenti non segue dunque un reale guadagno di risorse tecniche da parte dei club.


Relegati al ruolo di meteore Il rischio più grande quando si parla di wonderkids è quello di incappare in semplici fuochi di paglia. Giocatori precoci, gettati nella mischia per una manciata di minuti per essere elevati a simbolo del rinnovamento. L'esordio di un giovane, sia ben chiaro, non è e non sarà mai un problema a patto però che non diventi un semplice specchietto per le allodole. Si è arrivati ad un punto in cui la famosa linea verde sta sempre più abbandonando le tinte di speranza alla volta del ben più redditizio colorito del bilancio in positivo. Far esordire un giovane è anche una questione economica perchè assieme al ragazzotto che corre in campo, corrono anche tanti interessi, dai premi preparazione ad eventuali plusvalenze da riscuotere a fine stagione. Ecco allora che la famosa linea verde, quella vera, è rappresentata da chi all'esordio del giovane fenomeno fa seguire ben più della mera passerella a fine gara. La verità, almeno a guardare i dati da Luglio a Dicembre 2016, è che gli esordi non mancano, al contrario dei minuti collezionati. Nella prima parte di campionato, infatti, sono stati ben 15 gli esordienti nella Serie A. Un numero che, seppur inferiore alla gran parte delle migliori leghe europee, rimane comunque soddisfacente. Ciò che non può soddisfare è il minutaggio complessivo che è di soli 2181 minuti (nel conto non sono stati inseriti i milanisti Locatelli e Donnarumma che hanno esordito lo scorso campionato), con i soli Pol Lirola del Sassuolo e Federico Chiesa della Fiorentina che ne hanno raccolti rispettivamente ben 1022 e 568. Agli altri 13 son stati concessi numeri decisamente meno esaltanti, tant'è che per loro la media nei primi sei mesi di campionato, da Luglio a Dicembre del 2016, indica un desolante 45 minuti giocati. La verità dunque è che, almeno in Italia, ai giovani è concesso l'esordio, ma solo quello, perché dopo il fatidico grande salto nel calcio dei grandi sembrano essere destinati a sparire. La Francia, da questo punto di vista, è l'esempio da seguire. Qui gli esordienti, nel medesimo lasso di tempo, sono stati quasi il doppio (29 contro i nostri 15) ma, e la differenza sta tutta qui, hanno giocato cinque volte tanto. In Ligue 1 infatti i minuti totalizzati dai 29 esordienti sono stati ben 11129, segnando così un passo che nessuno riesce a tenere in Europa. La Liga arriva a 4869 minuti per 19 esordi, mentre la Germania si ferma a 2208 concedendo a 16 ragazzi la loro prima presenza in Bundesliga. Chiude il quadro dei cinque migliori campionati europei la Premier League. La situazione in terra inglese è drastica, a fronte però, c'è da dirlo, di un parco giocatori spesso qualitativamente molto elevato, con i tecnici d'oltremanica che hanno fatto esordire solo 12 elementi che hanno giocato appena 907 minuti. Per semplificare il tutto e chiarire al meglio qual è il trend nei vari campionati europei, basti pensare che il solo Malang Sarr, difensore del Nizza classe 1999 e alla sua prima stagione in League 1, da solo ha giocato praticamente quanto tutti gli esordienti della Serie A insieme (2181 i minuti raccolti nel massimo campionato italiano e 1964 quelli del francese), e più del doppio rispetto alla somma di tutti i “colleghi” inglesi. 

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