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l'intervista

Mauro Bianchessi: la Lazio, i giovani talenti e la pandemia

Intervista esclusiva al responsabile del settore giovanile biancoceleste, da tre anni alla corte del presidente Lotito

19 Gennaio 2021

Bianchessi e Lotito

Claudio Lotito e Mauro Bianchessi

Quindici anni nell’area scouting dell’Atalanta, poi a capo di quella del Milan, quando soffiò nientemeno che Gigi Donnarumma ai cugini della Beneamata. Ora la missione biancoceleste nelle vesti di Direttore del Settore Giovanile. Voluto fortemente dal Presidente Claudio Lotito per creare il “Modello Lazio”, è considerato un assoluto fuoriclasse nel riuscire a scoprire il talento e, non di meno, nello strapparlo agli altri. Affabile e diplomatico, ma altrettanto tenace e determinato, Mauro Bianchessi guida la “cantera” degli aquilotti da circa tre anni e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti, ancora di più per chi ricorda i tempi passati. Sono i numeri a confermarlo, gli stessi che condivide con noi in un piacevole scambio di battute che rende semplice comprendere come le sue visioni abbiano stravolto il modo di concepire le Giovanili nel club capitolino.

Direttore stiamo vivendo un momento drammatico e unico. Come è cambiato e come dovrà cambiare il movimento, soprattutto quello giovanile, per adeguarsi e rigenerarsi? "Purtroppo stiamo parlando di danni che oggi non possiamo quantificare. La mancanza di gare da marzo 2020 ha bloccato tutti i programmi tecnici di crescita generando numerose insicurezze in molti ragazzi. Abbiamo cercato di sopperire a questo per le squadre Nazionali con allenamenti con carichi di lavoro maggiori, ma la mancanza della gara purtroppo non è possibile sostituirla. Ora si vede un piccolo spiraglio di luce, a gennaio riprenderanno i campionati Under 19, a febbraio probabilmente l’Under 18 e si sta valutando la possibilità di riprendere le gare con le altre squadre Nazionali, ma con una formula diversa da quella tradizionale".

Come è cambiata invece la sua quotidianità rispetto a prima? "L’attività organizzativa e di programmazione va avanti, come tutto il resto delle attività, nel rispetto dei numerosi protocolli sanitari. Il futuro è nostro e dei nostri ragazzi e nessun maledetto virus riuscirà ad impedirlo"

C’è chi sostiene che agli allenamenti allenamenti individuali abbiano fatto riscoprire l’importanza della tecnica di base. "Penso sia una esagerazione, nel senso che la tecnica di base è importante e sempre è stata proposta nella didattica quotidiana, ovviamente in forma minore di oggi. Nel calcio però servono anche altre componenti per la crescita del ragazzo. Un po’ come a scuola, non puoi insegnare solo una materia anche se importante".

Considerando i limiti dell’ultimo anno, fortemente condizionato dalla pandemia, è arrivato dove si era prefisso di arrivare? "Purtroppo è un bilancio congelato dalla pandemia, gli unici dati oggettivi e valutativi sono la crescita tecnica dei giocatori e delle squadre. Abbiamo iniziato nel 2017 con 3 giocatori convocati in Nazionale, siamo passati ai 15 selezionati per l’Azzurro nel febbraio 2020. A livello di risultati di squadra nella stagione 2018-19 abbiamo vinto il titolo regionale Under 14, dopo 18 anni dall’ultimo successo, e siamo Vice Campioni d’Italia con l’Under 13. Poi è arrivato il virus. Per quanto riguarda i derby con la seconda squadra della Capitale, siamo passati da una media di vittorie del 25% nel 2017, al 75% del 2020".

Il Presidente Lotito le ha chiesto di creare un Modello Lazio, lei poche settimane fa ha dichiarato che la Lazio è “l’unico club in Europa che pensa ai propri giovani”. In che modo la società tutela i propri talenti? "La risposta è molto semplice. Oltre al modello tecnico innovativo della crescita del talento, con la “Scuola di formazione post-carriera” offriamo 40 ore di studio annue ai nostri ragazzi, ben consapevoli che non tutti riusciranno a diventare calciatori professionisti. Una conoscenza di altre materie che si trasformerà in una opportunità di lavoro nel mondo del calcio, perché il calcio non è fatto di soli atleti ma di tantissime altre figure. Oltre a questo diamo anche due borse di studio per frequentare corsi universitari...Mi dica lei, chi lo fa oltre la Lazio?".

Secondo le voci la Lazio dispone di un budget inferiore rispetto agli altri grandi club. Quanto è necessario avere forza economica per allestire rose di livello nel settore giovanile? "Tutto dipende dagli obiettivi delle società. Se un club ambisce a vincere i campionati è necessario che investa molto tutti gli anni nel mercato, assicurandosi giocatori già pronti per vincere. Se l’obiettivo è far crescere i giovani con un progetto tecnico centralizzato sul calciatore, l’investimento è minore. Certo, da una parte servono molti soldi, dall’altra tanta competenza"

Prima dello stop erano confortanti sia i risultati delle squadre che la formazione dei giocatori. È un tema annoso nel calcio, quale dei due obiettivi deve prevalere? C’è l’equilibrio giusto? "Dal mio punto di vista, ed è anche il mio obiettivo, punto sempre ad avere squadre competitive nei primi 5 posti dei campionati Nazionali, ma la priorità è la produzione di giocatori per il calcio professionistico. Fatico a capire, oggi più che mai, società che spendono anche oltre 10 milioni di euro all’anno per il settore giovanile, avendo a bilancio debiti per centinaia. Le giovanili devono essere una risorsa per i club e per i ragazzi che ci giocano".

Con il suo arrivo la filosofia della Lazio si è focalizzata molto di più sulla selezione dei giovani del territorio. "Credo molto nel nostro modello di lavoro di crescita e ritengo molto importante anche sotto l’aspetto del sociale la valorizzazione dei ragazzi del territorio laziale. Non dimentichiamo che abbiamo a che fare con dei bambini e degli adolescenti e non con adulti".

Nel Lazio ci sono poche realtà professionistiche, ma anche grandi club dilettanti. Questo rappresenta un handicap per i tanti talenti del territorio? C’è chi parla di un grosso spreco di giovani di grande valore, che non trovano sbocchi per il professionismo... "Nel Lazio ci sono molte società dilettantistiche che lavorano molto bene con i ragazzi e questo permette di sopperire alla mancanza numerica di professioniste. Il problema molto sentito in questa regione sono i genitori che creano aspettative e pressioni ai loro figli fuori da ogni logica. Non possono pensare di risolvere i loro problemi creando ansia da competizione al loro figlio. Ogni ragazzo ha il proprio percorso, i propri tempi di maturazione e bisogna sostenerli con equilibrio e serenità, vivendo il presente come una gioia"

In tanti sostengono che oltre i 16 anni siano quasi nulle le chance di sbarcare nel professionismo. Quanto è vero e se per lei esiste un’età ideale. "Dal mio punto di vista, che è anche la mia strategia di lavoro, l’ideale per intraprendere un percorso nel professionismo è tra i 12 e i 13 anni . In questo modo si ha il tempo di incidere sulle caratteristiche fisico-atletiche, tecniche e caratteriali del ragazzo. Si crea anche un legame forte di appartenenza alla squadra e attaccamento alla “maglia”. Ovviamente come in tutte le cose ci sono delle eccezioni".

Oltre la Lazio da tre anni vive nella Capitale. Si vede qui ancora a lungo? "La città è bellissima ma la conosco poco perché le mie giornate sono dedicate solo al lavoro a Formello. Ho un contratto molto lungo con la Lazio, ma quello che veramente importa è il rapporto solido improntato su valori importanti della vita che ho con il Presidente. Questo per me conta più di qualsiasi contratto. Come dico ai miei collaboratori “avanti tutta fino al raggiungimento del traguardo”. Nel calcio tutto è possibile ma la Lazio, la sua gente, i miei giocatori, mi sono entrati nel cuore".

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