Notizie
Categorie: Dilettanti

Arbitri: mettetevi nei loro panni. Hanno coraggio da vendere

Fischiare sui campi di periferia significa dimenticare il cuore a casa e sperare di riportarcelo senza graffi e ferite



In una partita di calcio c’è un uomo che corre più di chiunque altro. Che fischia e spesso viene fischiato senza mai ricevere applausi o incoraggiamenti. Nella sceneggiatura dei 90’ se sbaglia lo odiano tutti e spesso rischia anche fisicamente; se invece fa tutto bene ha fatto semplicemente la sua parte, il suo dovere. L’arbitro è sempre stato visto come una figura da prendere in giro, alcuni aggettivi sono tipici della figura arbitrale.

Image title


35000 arbitri in Italia, con rimborsi miseri e versati a mesi di distanza (se verranno mai versati), la stragrande maggioranza impegnati in campi di periferia, nelle località più sconosciute e gli episodi di violenza sono troppo frequenti: nei campi più piccoli non c’è nemmeno la forza pubblica e ci si può ritrovare solo contro tutti. E deve avere coraggio. Senza di loro le partite non potrebbero iniziare – non dimentichiamolo - e nel calcio di oggi arbitrare si è trasformato in una missione, in un viaggio della speranza nel quale il minimo sbaglio può rivelarsi fatale. Ma questi ragazzi hanno coraggio, sono uomini, a volte più giovani dei calciatori e dei dirigenti che si trovano a dover educare, pardon arbitrare. Il coraggio è un elemento importante soprattutto per dirigere dai Giovanissimi alla Prima Categoria dove i nostri fischietti sono soli dal momento della designazione, quando preparano il borsone per affrontare la trasferta e al loro arrivo nell’impianto sportivo, accolto dai dirigenti. Un giovane arbitro delle realtà provinciali, di 15-16 anni ha un’enorme responsabilità rispetto alla sua età: ambienti nei quali il pubblico sulle tribune vive ogni giorno a stretto contatto con i calciatori, li conosce e anche dinanzi a evidenti gesti da condannare gli spettatori proteggono i loro “idoli”, mentre il direttore di gara resta sempre più solo. Non è concepibile in un contesto sano come dovrebbe essere lo sport e il calcio in particolare, che un uomo, un ragazzo venga accerchiato, aggredito a parole, spintonato e picchiato come carne da macello da un branco composto da calciatori, dirigenti e “tifosi” in preda a raptus e rabbia per aver perso una partita. Mettetevi una domenica nei panni, anzi nella divisa di un arbitro. Quella divisa che è stata frutto di sacrifici, rinunce a fare tardi il sabato sera per inseguire un sogno. Un sogno chiamato debutto nella Juniores per tanti, esordio in Eccellenza per altri, fischiare l’inizio in Serie A per pochissimi.

La sezione Obiettivi costruiti nella seconda casa, la seconda famiglia di un arbitro: la Sezione, un luogo aperto a tutti: sono 210 le sezioni dell’Associazione Italiana Arbitri, in ciascun capoluogo di provincia e spesso anche in centri urbani confinanti. La sezione è come un’aula scolastica con sedie e banchi per studiare. Non italiano, matematica, scienze o geografia, ma il regolamento del gioco del calcio. Ci si concentra per capire, riguardare e analizzare i propri errori insieme ai colleghi più esperti, si svolgono i test tecnici e le prove atletiche per verificare la preparazione di ogni ragazzo. Sapete che gli arbitri vengono valutati dagli Osservatori, ruolo pari dei Professori a scuola, che periodicamente scrivono una relazione sulle loro prestazioni, se sono allenati, preparati sulle regole, hanno personalità e capacità di stare tra 40 persone estranee da dover “mettere d’accordo”? Nulla viene lasciato al caso.

Rispetto Le 17 regole da seguire per giocare e divertirsi nel rispetto degli avversari e dell’arbitro. Rispetto sì, parola di quelle riempiono di orgoglio, ma che mercoledì sera, Gianluigi Buffon, un’icona del calcio italiano non ha dimostrato nel postpartita di Real Madrid-Juventus al “Bernabeu”: “Non puoi avere veramente il cinismo per distruggere e infrangere il sogno di una squadra che sul campo ha messo tutto: anima, cuore, sacrificio, sudore, carattere. Non puoi ergerti a protagonista solo perché non hai la personalità di calcare un palcoscenico come questo. Per fare così al posto del cuore devi avere un bidone dell’immondizia. È una questione di sensibilità, non ne faccio una questione di colpe più o meno grandi: vuol dire che tu non sai dove sei, non sai che squadre si stanno affrontando, non sai che giocatori ci sono, cioè non sai veramente un cazzo”. Parole pesanti, dette da un “Signore del calcio” che ha vinto tutto, tranne la Champions. Per un Campione del Mondo che nell’estate del 2006 ha dipinto di Azzurro il cielo sopra Berlino ed è stato premiato lo scorso ottobre come miglior portiere al mondo nei Best FIFA Awards, un’uscita a vuoto ci può stare e si può rimediare. Da Capitano della Nazionale capace di vincere un Mondiale grazie anche al tuo colpo di reni su Zidane, puoi rituffarti sulle tue parole e deviarle in calcio d’angolo. Per ricordare ai ragazzi che ti guardano come un mito che il calcio, e in generale la vita, è rispetto delle regole e che gli errori dei compagni, degli avversari, dell’arbitro, sono parte integrante del gioco. Fare l’arbitro è una cosa difficile, Gigi. Come fare il portiere. Come quando pari un rigore al 90’ e neghi all’avversario la gioia di una vittoria tu sei senza cuore, così a noi hanno insegnato a non curarci dell’età di un calciatore, delle sue vittorie, delle sue sconfitte, del minuto di gioco e di quello che è accaduto nelle partite precedenti per assumersi la responsabilità di un fischio che decreta un calcio di punizione o di rigore. Tu non sei quello del “Santiago Bernabeu”, lo so e ho nitido il ricordo del tuo abbraccio sorridente all’arbitro Paolo Tagliavento di Terni al termine di Juventus-Lazio del 22 gennaio 2017. Lo scrissi quella stessa domenica sul mio profilo Facebook, dopo aver arbitrato la mia partita di campionato: “Se fosse ogni domenica così il calcio sarebbe veramente la giostra più bella del mondo”.

Violenza Chi scrive sa di cosa parla perché è un ex arbitro di Eccellenza e Promozione della Commissione Regionale del Lazio che per sua sfortuna ha provato sulla propria pelle il comportamento aggressivo e disumano di una squadra intera, in una partita dei quarti di finale di ritorno di Coppa Lazio di Seconda Categoria, filo rosso beffardo che la lega alla serata thriller del numero 1 bianconero. Quel giorno ho pianto dal dolore e per l’umiliazione subita. Fare l’arbitro non significa “gestire”, significa arbitrare. Ogni secondo, ogni fischio, fa storia a sé. L’arbitro deve soltanto curarsi di prendere la decisione migliore; se inizia a pensare, a ragionare, a confrontare, è fregato dalle sue stesse mani. Fare l’arbitro significa anche dimenticare il cuore a casa e sperare di riportarcelo senza graffi o ferite, è vero. Domenica scorsa in campionato e mercoledì in una gara di Coppa Lazio gli ultimi due episodi nella nostra Regione di violenza verbale e fisica nei confronti di giovani arbitri che, sottoposti a pressanti accanimenti e violenze, hanno avuto la forza emotiva di proseguire, perché la loro passione per il calcio è talmente forte da superare i soprusi. Ogni fine settimana, per mancanza di cultura, di volontà di immedesimarsi nella figura dell’arbitro, di sportività, di capacità di accettare le decisioni giuste, ma contrarie alla propria squadra gli spalti sono lo sfogatoio dal quale maltrattare ragazzi e anche ragazze che potrebbero essere figli di chi li insulta con parole irripetibili, che fanno male, che mentre sono in campo gli arbitri fingono di non sentire. Decisioni prese in un attimo che però tutti vogliono contestare a decine e decine di metri dall’azione. Quando ti fischia a favore è normale, quando ti fischia contro è una merda.

Quasi tutti quelli che parlano di calcio hanno giocato a calcio almeno una volta nella vita. Quasi tutti quelli che parlano di arbitri non hanno mai arbitrato una partita nella loro vita, ha scritto Nicola Rizzoli, l’arbitro della finale del Mondiale 2014 tra Argentina e Germania, nella sua biografia. Un giorno dovreste provare anche voi a fischiare su un prato verde, a mettervi in discussione con un fischietto tra le labbra, soli contro tutti a decidere, ad avere dubbi da risolvere in una frazione di secondo, correndo il rischio di rientrare a casa sporchi di sangue fuori e segnati nell’animo. E capirete quanto sia difficile e che gusto c’è a fare l’arbitro. Che bello è esserlo. Nonostante tutto.