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l'intervista

Max Tonetto: "Per uscire dallo stallo bisogna lavorare sui giovani"

Le parole dell'ex esterno della Roma che ora si è dedicato ad una nuova avventura divenendo con Perrotta e Caruso uno dei fondatori della JeM's

15 Gennaio 2019

Max Tonetto

Max Tonetto

Avanti e indietro. Da una linea di fondo all’altra. Con qualsiasi condizione climatica. O ambientale. Senza fare differenza di competizioni: Serie B, Serie A, Champions, Nazionale. Senza sosta, soprattutto. A volte anche senza pallone. Non aveva importanza. Max non si è fatto mai scoraggiare da un passaggio smarrito o da un triangolo non chiuso. Il suo compito era andare avanti e indietro. Come un motorino. Un T-Max. Chiaramente sempre sulla fascia sinistra. La sua seconda casa, da Ravenna a Reggio Emilia, da Empoli a Genova, da Lecce a Roma. La sua comfort zone. Il posto in cui ha raggiunto la maturità, umana e calcistica, ha conquistato i traguardi sportivi più importanti, sono cresciuti i suoi figli e ora è cominciata anche l’avventura della JeM’s. La scuola calcio aperta con i suoi amici Giulio Caruso e Simone Perrotta. A quasi dieci anni dal suo addio al calcio e all’As Roma, Max Tonetto si racconta alle colonne di Gazzetta Regionale. I suoi ricordi da calciatore, i valori che occorre trasmettere ai ragazzi per salvare società e calcio italiano e la sua “nuova” vita. Quella che non lo vede più correre a perdi fiato su un prato verde con lo scopo di gonfiare la rete, ma rimbalzare sulla sabbia con l’obiettivo di evitarla, la rete. Un Max Tonetto a 360 gradi come non lo avete mai letto e forse mai più lo leggerete. Enjoy!
Max Tonetto

Max, non si arrabbia se cominciamo con una battuta, vero? Ai ragazzi della JeM’s insegna a battere i rigori?

“(Ride ndr) Immagino tu faccia riferimento alla partita di Champions contro l’Arsenal. No, per fortuna (continua a ridere ndr). Visto che i tasselli dei vari allenatori li avevamo già tutti riempiti e in modo giusto e specifico, ho deciso di occuparmi della fase difensiva. Ho cominciato con i più grandi: hanno l’età giusta per apprendere le nozioni basilari”. 

Ci parla un po’ della JeM’s? Come è nata l’idea? Quanti siete e cosa fate?

“Siamo un gruppo di amici. Io, Gianluca Caruso e Simone Perrotta. Ci unisce la passione per il calcio e la voglia di fare qualcosa di propositivo per il territorio. Abbiamo cominciato da poco: la scorsa estate. Ma abbiamo avuto subito un grosso riscontro. La nostra idea è quella di trasmettere valori un po’ diversi rispetto a quelli legati alla nostra mera esperienza calcistica. Vogliamo far crescere i ragazzi da un punto di vista umano prima che sportivo. Se ci si comporta bene, si segue il lavoro suggerito in maniera seria, se c’è unità di intenti, di conseguenza verrà anche il risultato”.

Pensa che questo sia il suo mondo “definitivo”?

“Non lo so. Posso dirvi che questa è la mia dimensione. Sono rimasto nello sport e per di più in un posto sano. Ora sto bene. Da grande non lo so che farò: sono nove anni che ci penso”.

Da qualche anno, intanto, si è avvicinato al Footvolley, diventandone quasi un testimonial italiano. Come si è appassionato a questo sport e che prospettiva ha?

“Sono state le difficoltà fisiche ad avvicinarmi a questa disciplina. Restringendo il campo tutto diventa più semplice. Ormai è quasi una droga: è divertente, si gioca sulla sabbia e non c’è contatto fisico. Ottimo. Non è detto, poi, che chi è bravo a giocare a calcio riesca anche nel Footvolley, eh. Intendiamoci. Si gioca con le regole del beachvolley, in due contro due, e chiaramente il pallone non può essere toccato con le mani. E’ uno sport nato in Brasile: lì sono alieni. L’Nba confrontata al basket italiano”.

Anche lei, nonostante sia del Nord, di Trieste per essere precisi, si è innamorato di Roma. Così come Cassetti e Delvecchio…

“Non mi immagino in nessun’altra città, oggi. Specialmente in Italia. Per qualità della vita, la Capitale non si batte: abito nel verde, in mezzo alla natura, vicino al mare e non manca nessun servizio. Qui sono cresciuti i miei figli e tutti e tre sono molto inseriti. Nonostante i tanti problemi, sono molto felice di vivere a Roma”.

Cosa significa essere un calciatore?

“Domanda complicata… Significa essere uno dei pochi fortunati che riesce a realizzare il sogno di tutti i bambini. è vero: ci sono tanti problemi, tante chiacchiere e tante polemiche e questo, in alcuni momenti, ti fa godere la cosa un po’ meno. Ecco, magari chi ti sta vicino si diverte di più. Non puoi viverti nessuna gioia a pieno: pochi giorni dopo c’è già un’altra partita…”.

André Agassi nel suo libro, “Open”, dice che spesso gli capitava di odiare il tennis. E’ successo anche a lei?

“Eh, ma Agassi ha avuto anche un papà che l’ha costretto a giocare a tennis sei ore al giorno, fin da piccolo. Quindi aveva dei motivi molto più seri dei miei. Io per fortuna ho avuto un padre che mi ha seguito ma non mi ha mai messo pressioni. Sicuramente, come tutti gli ambienti, come tutti i lavori, esistono i momenti difficili, complicati. No, non l’ho mai odiato. Ma ho avuto tanti problemi”.

Da quanto ha smesso di giocare ha cambiato radicalmente la propria vita sia dal punto di vista dell’alimentazione che da quello dei farmaci…

“L’esperienza, il confrontarsi per 15-20 anni con dottori, fisioterapisti, massaggiatori e osteopati mi ha portato a una conoscenza che non tutti possono avere. Di conseguenza ho cercato di rendere la mia vita più salutare possibile. E’ inevitabile: in molti momenti della carriera devi utilizzare farmaci e antidolorifici. Finisce che ti trascini dietro problemi che poi escono alla lunga. E’ vero che lo sport fa bene ma non quello agonistico. Lo sport ad alto livello porta il fisico allo stremo. Ora sto cercando di rimettere in ordine le idee e portare avanti un corpo che, per forza di cose, è logorato”.
Max Tonetto ai tempi della Roma

Guardando il suo curriculum da calciatore, balza agli occhi come sia esploso in tarda età: praticamente a 30 anni con la Samp, prima dell’approdo alla Roma. E’ così?

“Ho dovuto aspettare l’arrivo della maturità: ma è stata una crescita. Nei dieci anni precedenti al mio arrivo nella Capitale, ho sempre giocato a buoni livelli. In Serie A. A Roma sono approdato a 31 anni, all’età giusta a mio avviso. A 21 anni non avrei potuto affrontare una piazza simile: non avevo la testa giusta. Le cose non arrivano mai per caso”.

Ci racconta il suo arrivo alla Roma. So che la cercava anche la Lazio…

“Mi ero appena svincolato dalla Samp e c’erano tre squadre importanti interessate: la Lazio, la Fiorentina e la Roma. Ho scelto i giallorossi per tre motivi e nessuno di natura economica. La chiamata di Spalletti, la Curva Sud e il poter giocare con Francesco Totti. Servono altre spiegazioni?”

Nella stagione 2009-2010, l’ultima in giallorosso e da calciatore, poteva lasciare con la vittoria di un gran Scudetto che, a dire il vero, avrebbe meritato anche due anni prima con Spalletti. Ricordi di quell’annata?

“Non fui un calciatore in quel campionato: mi falcidiarono gli infortuni fino a farmi scegliere di mollare. In più anche quando ero a disposizione, mister Ranieri non mi prendeva mai in considerazione. Di contro, però, quella è stata la stagione in cui mi sono goduto più la squadra, il gruppo, per quanto non fossi protagonista. E’ stato un peccato per come è finita: a tre giornate dalla fine eravamo in testa…”

Spalletti, Novellino, Ranieri, Cavasin, Delio Rossi. Qual è il tecnico che ricorda con più affetto? E quale quello che le ha lasciato di più?

“Aggiungerei Lucescu e il primo Ancelotti: si vedeva avesse qualità importanti e infatti lo ha dimostrato. Da tutti ho preso qualcosa: lati positivi e lati negativi. Probabilmente sono molto più legato a Spalletti”.

In una fotografia, scelga una scena che rappresenti la sua vita da calciatore?

“Una scivolata o una corsa a perdi fiato sulla fascia. Sicuramente un momento in cui non c’era il pallone (ride ndr). A parte gli scherzi ho tre immagini: l’esordio in Nazionale e le vittorie in Champions contro Real Madrid e Lione”.

Perché Monchi dopo aver vinto moltissimo a Siviglia non riesce a ripetersi alla Roma?

“Difficile spiegarlo. Io aspetterei: è all’inizio di un percorso non semplice. In più Siviglia non è Roma e credo che lui lo abbia capito. Ha cambiato tanto, ringiovanito la squadra: una linea che a me piace. Poi ci deve essere equilibrio e maturità: non se ne può fare a meno in un ambiente così complicato. Io tiferò sempre per la Roma”.
Alcuni giovani talenti della JeM's

Simone Inzaghi merita un club più importante?

“Sta facendo bene e in alcuni momenti ha proposto anche un buon calcio. Sicuramente avrà le sue occasioni per confrontarsi con una grande squadra”.

Perché il movimento Italiano, dopo anni nel grandissimo calcio, ora è molto indietro? Giocano troppi stranieri? Si preferisce la fisicità alla tecnica?

“Abbiamo programmato poco e gestito male gli anni d’oro. Ci siamo attardati nella gestione dei Settori Giovanili e degli Stadi di proprietà. Venti anni fa con il Milan andammo a giocare a Leverkusen: campo e tribune riscaldate, hotel sotto le curve. In quel momento le realtà tedesche erano molto molto lontane. Ora ci hanno sorpassato e le guardiamo col binocolo. Sia a livello di club che di Nazionale”.

In questo senso, i Settori Giovanili come possono aiutare il calcio italiano?

“Programmando il più possibile quello che deve essere il percorso di un calciatore. Solo ripartendo dal basso, potremo tornare grandi”.


Che ne pensa della categoria dei procuratori. A un giovane cosa consiglierebbe?

“La categoria dei procuratori è cambiata moltissimo negli anni. Ora non si tratta più di scoprire un giovane e proporlo a squadre importanti. Occorre saperlo gestire da un punto di vista tecnico e umano. E’ un ambiente complicato e terribile: alcuni di questi signori, poi, sono poco qualificati e si approcciano a questo ambiente non avendo nessuna conoscenza del calcio”.

Anche nel Lazio, continuano a ripetersi episodi di violenza contro gli arbitri. Sia da parte di tesserati che di “tifosi”. Come arginare il problema?

“Bisogna trasmettere messaggi positivi: nelle Scuole calcio e nelle scuole stesse. I più grandi devono dare l’esempio ai più piccoli”.

Piccolo momento autocelebrativo: ce lo consentirà, spero. Che ne pensa di Gazzetta Regionale?

“Mi piace molto. L’ho conosciuta da poco ma l'apprezzo davvero. Dà spazio ai giovani, ai ragazzi ai Settori Giovanili. Complimenti: è un lavoro difficile ma il risultato finale è fantastico”.

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